giovedì 26 settembre 2013

Cassetto n°103

Entra un grassone ben vestito, prende il tavolo migliore, modi spicci, esigenti, in un completo fresco lana. Si va a posizionare dietro la colonna, un tavolo da quattro, solo per lui.
Butta la giacca sullo schienale, l'Ipod, L'Ipad e si siede con un tonfo e un sospiro: giornataccia.
Si tira su i pantaloni che tirano alle ginocchia, scopre scarpe lucide, lucidissime. 
Alza una mano 
- Un cameriere, prego e una naturale!
Arrivo subito con la bottiglia ghiacciata in mano: Cosa le porto?
- Niente, so già che nel menù non c'è nulla, nulla che mi vada.
Quello si alza e con un gesto plateale si slaccia la cintura e lascia cadere i pantaloni a terra.
- Vorrei che mi cucinasse i miei coglioni!
- Prego?
- Ho detto, e guardi che odio ripetermi, che voglio che mi cuciniate i miei bei due coglioni!
Mi guarda fisso, è estremamente serio, il viso è paonazzo, solo un po' stanco.
Non afferro, esploro mentalmente le parole, scompongo la frase, me la vedo scritta sulla lavagna, ha veramente detto che vuole mangiarsi le palle? Non sbaglio.
- Insomma che fate, è un ristorante o no questo? Posso comprare questo posto domattina, se mi va, anche stasera. Vuol portare qua si o no un bel coltello da bistecca? Suvvia che poi procedo io stesso ad asportarmeli.
- Scusi signore, io non capisco, ma è uno scherzo? 
- Ti sembra che sia venuto quassù a scherzare, è uno scherzo che tu sia ancora lì a guardarmi, forza lavora, corri, corri in cucina.
- Io non credo di…devo andare in cucina, forse.
- Vai lesto ragazzo, ho qui in tasca una banconota da cento, per te, se avrò il mio coltello da carne davanti, entro un minuto, dopo di che, con calma, mi segherò via i coglioni e te li consegnerò in un bel piatto con del ghiaccio e me li riporterai saltati alla brace, al naturale, magari con un po' di timo e una mousse di asparagi di guarnizione, se lo chef approva.
- Io la prego di ripensarci signore, io…
- Taci cameriere! La tua linguaccia ti ha appena ridotto la mancia a soli 50 euro.

- Un uomo, un uomo sano di mente, avrà pur il diritto di assaggiare che sapore hanno le sue palle scottate sulla graticola? Dopo anni passati a portarsele appresso per il mondo, a grattarsele, a ungerle di creme costose. Chi sei tu per impedirmelo? Chi è chiunque, qui dentro, per dirmi cosa fare?
- Io?Non lo so, nessuno, signore...
- Bravo! Ho lavorato quarant'anni, costruito sei case in due continenti, ho uno yacht, una piccola scuderia in Andalusia, ho sposato tre figlie, il tutto per venire qui, stasera, a sentirmi dire che non posso mangiare le mie palle? Ora vai e torna col coltello e del Chateau Lafite, fresco fresco.
- Allora intanto controllo se c'è il vino...
- No, non fare il furbo, lo so che c'è il vino, ho chiamato ieri, alle 19, per farlo mettere in fresco.
- Allora le porto subito il suo Chateau e...
- E il coltello! Non provarci a chiamare la Polizia! Ah che meraviglia! Non vedo l'ora di sentire quella carne tenera ma croccante sotto il palato.
- Ma morirà….
- Non dire sciocchezze! Hai davanti il miglior chirurgo della porzione nordeuropea del globo, cattedra a Madrid, lavoro tra Roma e Spagna, il mio tempo vale seimila euro l'ora. Quindi mi devi già quattrocento euro, giovanotto...
Col piede mi avvicina una ventiquattrore nuova di zecca che era sotto il tavolo, la tocca piano con la punta delle scarpe nere laccate  
PAT PAT
- Ho tutto il necessario qua dentro! So bene quello che faccio. Poi, morire…non siamo forse già tutti morti? Io ho deciso che voglio farlo, io posso farlo perché mi va, perché è stasera che va fatto, perché poi, tolti i successi, i soldi, i riconoscimenti, non ho deciso nulla nella mia vita, dal giorno dell'ingresso a medicina a oggi, non ho più preso una direzione.

Non so più che dire, ma quest'uomo non è un folle, non suda, non ha occhi sbarrati o la voce rotta dal germe paranoico. Io non capisco, a me sembra normale, lucido: un commercialista, il proprietario di un albergo in centro, uno che compra il pane di fianco a me la mattina.
E mi guarda dritto, aspetta che faccia qualcosa, che mi muova.
- Facciamo che non aspetto più e tiro fuori una moneta, se atterra sul mio palmo testa esegui quello che ti ho detto piantandola di sgranare quei due occhi vuoti da pesce, se sarà croce, tolgo il disturbo prendo la valigetta e ti porgo le mie scuse più sincere per averti tanto imbarazzato.
- Io...affidare una cosa così alla moneta, non posso dottore!
- Io posso, invece e ora la lancio e tu esegui, accetti, devi accettare il piano perché è il mio piano, perché un uomo senza decidere cos'è, dimmelo, cos'è un uomo?
Nulla, penso e lo dico: - io penso che senza decidere un uomo sia Nulla!
- Ooh bravo! Incominciamo a entrare nel merito, esatto, hai deciso di essere qua, stasera? Sei uscito dicendo "io ora voglio consapevolmente andare al ristorante a servire dei vecchi pazzi con piatti mediocri dal prezzo deduplicato"? No, io non credo
- No, in effetti io lo faccio e basta, devo farlo, ho una casa, un mutuo...
- Per favore, tutti abbiamo un mutuo.  Ascoltami, guarda la moneta, io la lancio e poi mangerò le mie palle, perché è testa che uscirà. Se non uscirà testa, nel caso su un miliardesimo che io mi sbagli, il fato avrà voluto che non lo faccia qui, non che non lo faccia e basta. Io decido questa volta di mangiare i miei vecchi testicoli ragazzo. Forse capirai tra una ventina d'anni quello che sto dicendo ora, forse quando avrai estinto il tuo mutuo. La scelta, ragazzo, io non pensavo che qua la scelta c'entrasse tanto.
Vado verso la cucina mentre lo sento urlare dietro le spalle: TESTAAAAA, le mie Sacre Palleeeeee, eccoleee sono mieeee! 
Ed è felice, come un bambino, felice come non ricordavo si potesse essere, vado verso la cucina, ho ancora un po' per pensarci, un po' di passi. Entro, Ameen, il cuoco pakistano mi guarda: -
- Claudio, che faccia hai? Hai ricominciato a bere?

- No Ameen, non ho bevuto un dannato goccio, so solo che non ricordo mai dove cazzo mettiamo i coltelli da bistecca…

sabato 21 settembre 2013

Cassetto n°102

Porto 16/09/13
Dovrei vivere sempre così, di traverso nel letto di qualche ostello, in mutande.
Un viaggiatore crede di occupare meno spazio, come un pezzo di sapone avvolto in un fazzoletto, mi rifletto sulle vetrine dei baretti, nei Ray Ban dei turisti e schiaccio poca polvere trascinando le impronte delle Vans: sembrano mille minuscole stelle di David.
Mi sento fiero dei piedi pesanti, dei calli come un timbro di conformità, vesciche come fogli di via, mi sento uno, come il primo, uno nuovo.

Oggi ho solo voglia di lasciare i posti in fretta. 
Non scrivo nulla sul registro, aperto come una tagliola, al banco della reception. Cerco di lasciare poco di me, al limite cerco di lasciare gli occhi e tratto male le camere d'albergo, le tratto malissimo.
In viaggio parlo poco, il silenzio lo sento posarsi la sera, nella pelle delle labbra che si appiccicano, incollate, capisco quanto silenzio ho preso quando devo bere o lavarmi i denti e quelle labbra si strappano e rompono le cartine, sono fatte per stare chiuse, appoggiate insieme.
Ho iniziato a farmi le sigarette con te, quella dei raggi-x, imperscrutabili, che leggevano di dentro, ti ho vista di spalle che cadevi nel sogno di poco fa e non so se ti facevi male, so solo che cadevi e avevi dei capelli lunghissimi, che non hai.
Sono senz'altro una sardina, qua a Porto, steso al sole in mezzo alla città faccio uno schizzo a penna del ponte in ferro, un disegnino blu sbilenco e il foglio si buca e cerco con le mani il fantasma che nasconde le cartine nello zaino, vive in questo quadernino per scrivere.
Domani riparto, mi pesano i giorni sugli occhi, ma ho deciso che in Portogallo non ci lascio niente.
Io, secondo me, anche oggi ho rubato.

lunedì 2 settembre 2013

Cassetto n°101

PEZZO 3 digerire (con una sigaretta) 
Entro in studio alle 15:00, il telefono già squilla, lavo il pavimento del Perla Nera Tatto, vengo qui da apprendista, da un anno imparo da Marco a tatuare. 
Adesso, ad esempio chiama uno, di Bologna, vuole una madonna nera, su tutto il torace, Marco non fa mai una piega, riattacca e mi guarda: 
- ma a Bologna, i tatuatori, non ci sono? 
- Questo tanto non viene! -  e tiro una riga sull'agenda, lui va a farsi un caffè, è pieno di lavoro, non si sbilancia mai.
 Vado all'appuntamento per affittare uno studio solo mio, parlo sempre da solo così potrei preoccupare la gente, ma sono anche uno che porta colazioni da un anno a una ragazza sconosciuta. 
Appoggio il motorino e percorro il marciapiede, i graffiti, le scritte scorrono sul lato sinistro degli occhi, mi fanno compagnia, queste le linee nei muri.
43, 41, 39! Eccolo!
-Questo posto è il migliore, finora, mi piace la scala a chiocciola, in mezzo alla sala.
Il giovane dell'agenzia, avrà due anni più di me, non si lascia prendere dal mio entusiasmo
- per 600 al mese non ce la faccio, se solo arrivassimo a 500…
- il titolare è stato chiaro, è il minimo che possa fare, senza calcolare la nostra commissione, tra l'altro...
Qui ci starei bene, cazzo!
- lei mi dica quanto potete scendere
- non possiamo di più, le ripeto siamo già scesi...
La zona è centrale, i portici, una vetrina e un marciapiede, su due piani.
- C'è il fatto che il proprietario è molto, molto, molto anziano...e che forse le interesserà sapere che in questo momento è in ospedale, in condizioni pessime, disperate, direi
Mi gira intorno è magro, curvo come un' insegna stradale, sulla sua cartellina. Calza mocassini neri ridicoli, ortopedici..
- Certo! E il figlio è molto meno attaccato al negozio, forse con lui si potrebbe discutere per cinquecento, forse anche qualcosa in meno, non credo sarebbe un problema 
Stamattina, ho portato per la trecentosettantesima colazione a Margherita, proprio sotto la sua portafinestra,  in periferia a Milano, Quarto Oggiaro.
- Un anno di colazioni, a casa mia! Mi disse, - poi, forse, potremo uscire insieme. 
Torno verso il motorino e penso a quanto eravamo ubriachi, quella notte all'Alcatraz, a me pareva quella giusta, che si potesse incastrare a me come un secchio di plastica nell'altro. 
La mattina dopo ero sotto il suo terrazzino, non l'ho più vista o sentita, ma ha preso ogni giorno quella busta.

Tra concessionarie e capannoni in vendita porto pasta e caffè a casa di Margherita, in motorino, venti minuti , poso il pacco tra mattonella e vaso.
Torno in centro e passo la mattina a fare dei caffè, ho un papillon viola e apparentemente mi diverto pure. Mi piacciono i borghesi, sono innocui, ipocondriaci, con la malattia della ricchezza. Amen.
Ho sempre cercato i posti dove provare a capire le persone: gente strana, hanno tutti paura di essere affetti da normalità. Scherzo di loro, con loro.
Rientro a casa, carico la dose di morfina ad Anna, la bacio e mi cucino due uova e formaggio, scambiando qualche parola con la badante mentre pulisco bene il piatto con un pezzetto di pane: Dora mi osserva, vive qui sotto. 
Gesti spontanei, automatici. 
Apro il frigo, vuoto, mi vien voglia di entrarci e  rannicchiarmi per dormirci dentro: per domani non ho un cazzo.
Dora sostiene che devo mangiare fuori per conoscere le persone, certo, per smuovemi. 
- Allora, dove sono i venti euro che ti ho dato per la spesa, che ci vado a cena fuori? 
Lei tace, guarda il pavimento
- Comunque oggi non ti pago, fammi causa! 
Se ne va, ci vuole bene, ha una cura maniacale della casa, della pulizia, sembra che sia casa sua.
Il giorno dopo, torno a casa prima, nel traffico, supero un camion, carico eccezionale, sirene arancioni, fumerei almeno da tre ore, ma incontro solo semafori rossi.
E' allora che vedo l'uomo a cavalcioni sulla ringhiera del cavalcavia, venti metri sopra l'autostrada. Accosto, che fa lì? Domanda cretina
- Ehi lei! Che fa lassù? 
Non mi sente, non si muove, ho il cellulare scarico.
Se aspetto che un vecchietto muoia, per affittargli a meno il negozio, non sono quello che si ferma. Vorrei, ma non lo sono.
- Spero di ritrovare là dietro, i sogni che ho perso, qui -
E qui, a casa mia, per fortuna, c'è Sansone sopra un mucchio di libri e sbadiglia ogni volta che entro. Sansone è bianco, più bianco della parete.
Chiudo la porta, uno stridio, sembra un urlo. Il fatto è che, da vent'anni, la riapro ogni volta e aspetto, per capire se è reale. Sansone, sempre più bianco della parete, stira le zampe verso di me, si volta. Non ho fame. 
Vado in camera, bacio Anna e le cambio la dose di anestetico. Dora è passata, ha steso la lavatrice, non ha fatto altro.
Mi rollo un cannone di buonanotte e aspetto il sonno, l'appartamento spiffera e mette in testa cose che non fanno dormire. 
Ad esempio, che non ho lavato i piatti, che domani saran lì, pazienza, dormo.

No, invece non dormo, magari potessi, penso al tipo del cavalcavia 
- Ehi leim che diavolo ci fà lassù?
Lui mi sente e si volta, come mi aspettavo:
- Spero di ritrovare là dietro, i sogni che ho perso, qui -
cazzovuoidamecazzvuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidacazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidamecazzovuoidame…
Forse sogno, ma c'è una grande fila di gente, borbotta e parla, fa caldo, son là dentro da molto e spingono.
Satana è un tipo davvero richiesto, deve avere un'ufficio così, penso.
Riaccendo il cannone, tiro e lo smozzico fuori dalla finestra, ma cade e si porta dietro un po' di luce, dritto. Magari qualcuno la chiamerà pure: stella cadente.
Nel punto dell'impatto il sangue segue diritto le linee delle fughe, tra i lastroni del marciapiede, in giro mucchietti di roba chiara, schizzi viola a raggiera, sotto il lenzuolo, liquidi che si ordinano nelle fughe, precedentemente descritte e colano disciplinati in rigagnoli dritti dallo scalino sull'asfalto. Piccoli fiumi densi: plic plic plic
Un orologio a pile che non smette mai di ticchettare, lo si ascolti o meno, lui fa il suo lavoro, con una regolarità assoluta.
-Uno ben vestito, era uno ben vestito quello lassù, roba da matti!  La tabaccaia si sbraccia con il poliziotto, indica in alto.
L'agente annota, staccherà dal lavoro tardissimo, domattina, tanto ci ha fatto l'abitudine, annota i ricordi della signora, su della carta riciclata con precisione.
Un padre e un bambino: - Cosa pensi papà?
- Nulla, amore...
Sono corpi violenti, hanno subito il battesimo della gravità. Così pensa, che sono corpi che hanno perso i volumi, con colli lunghi come sgocciolature di candela, braccia ad ali, all'indietro. 
- …E che cazzo un po' di segatura, qui no? Ci sono dei bambini! - 
Il poliziotto lo guarda male, di che cazzo si impiccia? 
L'altro passa in fretta e copre col corpo la vista a suo figlio, che non doveva vedere, ma vede tutto, e ne è pure deluso. 
Un cervello fuori dal cranio starebbe si e no in due barattoli di yogurt. Ne resterà ossessionato per anni, quel bambino, dalla pochezza della realtà rispetto alla sua fantasia. Aggirano la zona isolata dai nastri e dai cartelli e vanno oltre. E io, ancora, non posso dormire
Una chiamata persa alle 23:16, richiamo, squilla libero.
E' quello dell'agenzia, vuol vedermi domani, il vecchio è in un coma irreversibile e il negozio è mio, a cinquecento
Mi calmo, ma decido che rifiuterò il negozio, ho altre mille cose da fare. Andrò là domani solo per dirgli questo: - Non lo prendo! 
è un'assoluta sensazione di pace, che respiro, entrando nel sonno, non nero, ma bianco, più bianco della parete, sento respirare piano nella stanza accanto e mi assopisco.
Terecentosettantunesimo giorno, la mattina vado a lasciare la trecentosettantunesima colazione, l'anno è passato, resta solo un altro motivo per non cambiare. 
Per una buona volta mi decido, spezzo il circolo: suono il campanello! Coperto dall'edera, lo premo sulla scritta del cognome di Margherita e schiaccio una foglia contro la plastica. 
Niente, suono tre volte, non rispondono. Giro dietro la casa, la macchina c'è: una Opel Astra verde, come sempre. 
Vado dai vicini, e suono pure lì. Esce una vecchietta sa di chiuso e mastica la colazione, mi guarda come fossi un fantasma mentre un pezzetto di biscotto le cade dalle labbra.
Mi risponde che la famiglia di Margherita si è trasferita, almeno tre mesi fa, non ne sa più nulla e che anzi devono pagare ancora dell'affitto. 
Tre mesi fa. 
La cosa più sconvolgente è la mia mancanza di delusione, mi accorgo mentre la saluto, quella mi dà il buongiorno. 
Lascio la busta nel solito posto, non vedo nessun motivo per non farlo, proprio oggi. 
Salgo sul motorino nello specchietto la parte superiore della mia testa sembra un gatto che riposa, sotto il cielo enorme. Saluto le case, il profilo dei palazzi, metto in moto e schizzo via, veloce, come su due ali nuove e volo. 

In un equilibrio perfetto.

mercoledì 28 agosto 2013

Cassetto n°100

Avendo entrambi il diabete è ovvio che il giorno del gelato debba avere qualcosa di rituale, un piccolo crimine contro il corpo, ci sarebbe concesso un cono piccolo a testa al mese, ma noi optiamo per un medio, ogni settimana. 
Percorriamo il vialetto del gelataio, il bar è a pochi metri dalla comunità, tra un ristorante di pesce e una pensione di lusso con piscina "il Pineto" che fuori son parcheggiate solo SUV e berline scure. 
Centro metri, tra ristorante e  albergo e si trova questo bar che non credo abbia neppure nome, arredato con il cattivo gusto che solo gli anni ottanta han saputo lasciarci: uno spreco di specchiere e di foto promozionali da ufficio comunale del turismo. Il pavimento in linoleum, da solo, giustificherebbe una decisa retromarcia, ma ci inchioda lo sguardo di Benito, il barista.
Benito ogni tanto ci parla, è uno di quelli venuti a lavorare al mare dalla collina, non ama questo posto e i turisti, non è un mistero ma deve sfruttare questi mesi per l'affitto del locale e per poter riposare un po' l'inverno su, a Bagno di Romagna.
A noi porta un rispetto nettamente superiore rispetto ai bagnanti tedeschi e francesi, solo perché sa dove viviamo, sa che non parliamo troppo, siamo qua un pò come lui, per lavorare.
Sta su una gamba, sospeso su una sedia mentre stacca e riattacca la presa scart con in modo meccanico, impreca contro il televisore e ogni volta che la infila una bestemmia, una ogni cinque secondi. Alto e grosso, entra a stento nella camicia bianca e nel grembiulino candido da pasticcere, la faccia stirata dalle rughe compressa in una corona di capelli ispidi e barba sale e pepe, un volto che vedresti a spaccar tronchi o a costruire una diga, non certo a miscelare le creme del fiordilatte. 
Appena ci vede scende dal trespolo, perde una ciabatta, per poco non cade, la cerca di rinfilare ma la ciabatta scivola sempre più avanti e lui si prodiga in un ridicolo balletto a una gamba a saltelli sempre in avanti. Finalmente rinfodera il piede, lo solleva dal suolo scrollandolo per farlo entrare fino in fondo, borbotta che la partita la vedrà a casa, chiuderà questo dannato posto alle sette e via. 
A me questo posto dà già un'idea di artefatto, di varechina e se non fosse buono almeno il gelato non mi dispiacerebbe fare altri venti minuti a piedi, per arrivare a Cervia.
Bruna gli ordina due coni medi, da due euro e cinquanta l'uno, Benito sospira: 
- Soliti gusti?
Confermiamo con un cenno del volto:
- Soliti!
Da tre anni rimpicciolisce ogni volta le palline in uno strenuo tentativo di risparmio, dev'essere il montanaro che ha dentro. Fa il cono, lo osserva distanziandosi, lo sistema, lo liscia con la paletta, toglie un po' di gelato qua e là lo rimette nelle vaschette poi ci porge due sgorbi che, come li afferro, diventa il momento più triste della giornata. 
Guardo Bruna e non mi importa più di nulla, pago io e usciamo a sederci per vedere al gente a spasso. Cinque euro, due coni, non c'è da rovinarsi a Pinarella. Mi perdo dietro a una signora coi capelli rossi, come mia moglie, lei che ho ucciso con tra spari alla testa con la pistola d'ordinanza.
Stanotte l'ho sognata, mia moglie. Eravamo sul terrazzino della nostra casa in Calabria, era caldo, ma si stava bene, lei stava preparando le conserve sul tavolone in legno costruito con un tronco che avevo recuperato in spiaggia. Costruire quel mobile era stato il punto più alto e sereno della nostra storia, provavo una sensazione di pace, di continuità, stavo asciugandomi su un'amaca, le cosce tornite dal nuoto, il freddo sulla pelle, mi sentivo bene, bello. Intorno le cose, il mare lontano come una scimitarra appoggiata sulla schiena dell'orizzonte, mandava bagliori immensi veloce taglienti. Argento e oro. Lei passava la polpa ruotando una manovella, sentivo lo sciacquo del succo di pomodoro nel tino in stagno e lei sorrideva, abbronzata e nera come l'Africa, sempre senza parlare. Poi mi lavavo la faccia, nel lavandino sul terrazzo con un tubo di plastica verde e guardavo quella luce gialla assordato dallo strinire delle cicale e dai profumi di mirto e rosmarino del nostro piccolo giardino pensile. Vibo Valentia, la mia terra, non l'avrei più vista. Profumo di basilico da stropicciare tra le dita e passarle sul collo prima di fare l'amore.
Mi sveglio nel letto zuppo di sudore, la branda militare cigola, le cicale fuori, son le stesse entrate nel sogno, solo il suono è più basso, ho un dolore fortissimo al petto e alla schiena che penso quasi di morire, almeno una volta al giorno penso di star per morire, ma oggi è peggio, è come aver preso dei colpi di mannaia dentro, sono in una condizione non umana, a galla in un barattolo opaco, un sottaceto.
Provo a respirare piano e profondo, questo è il panico, mi prendo lo sforzo e il tempo di respirare col naso e il mio corpo si riallinea, poi bussano.
Bruna sorridente in tuta e telo da ginnastica sulla spalla:
- Andiamo al gruppo ginnastica si si 
- Vai tu io sono stanco
- Dai Giuseppe, alzati
- Brunina, io sto bene qui! Vai te al parco e mi dici com'è andata..
Poi lei esce e io mi giro tre volte nel letto, mi si pianta un portacenere tra le scapole, perdo l'equilibrio, rischio di stamparmi al suolo, mi alzo.
- Bruna aspettami, vengo!
Ed eccomi a seguirla, rincorrerla per il corridoio del primo piano, l'omicida plurimo della sua famiglia che insegue la sua fidanzata infanticida, e che la vuole abbracciare, come un bambino, a metà del corridoio.
La ginnastica al parco la organizza la Denise, una ragazza colombiana, non parla quasi italiano se non "si", "bene" e "stronzo"… o forse l'hanno beccata sbronza alla giuda e ora deve fare lavori socialmente utili, oppure solo le piacciono i tipi strani. 
A noi lei piace, siamo un discreto gruppo di zombie e paralitici, ci fa bene sgranchirci un po' insieme, una cosa molto libera, qualcuno inizia a ruotare le braccia,  altri muovono le spalle su e giù
Il parco è un cerchio, percorso da sentieri da jogging che convergono ad x nel punto centrale, tutt'intorno un perimetro in asfalto per bici e pattinatori e al centro un profondo avvallamento, per questo lo chiamano il "parco della conca" Siamo nella fascia superiore, dietro a noi le panchine e il parcheggio con qualche gioco per bambini..
La Denise ci fa sempre mettere in piedi sotto un grosso pino, proprio vicino alla fontanella, è un posizione comoda, anche se i materassini ce ci portiamo restano perlopiù arrotolati 
Due ragazzi a torso nudo guardano Bruna, si sentono forti, con le loro birre tra i piedi, stanno a cavalcioni su una panchina e hanno l'intenzione di farsi due risate su di noi, li guardo male quelli mi ignorano.
Uno la indica al suo amico, le loro teste si avvicinano parte un sibilo che diventa una frase, a voce alta:
- Và là, che pachiderma!
Lei lo sente, lo sentono tutti, lei si gira e sorride, poi mi guarda…
Ho i pugni tesi, la mandibola serrata in una maschera.
- Sei felice lo stesso Bruna, vero? Fammi sapere come va, dimmi che sei felice, che non ti importa, non ti ha offesa, io li ucciderei, ma non devo, se non vuoi...
Sorride e chiude leggermente l'occhio sinistro più del destro e si rimette a saltellare, è più leggera, è sopra questa banalità, Bruna sorride e come un bambina, ci porta fuori da questo squallore.

Se non fossero tanto stupidi l'avrebbero capito anche loro, che è la cosa più bella in questo parco.

venerdì 9 agosto 2013

Cassetto N°99

Entra Mariolino e mette tutti a sedere, si sfila la canotta con un movimento svogliato, scopre un addome squartato, separazione e abbronzatura uniforme. Gli obliqui e l'addominale paiono voler tagliare la pelle tanto sono prosciugati, sono blocchetti di ghisa che spuntano di un paio di centimetri. Lancia la canottiera sulla panca e sta dov'è, a favore di specchio, la palestra è una platea muta.
Alla Gold's Gym di San Lazzaro di Savena, Bologna, cala un silenzio surreale, la domanda che ronza nella testa di tutti, si sente quasi nell'aria è: - Mario ha fatto il salto!?
Il buttafuori di Rovigo, James, intento nelle distensioni su panca, deve interrompere per analizzare la situazione, si sfila da sotto il pesante carico e dopo due occhiate complici a Paolo, il ciccione proprietario, e all'unico rugbista della palestra, Sergio, intona con tono finto distratto un melodioso falsetto: - Volare...ohoh, cantare ohohohoh!
Il riferimento è ovviamente al fatto che Mariolino abbia fatto il salto, in gergo si dice così quando qualcuno passa dall'allenamento natural agli steroidi anabolizzanti.
Mariolino non se ne cura, sa di aver spiazzato tutti, finge di controllare i dischi in ghisa ai lati della pressa da seduto, un esercizio da cosce e polpacci, - si, per oggi 400 kg possono andare.
Mariolino si mette in posizione e inizia a pompare il carico senza troppa fatica la piastra si muove liscia sulle guide idrauliche sfiorando appena i mollettoni di acciaio a fine corsa.
Il chimico della situazione, Gilberto, comincia subito a scarabocchiare dei foglietti: -Allora lo so! Mario ha preso due cicli di Winstrol, poi del GH decanoato e starà tenendo i liquidi al minimo seguendo un ciclo di ramificati a catena e proteine minimo tre volte al dì....ditemi se sbaglio. Sicuramente tutta roba di San Marino, là la danno sottobanco oppure ordinata dal Belgio su internet, che arriva senza dogana!
Mariolino ha concluso la prima serie, senza dire bao ha spostato il peso di mezza utilitaria solo con le sue cosce. Si alza per detergersi il viso con il panno di spugna candido.
I ragazzi più smilzi, quelli che stanno sempre al cellulare, ipotizzano che Mariolino stia seguendo alla lettera gli insegnamenti del celeberrimo Miki Frattura, un italoamericano che teorizzò negli anni settanta il fatto che ogni esercizio andava fatto con le punte dei piedi rivolte all'esterno e il pensiero fisso su immagini serene, tipo un cesto di cagnolini: un'esecuzione poco più che sommaria.
Paolo si avvicina, è curioso come tutti e prova a rompere il ghiaccio: - Ehi Mariolì, gran caldo oggi eh? Vuoi che alzi la condizionata?
- No no Paolo, a me va benissimo così....
Allora Paolo calca la mano, il tono di voce cambia: -Dai Mario dicci che cazzo ti è successo, sparisci un mese e torni che sembri Ronnie Coleman bianco! Hai sposato il chimico?
- Ma cosa dici, sono sempre uguale!
- Uguale? Ma se avrai messo su 20 kg di massa pura perdendo pure del grasso, chi vuoi fregare?
Tutti seguono il discorso in silenzio, le teste rimbalzano da destra a sinistra come ai mondiali di ping-pong
- Ah l'avete notato...
- è il Winstrol! urla dall'altra parte della sala un giovane brufoloso con gli occhiali con un disco da 3 kg in mano. Appena detto sgattaiola dietro una colonna come per paura di essere visto e lì resta. Tremante.
- Ok ragazzi, siamo tra amici. A voi penso proprio di poterlo dire: il vero segreto è ammazzare la mamma! L'ho fatto tre giorni fa e vedi che roba!
- Proprio davvero? Balbetta Paolo
- Si! Accoppate vostra madre!
- Ma io avevo sentito dire che era utile coltivare funghi e sputare sul calendario estivo..
- Si quello per la definizione e i particolari delle braccia, ma nulla di meglio che uccidere la genitrice per un effetto massiccio e completo. Paolo contrae il trapezio, sembra assemblato su di lui, l'effetto scuote i muri.
- E quella rocciosità delle cosce, le striature dei bicipiti femorali? é James a non tenere la curiosità
- Eh...quello è proprio il tocco di classe, devi pettinare il gatto, ma solo mentre non ne ha voglia, tipo mentre mangia...meglio se dalla coda alla testa.
- che roba, era così chiaro...protesta Sergio scuotendo il capo.
Il gruppo di nerboruti comincia a rumoreggiare, chi dice che sapeva già tutto, chi pensa a quante volte aveva quasi intuito ma poi si è fatto fregare dai soliti consigli, altri non riescono a staccare gli occhi dalla esasperata vascolarizzazione degli avambracci di Mariolino: vene come funi.
- D'altronde lo sapete ragazzi - chiude Mariolino sollevando una sbarra curva EZ da bicipiti caricata a 60 kg - Bastava cominciare a mangiare prima il sughero, io ve lo dicevo e voi tutti a sfottere. Beh lo specchio dà ragione a qualcuno!
- Lo sai che io ci ho provato, ma no riesco, mi sta in gola! Piagnucola Sergio
- Ragazzi ma dove siete? Negli States mangiano il sughero dagli anni 80, d'altronde i Mr. Olympia son tutti là...poi ricordate la mamma... uccidetela, è essenziale.
Mariolino ruota le spalle a tutti e comincia una serie da tredici ripetizioni di curl in piedi. Respira breve e soffiato, gli altri possono solo constatare che razza di sviluppo completo e maturo mostrino i suoi gruppi muscolari posteriori, tesi nello sforzo, dai tendini d'Achille ai trapezi che si insinuano fin sotto la nuca.
James il buttafuori è il primo a chiudere l'allenamento, prende il borsone, non saluta, niente doccia, tanto la mamma dormirà già davanti a Porta a Porta quando lui sarà a casa.



lunedì 5 agosto 2013

Cassetto n°98

- Posso averne un pò? -
quel folle mi tende la mano, sotto l'acqua del lavandino, nel mio sogno. - Non c'è tempo dobbiamo abbracciarci - Mi dice e mi prende
Lo stringo, come può perdere tanto volume? Minuscolo, mi sta nel petto, addosso con gambe e braccia e sparisce piano, dentro me.
Scivola dalle braccia, è bava e cola via, a fili disinfetta -
- Dove stavi prima? - Gli chiedo
- Stavo nell'acqua, ti abbracciavo ogni volta: doccia, mare, in un taglio sulla mano, persino se piangevi. Tanto lo sapevi che ero lì, sapevi senza dire -
Mi viene in mente una serata estiva, correvo in un campo, disperato che non respiravo più, la mancanza del battito nel petto sterminate volte, avrò avuto sedici anni. Non potevo vivere, io pensavo perché non riesco più ad avviare il mio cuore. 
- L'hai ritrovato? Pazzo pensavi di poter vivere senza? - E mi guarda
- Io non me non accorgevo, cose che capitano a chi vive come me -
- Hai finito tutte le droghe, hai camminato tanto, provato a trattenere il respiro. L'hai trovato allora? -
- Si, ma non era dove doveva -
- Tanto non lo è mai -
- è troppo grosso -
- Vedrai che ci sta -
E dicendolo affondo ancora bene la faccia nel lavandino, entro nello scarico e sparisco via da questo brutto posto, via verso il vero paradiso. Il bene sta nel piccolo.
Un tubo-
lei -
le sua cosce -
Il mio cuore -



venerdì 2 agosto 2013

Cassetto n°97

- non è che i ciccioni mi facciano schifo, odio solo il loro modo di respirare
- ah si?
Chiara, figlia dell'avv. Gualdi di Arezzo, si accende una sigaretta sul balcone del caffè Centro di Torino, zona Porta Nuova. Davanti a lei un conto da sessanta euro e Giusy, truccatrice da Kiko in pausa pranzo, che cerca con scarso successo di resistere all'impulso di rollarsi un'altro Drum.
- oggi in biblioteca ero vicina a un tipo enorme e ansimava, sembrava stesse facendo le scale, ma era semplicemente al computer.
- si, penso di capire cosa intendi...
- è un po' come se stessero sempre scopando, sono affannati, sudati e puzzano
- e se ne incontrassi uno estremamente intelligente, voglio dire una mente fuori dalla media?
- spiegati meglio!
Chiara trascina su e giù lo schermo dell'Iphone per pura noia, senza leggere.
- cioè mettiamo che conosci uno scrittore, uno coltissimo, un viaggiatore che ha solo qualche chilo in più?
- dipende anche da quanto! Tipo Giuliano Ferrara o più alla Philip Seymour Hoffmann? C'è una gran bella differenza!
- uno che, a parte il peso, rappresenti un uomo ideale, che vada oltre le banali leggi dell'estetica, consapevole e menefreghista del sistema costruito attorno a tutti 
- non lo so, non mi è mai successo
- io credo tu sia estremamente limitata Chiara, e non lo dico per offenderti, solo credo che il tuo stile di vita certi ragionamenti non li permetterà mai.
- sei tu ad essere un'ipocrita Giusy, il tuo ragazzo non mi pare un'orca, lì coso... il campione di nuoto!
- d'accordo, ma vedi ti stai difendendo!
- no, dico solo che se al mare dovessi abbracciarti ad un cinghiale peloso sudato che ti sbuffa in faccia, magari faresti meno la filosofa di sto cazzo! 
- ti difendi estremizzando, non hai argomenti
- no li ho e riguardano il fatto che sei una buonista sinistroide!
La parola sinistroide la fa scattare come uno strattone per riallineare una frattura. Un mirato colpo di lingua e Giusy chiude la sigaretta di Golden Virginia in una rollata precisa e sicura.
-  almeno non mi pare di pagarmi affitto coi soldi dei ricorsi delle multe della città di Arezzo...
-  sei un troia! 
Chiara lancia il mozzicone giù dal palazzo e si alza
- ti pago il conto, Fidel Castro! 
Giusy sorride, sapeva benissimo che sarebbe andata così, ha lasciato la borsa in negozio.