Ho usato questo foglio bianco per chiederti il fucile subacqueo, stanotte tutti vogliono venire con me, non abbiamo le mute, abbiamo pesi e pinne.
Vogliamo andarcene da qui aggrappati a grandi pesci luna tondi come falci di luna.
Seguiamo la strada nera degli scogli, là in fondo le murene mi han parlato di una casa, una casa piena di anime, una casa dove c'è già tutto e da mangiare e tazze piene di latte e pane e si riposa là dentro, pareti di alghe spesse che assorbono il rumore.
Ci si arriva solo se non si vuole più arrivare
Scriviamo questo foglio insieme a Dio, questo foglio si bagna, non ne rimane molto
Siamo stati scartati, tutti quanti.
Morire abbracciati, per toccare il fondo
lunedì 13 luglio 2015
sabato 20 giugno 2015
Cassetto n°153
Vedo un miglioramento, un netto miglioramento, signor Biserna
Il medico, il professore, insomma, veloce, cerca delle carte nella pila, ha delle dita leggere sfarfallano i documenti sulla scrivania. Trova quello che cerca gli dà una veloce scorsa e la getta via già deluso.
Come va con la terapia, mi dica, come va?
Guardi è fatica, io ce la metto tutta, ormai non c'è più Lei, ma resiste
Bene, è necessario disinfettare tutto come lei ben sa, il buio totale, lei deve vedere chiaramente davanti a lei una sola cosa: sé stesso, o non riuscirà, capisce, morirà lì dentro.
Io avevo bisogno di farmaci, non mangiavo, non dormivo da tre mesi, avevo un male che non si arrendeva al mio cuore, mai, mai, mai, mai, mai, mai
E mi dica mi dica.. che ne direbbe di vivere sott'acqua?
No, guardi non mi pare proprio il caso
Ah, e mi dica mi dica.. che ne direbbe di vivere isolato, dentro un bellissimo casco azzurro?
Non pensavo a una soluzione del genere
Ah e mi dica, mi dica che ne direbbe di tornare con Lei?
Io non posso, lo sa
Bene, allora lo vede che siamo d'accordo? Lei deve seguire la mia cura, tolga tutto, tolga le persone, tolga il telefono, tolga i libri, tolga il colore, tolga la pelle d'oca, tolga i film, tolga il sesso, tolga il qui e ora e il domani, tolga la calma, tolga settembre, tolga la macchina che si ferma nella zona industriale, resti solo con sé. I bisogni riemergeranno lievi e spontanei, da soli, in modo naturale, forse tra un anno, il miglioramento c'è e vedrà.
Resto silenzioso non ho più voglia di parlare, ora riesco a stare silenzioso, è un successo, è ciò che merito.
Lei cosa si definisce, Biserna?
Io sono un'artista, ha letto le mie cose, ha visto le mie tele.
No, vede, lei oggi non è nulla, da oggi si definisca un battiscopa oppure un unoesettanta, semplicità, capisce
Io sarò un battiscopa, ma ancora Lei non se n'è andata, lei è come un granello di zucchero in fondo alla tazza, ogni volta non posso dire che non ci sarà, so solo di poterla trovare e questo non fa che aumentare la mia certezza che Lei ci sia...
Niente, non può vedere la vittoria prima della gara, impaziente d'un Biserna, le ho preparato la lista d'esercizi e mi passa il plico.
Io non so se riuscirò, ho avuto un nuovo incarico al lavoro...
Ah, ma lei ci riuscirà, io glielo devo ripetere, vedo un netto miglioramento, la nostra ora è finita, saldi la parcella con la segretaria all'ingresso: trecento euro. Grazie, a venerdì.
Esco in un mare nero che s'infuria in me, scintille nelle dita, mi sporco di sperma, di crema, non riesco a fermare l'avanzata dei piccoli input dentro il mio cranio, dell'ossessione, adrenalina, questa cura non funziona, lui vede il miglioramento, mi chiedo cosa mi aspetti, in un buio colorato, un buio liquido, io mi vado a cercare giù al molo.
martedì 21 aprile 2015
Cassetto n°152
Generato dal sudore del suo stesso letto prova a tirarsi su con le braccia. Il letto è un patibolo tiepido che odora di viscere e lievi echi di lavanderia strappati ad altri corpi.
Nel letto lascia ogni ora una chiazza di sudore con la sua forma e piccoli getti d'urina, il suo sudario. Lo devono cambiare, girare, infagottare, pensa allo spreco di tutto quel cambio, a tutto quel bianco sporcato, ma li vuole lasciar fare, si sente utile al loro lavoro.
Nel letto lascia ogni ora una chiazza di sudore con la sua forma e piccoli getti d'urina, il suo sudario. Lo devono cambiare, girare, infagottare, pensa allo spreco di tutto quel cambio, a tutto quel bianco sporcato, ma li vuole lasciar fare, si sente utile al loro lavoro.
Ogni ora loro passano, gli prendono i valori, annotano tutto, svuotano le sacche, i drenaggi, l'urina, mettono tutto in contenitori graduati, prendono nota: la sua storia, i suoi liquami.
Si osservano tubi che portano dentro e tubi che portano fuori, non si devono otturare, deve scorrere o si muore.
Si osservano tubi che portano dentro e tubi che portano fuori, non si devono otturare, deve scorrere o si muore.
Pensa di essere una casa, una malsana abitazione stagnante, che scarica direttamente in pozzetti interrati ripieni e nauseabondi. Un edificio un tempo lindo e unitario, ora spinto ai margini della prima periferia suburbana, non rassegnato, non crollato, ma solo. Le crepe lunghe come vene e tendini sulle pareti.
Aveva due belle gambe una volta, fondamenta tornite, sode, adatte alla corsa e alla salita in montagna, ora le osserva, di sbieco, paiono due cosce di lesso avanzato nel piatto della domenica, un pollo bollito buttato in un piatto troppo bianco e grande, ecco cosa diventa qui. Persino i peli hanno perso dignità, radi lunghi e macabri si piegano al contatto con quel tessuto liso e quadrettato.
Si vergogna della propria magrezza col figlio.
Si vergogna della propria magrezza col figlio.
La stanza è tagliata dalla tigratura delle persiane, un sole al disinfettante di aprile colora senza riuscirci arredi ospedalieri e arredi umani. Tutto ha le tonalità della pera frullata e del pistacchio, una gelateria cromatica di quart'ordine: ecco le pareti, lavabili lucide e bugnose come la crosta del gelato al cioccolato con le mandorle.
La faccia del 714 spicca nel vuoto, il novantenne Piero, fracassato con l'auto contro un palo, con l'ematoma color prugna dalle affascinanti cromature violacee. gli altri due ospiti della stanza, come lui, stingono al sole. Tumore al colon, tumore allo stomaco, blocco intestinale con occlusione totale e rottura delle costole con trauma polmonare e trauma cranico, il menù del quartetto.
La notte suo figlio lo assiste, muto, maledicendo la poltrona bitorzoluta e la sorte avversa, sente di essere buono, non riesce a crederci abbastanza. Non pensa troppo a lui, ha pur sempre trent'anni, non gli importa.
La notte è un susseguirsi di attimi, un patimento di aria, respiro, corpi che si svuotano senza pudore per la vicinanza e il gusto altrui. Ogni punto potrebbe essere quello giusto per riposare un po, strappare del sonno all'orologio, ma poco dopo non lo è più. Passi felpati nel corridoio, solerti e svogliate assistenti che accelerano in prossimità delle porte per non farsi beccare, per non essere richiamate. Ostinate solo a far mattina, sui loro supporti in gomma, a far colazione col buono dell'ospedale e ficcarsi nei proprio letto d'appartamento.
Quella lunga schiena lucida di lucertola, il corridoio.
sabato 17 gennaio 2015
Cassetto n°151
La testimone principale ha il giubbotto di una taglia più grande della sua, dice che le sembrava di aver trovato un pupazzo, come un manichino di donna, segato all'altezza del ventre, perpendicolare alla vita
Invitata a chiarire ripete che stava passeggiando con la bambina e col cane e ha visto quella cosa bianca, una sorta di mucchietto di stracci e carne, con la coda dell'occhio
- Ho sentito un lamento dentro, sembrava dicesse mamma papà, perché non mi avete dato la felicità, cosa vi chiedevo? Solo un lettino e un po di luce la sera.
Erano due pezzi: busto e cosce, gambe aperte, come a mimare di un atto sessuale, come un radar in ricerca di dio nella stratosfera, ci ha messo poco a capire che era tutto vero.
Ripete che sembrava come un manichino di donna, quella ragazza, non c'era sangue, solo posizione, le unghie iniettate di fango nero, i capelli tinti di rosso.
Vederle il viso cambiò la percezione dei fatti, tutta l'umanità di una bocca prosciugata e nera, spalancata, i denti, come gioielli lisci piantati male nella terra.
- Ma cosa ridi sciocchina, stai fuori tutta la notte nuda e non vedi come ti hanno ammazzata?
Un taglio nero le percorreva il volto, come inciso con un vetro da orecchio a orecchio, un sorriso che pareva dire non sono ancora bella?
- Si, sei bellissima, si vede ancora bene che sei bellissima, e tienili aperti bene quegli occhi, che ora arrivano i dottori della scientifica, e vedrai che bei giovanotti che sono quelli
Chissà che cercavi, in quella terra, forse ti han portata qui, ma non è certo successo qui, troppo pulita, sei stata ripulita.
Mi fai riflettere sulla mia vita o forse è perché anch'io, sto da anni, stesa a terra, a fianco a te, tu così grande e bianca da coprire il mondo.
Se sei del mio quartiere, magari abbiamo preso qualche caffè vicine, negli stessi bar. senza mai saperlo e forse ti invidiavo gli stivaletti di cuoio rossi.
Se sei del mio quartiere, magari abbiamo preso qualche caffè vicine, negli stessi bar. senza mai saperlo e forse ti invidiavo gli stivaletti di cuoio rossi.
Ho capito che mi dici di andare, il tuo corpo in due pezzi è come una freccia, punta diretta dalla parte opposta della mia, punta un sentiero, una valigia e degli stracci.
Poi mi porti alla banca e a comprare un biglietto del treno per nonsodove.
Poi mi porti a un lavoretto fortunato spuntato per caso dalla bacheca di un café, una piccola carriera sicura fuori da Los Angeles, un'esistenza che cresce lenta e felice, Guardare la Pontiac nera a rate, che protegge il portone di una casa, il cane deve mangiare e un sole che taglia.
Poi mi porti alla banca e a comprare un biglietto del treno per nonsodove.
Poi mi porti a un lavoretto fortunato spuntato per caso dalla bacheca di un café, una piccola carriera sicura fuori da Los Angeles, un'esistenza che cresce lenta e felice, Guardare la Pontiac nera a rate, che protegge il portone di una casa, il cane deve mangiare e un sole che taglia.
Nella mia stanza in affitto ti penso, che forse non eri lì per caso, tra milioni di altre sere, milioni di parchi americani, ti eri fatta scaricare in quel posto, proprio quando volevo fare un giro diverso, mentre il cane ficcava il muso nel fango fresco, forte sulle zampe e la bambina non smetteva di saltare a destra e sinistra, come una marionetta alzata e lasciata cadere da fili, ai bordi del sentiero.
venerdì 26 dicembre 2014
Cassetto n°150
Il 29 barrato non è certo il primo bus della mattina, sicuramente è il più affollato,
Entro schivando per quanto possibile i discorsi, i deodoranti, le cartelline degli studenti con le righe in plastica che sbucano come frecce.
Il 29 barrato è come una famiglia noiosa che ti tocca salutare ogni mattina prima del lavoro, con la differenza che non ho una famiglia e il lavoro l'ho perso da un mese.
Vedo due posti liberi e me li prendo, butto giù lo zaino da trekking da 20 litri che uso quando mi sposto da solo per Milano, diciamo che dentro ho tutto. Mi siedo nel bel mezzo raggio di sole.
Il sole mi scalda, ma fa salire quell'odore di rancido e polvere dai sedili in stoffa sintetica viola lavati male.
Il sole mi scalda, ma fa salire quell'odore di rancido e polvere dai sedili in stoffa sintetica viola lavati male.
Almeno non ho fatto colazione, cazzo. Chiudo gli occhi che mi pizzicano ai lati, tolgo le caccole con l'indice e immergo il naso nello spazio amniotico tra la manica della felpa e il polso.
Due studentesse parlano davanti a me, sono le proprietarie di quella traccia chimica olfattiva zuccherina che sta appestando buona parte della zona sud del bus, vaniglia e fragola, quasi meglio il rancido a sto punto.
- C'è troppo cloro in piscina, io li denuncio guarda che capelli..-
La più grande non ascolta, il suo sguardo è piantato sul bizzarro ometto che si è appena aggrappato al corrimano per obliterare.
- Mio dio, ma che testa ha quello?
In realtà tutto stanno guardando quel piccolo individuo, è entrato mischiato coi ragazzini delle elementari, l'altezza è la stessa ma non è certo un bambino. Cosa strabiliante, soprattutto, è uno che non si è mai visto prima.
Ha un'ossatura esile, delle gambe magre, anziane, la pelle sottilissima tirata sopra ai polpacci, che sboccano in un ridicolo trepiede, che ricorda le zampe di un volatile. Si muove a saltelli, come una linea tratteggiata e si viene a sedere accanto a me, mi sorride e china il capo, quasi fosse la cosa più normale del mondo. Ha un cranio semplicemente enorme, piantato come una zucca su una canna, le pelle sulle tempie è un velo, una guaina che copre un reticolo sterminato di venuzze viola scuro. Sopra i fori che suppongo gli servano per ascoltare spesse formazioni romboidali di materia cheratinosa, squame direi.
Smetto di guardarlo, temo di offenderlo, si è girato e osserva corso Sempione dal finestrino, sembra una lucertola, un abbozzo di bocca appena sufficiente a permettere l'ingresso di una cannuccia per bere, il naso poi, quasi non esiste e due occhi enormi scuri, inespressivi, orientali, quelli di una lucertola, penso.
Stringo lo chiavi in tasca, poi non so come mi viene in mente che oggi c'è l'affitto da pagare, che ansia, sono una ramo secco piantato in questa palude di merda.
Ma come faccio a penare a queste banalità, ho un alieno seduto a fianco e.
Ma come faccio a penare a queste banalità, ho un alieno seduto a fianco e.
- Biglietti….
No, io poi non pago poi se vogliono i soldi mi mettono a posto quella cazzo di lavatrice, o col cazzo.
- Biglietti…..
- Ah si ecco!
Me lo ispeziona e si toglie dal cazzo
- Controllore scusi...
Indico con un cenno la strana creatura seminuda appoggiata accanto a me
- Senta qui dentro ci scopano, si drogano, ho visto gente contrattare appartamenti, cucciolate di dobermann, non mi importa nulla, se ha il biglietto, e ho controllato prima che ce l'ha, per me è a posto. Buongiorno.
- Controllore
- eh?
- No, niente
domenica 21 dicembre 2014
Cassetto n°149
Ogni volta che mi viene voglia di caffè mi accorgo che ho finito le cialde, se in questa casa la felicità si potesse misurare in caffè, sarei fritto.
Mi riassumessero alla fabbrica, giuro al mio dio del comodino, che berrei almeno tre caffè in meno, tutto questo per ingannarmi dal fatto che sto solo aspettando il suono di quella porta.
Mi riassumessero alla fabbrica, giuro al mio dio del comodino, che berrei almeno tre caffè in meno, tutto questo per ingannarmi dal fatto che sto solo aspettando il suono di quella porta.
Osservo l'appartamento, sistemo dei libri che si sono accasciati sulla mensola, lasciano una scia di polvere ben sfumata e mi sorprendo di fare fatica. Non sembro lo stesso che muoveva chili e chili in palestra appena due anni fa. Due manubri in realtà li ho comprati, son sul tappetino vecchio del bagno, in garage, ma son talmente lucidi e freddi, che non me la sento mai di prenderli in mano. Bisognerebbe darli a qualcuno da usare per qualche anno, allora si, che diventerebbero belli ruvidi, opachi, più piacevoli da impugnare.
Qualcosa gira nella porta, Marisa rientra
- ciao
- Allora com'è andata?
Silenzio, odio poche cose più delle risposte negate, le odio anche più del freddo, Marisa lancia la borsa sul divano e si butta sulla poltrona è elegante nel ritrarre le gambe sul cuscino, riesce a farlo mentre si sfila entrambe le scarpe in perfetta sincronia. ploplof.
- dico…com'è andata?
Mi guarda come si guarderebbe un verme galleggiare nella zuppa
- Tanto so cosa pensi, ma ne abbiamo bisogno, è un lavoro
- è ben altro
- dare piacere a un disabile non è nulla di male
- è sesso a pagamento
- ma mica mi paga lui, mi paga il servizio sanitario nazionale
Alla conclusione della sua frase ho un semimancamento, penso alla mia ragazza mentre cerca di eccitare un giovane paralizzato indossando un guanto mentre lui sfoglia delle riviste porno.
- Lo guardi mentre lo fai?
- No, non è necessario
- Parlate?
- è tetraplegico non muto
- cosa vi dite?
- Oggi ha messo su della musica
- Quante volte lo devi vedere ancora?
- Per ora non lo so, senti piantiamola, lo sapevi che lavoro facevo quando mi hai conosciuta: sono un assistente sessuale per disabili, abbiamo un albo professionale dio cristo!
Marisa decide che abbiamo parlato troppo e dobbiamo ascoltare l'arringa di un avvocato nella serie doppiata male del pomeriggio di canale cinque, poi si risveglia.
- la posta?
- cosa?
- dico, nel tuo pomeriggio intenso, sei riuscito a mandar almeno la raccomandata?
- ...mi sono dimenticato
- e poi mi dici che non ti vogliono riassumere
- scusami Marisa, ero troppo impegnato a pensarti ad impiastricciare di pomata l'uccello di un tetraplegico nel tentativo di farglielo rizzare
- ah non ho fatto mica troppa fatica, sai
- brava, ce l'aveva bello duro?
- direi come le staffe della sua bella carrozzina
Il formicolio mi prende la punta delle dita e si irradia caldo al palmo della mano, lo conosco bene, quando lo sparring partner mi mostrava la bella guancia muscolosa era il segnale di colpire dritto con un jab. Riesco a trattenermi, provo un breve moto di orgoglio. Decido di attaccarla sul suo campo e scovo una pagliuzza di ironia persa nel torrente del risentimento
- Beh avrete sbrigato in fretta con quel nuovo mascara sei davvero stupenda
Lei accusa il colpo, non si aspettava una gentilezza, ma Marisa è una vecchia iena
Lei accusa il colpo, non si aspettava una gentilezza, ma Marisa è una vecchia iena
- Si ha fatto abbastanza presto e come vedi dal mio occhio arrossato ne aveva parecchia da smaltire.
Ok non ce la faccio, pensare troppo a certi dettagli mi fa un cattivo effetto e lei mi conosce bene.
- mi alzo, esco a bere un amaro
Lei è già piombata nella nuova puntata di Criminal Minds, modello non vedo, non sento, ma pungo.
- fai un po' quel cazzo che vuoi
Non riesco ad infilare la giacca, sempre troppo stretta di braccia e uscendo il gomito urta inavvertitamente l'orrendo cerbiatto candido di ceramica, suo regalo di comunione.
- Amore, è caduto il cerbiatto, amore ho rotto il cerbiatto.
- Nooooooooooo
Tante troppe volte ho sfiorato il cerbiatto, accarezzando questo recondito desiderio di frantumarlo, questa volta è avvenuto davvero
- Una disgrazia, scusami, sono sconvolto
- Sei uno stronzoooo
- Scusami amore, il giubbotto, è stata colpa del giubbotto
- Vattene via, per un po', fai un giro, chiama un amico, è l'unico oggetto a cui tenevo in questo porcile, e tu lo odiavi, lo so
- Non odiavo Pietro il cerbiatto
- Ora non chiamarlo per nome, non prendermi per il culo. Esci da questa fottuta topaia
- Se non ti piace la nostra casa, amore, puoi sempre affittarne una più grande col tuo nuovo stipendio
giovedì 11 dicembre 2014
Cassetto n°148
Puoi nasconderti bene se fai bene una cosa, anche alla Nike puoi scappare, anche a tutta una città che brama per averti
La Nike non mi lascia pace: vogliono la firma, una nuova pubblicità degli scarpini PROTOUCH-7.
Il mio avvocato decreta ancora una settimana, una settimana prima di accettare, che mica potrai rinunciare a due milioni così?
Il mio avvocato decreta ancora una settimana, una settimana prima di accettare, che mica potrai rinunciare a due milioni così?
Oggettivamente tre soli tacchetti sono una stronzata, ma gli è uscita così, stanno spingendo tantissimo quel modello e a me chiedono solo delle foto con le scarpe addosso, poi monteranno un sofisticato video al computer, la fine si avvicina.
Esco dallo studio medico, mi serviva saperlo con chiarezza: la mia carriera è finita, ho abbastanza soldi per tre vite, ma non giocherò più con questa caviglia. Fumo una Marlboro dopo dieci anni, gran finale.
Il radiologo era più dispiaciuto di me, mio figlio tiene per voi...forse con delle terapie ritardiamo, cose che accadono e continua a rimescolare le carte.
Il radiologo era più dispiaciuto di me, mio figlio tiene per voi...forse con delle terapie ritardiamo, cose che accadono e continua a rimescolare le carte.
Torno sempre a Tor Bella Monaca, dopo gli allenamenti, spengo il telefono due chilometri prima, mi metto una berretta ed entro nel mio primo appartamentino. Qui è dove sono nato, il portone è rotto da sempre, orologio fermo al muro, non servono chiavi. Parcheggio all'ex macello, salgo tre rampe a memoria, stomaco liscio come lisci i gradini. Lo tengo per coltivare la mia passione, questo posto.
La mia passione è Gloria, ha ventidue anni tra un mese. Gloria non esce dall'appartamento da quattro anni, anche prima, ero riuscito sempre e tenerla lontana dalla vita reale. Mia e sua, Gloria è un'esperimento, ovvero un esperimento della mia oltre-vita.
Veniva a vedermi, primi allenamenti al campetto del quartiere, avevo sedici anni, lei dieci, mi disse che si era innamorata, una sera davanti a una granita.
Lei non era bella come le altre, ma a me ci teneva davvero, era ossessionata da me, finché arrivò il primo ingaggio, io partì per un ritiro vero, sarò tua per sempre, mi disse, non voglio essere tua moglie, né uscire insieme, ma tienimi vicina. in qualche modo, in qualunque modo. Tienimi sempre-
Il compromesso arrivò così, da solo, per gradi, un quasi amore
Non dissi nulla a nessuno e le diedi le chiavi di questa piccola, immensa casa, che è dove è partito tutto, mentre mi costruivo una vita.
Più io diventavo un personaggio, più lei si ritraeva, mi chiese imbarazzata se potevo mantenerla, risposi di sì, lei lasciò il lavoro. Voglio trenta euro a settimana, non mi serve altro.
Te ne potrei dare tremila.
Trenta bastano, signore.
Mi sposai con un'altra donna, che amo, un'insegnante bellissima e colta, che mi ha dato tre figli sani, ma Gloria restava una parte della mia vita. Provvedevo a lei, aggiustavo la caldaia, portavo una pianta per il terrazzo.
Come stai amore?
Bene Paolo, ha portato il gattino?
ah no amore, purtroppo non sta ancora bene
Passiamo insieme due ore, tre pomeriggi a settimana, ho tutto il necessario e lei mi prepara un pranzo o una cena, metto dei dischi, Battisti e Mina. Sta bene con me, vedo che tiene le mie foto, ritagli di giornale, non mi chiede nulla della mia vita, per lei è sempre il 2000, questa cosa anziché spaventarmi, mi riporta all'equilibrio.
Mia moglie non sa nulla, nessuno sa nulla della faccenda, neanche i miei più intimi amici, ma oggi è successo qualcosa, e devo darle una brutta notizia, so che è uscita
Ero qui sotto e ho preso il pane, hai detto qualcosa a quello del pane?
No
Se mi menti me ne vado e sai che non mi vedrai mai più
lei si agita, le cade la ciotola dell'insalata, tremo
Parlavano di macchine, così ieri, e delle BMW e delle Jaguar e niente
Cosa hai detto Gloria?
Ho detto che per me sono meglio le BMW, perché dice sempre che le Jaguar, a parte gli interni, sono un disastro nell'elettronica.
Hai detto che ci conosciamo?
Ho detto di si
Hai detto che vengo qui?
No, solo che ci conosciamo
Non abbiamo mai fatto l'amore, non me l'ha mai chiesto, io non ne ho bisogno, eppure ci amiamo lo stesso. Vedi che non serve scopare per stare insieme. Mi direbbe una voce saggia nella testa.
Se va tutto male fuori, io so che ho lei, e forse devo ammettere per quanto io sia centrale nella sua vita, io non saprei cosa essere senza di lei.
Lei forse sa legarsi ancora alle piante, agli angoli di sole sul lato del palazzo, le sue piccole passeggiate fino al corso. Io in realtà son solo senza lei.
Non potrò più giocare Gloria
Cosa dice il medico?
Non adesso, ma piano piano, un anno, forse
Mi fermo al lavello, dalla finestra i palazzi squarciano un sole pesante, Tor Bella Monaca mi serve, è una malattia che profuma di sapone e di preghiera.
Mi fermo al lavello, dalla finestra i palazzi squarciano un sole pesante, Tor Bella Monaca mi serve, è una malattia che profuma di sapone e di preghiera.
Si accuccia sul divano di velluto verde, è un feto e sta lì, il disco stacca su Fiori rosa fiori di...
Mi avvicino, dall'alto provo invano ad abbracciarla, la disintegrerei, resteremmo su quel divano per sempre, e in quel momento la sensazione è forte: non posso andarmene da qui.
Gloria, vieni qui, andiamo al cinema
Gloria, vieni qui, andiamo al cinema
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