venerdì 31 ottobre 2014

Cassetto n°142

Ho sempre invidiato i modi spicci e violenti dei vecchi, in particolare nel trattare le situazioni scomode. 
Ricordo che avevo sette anni e stavo uscendo, quando vidi qualcosa di nero attraversare la stanza: un topo enorme, in casa.  Quella sera avvertì i miei, ma nessuno sapeva cosa fare, veleno non ce n'era, casa mia è un cumulo di scatole, mobili e zone inaccessibili, con fatalismo decidemmo di lasciare al caso l'incontro successivo, se non per una stentata trappolina a molla, con relativa crosta di formaggio, piazzata in garage.
Non passarono molti giorni che, sempre uscendo, sentì qualcosa muovere in garage, e lo trovai lì, in mezzo alla stanza. Stava in piedi sulle zampe posteriori, per nulla intimorito da me, mi fissava, quasi che mi chiedesse il motivo della mia presenza in quel luogo. Il sorcio mi stava a debita distanza, eppure continuava a strofinarsi le zampette, ad accarezzarsi, tutto preso dalla sua pulizia, nel bel mezzo della digestione di qualche lauto pasto sottratto con l'inganno.
Pur provando ribrezzo scattai verso la bestia, che, trovandosi bloccata nella fuga, riuscì solo ad arrampicarsi sulla colonna della la carrucola coi pesi per sollevare la saracinesca e vi si infilò dentro, con un tonfo. Plof!
Il topo si trovava ora nella colonna e lo sentivo là dentro, zampettare disperato con le unghiette nella lamiera. Era una situazione strana, si era intrappolato da solo, ma come eliminarlo? Come ristabilire l'ordine, senza lasciarlo morire e decomporre là dentro? Oltretutto avremmo usato la saracinesca, al più tardi, la sera stessa.
Passava allora nonno Attilio, di ritorno dal quotidiano giro in bici, lo chiamai e venne subito a vedere dove si era infilato il topo. Rimase pochi secondi a scrutare la colonna, ben attento a capire dove si trovasse il roditore, poco dopo disse ritorno!
Andò a casa sua, che dista pochi metri dalla mia e tornò con un paio di pinze. Poi mi chiese una scala e la piazzò proprio davanti a dove poco prima era salito il ratto. Mi guardò con serietà, allora al tre tu apri la saracinesca, ok?
io annui.
Tre! Io alzai la saracinesca con un fischio e immediatamente mio nonno stringeva il muso del topo con le pinze, lo guardò per un istante e senza accennare nulla ruotò le tenaglie fino a quasi staccare la testa del poveretto, ormai ridotta a un inutile involucro senza consistenza.
Rimasi a bocca aperta sia per la crudeltà che per la velocità dell'operazione. Chi ha visto un topo muoversi sa di cosa parlo.
Mio nonno ne uscì pulito,  il topo ne uscì morto.
Capimmo dopo che, lo scatto felino del nonno, era stato favorito dal fatto che la coda del topo era rimasta incastrata tra cavo e carrucola, ma questo non tolse la forza evocativa della scena in sé, né, al nonno, il merito della perfetta riuscita dell'operazione.
E questo è più o meno tutto quello che ho da dire sulla faccenda del topo.



martedì 28 ottobre 2014

Cassetto n°141


Anche quella sera era voluta andare a cena da sola. Lui si rigira quel foglietto spiegazzato tra le mani, bic blu, caratteri minuscoli: "...vorrei essere presa da due uomini, prima a turno, poi contemporaneamente, e non vorrei vedere chi sono"
Il fastidio è un filamento che gli sale nello stomaco, prima liscio e sordo, poi diventa un boato, resta fermo lì, a bollire.
Non può averlo scritto che lei, è il suo quaderno, la sua minuscola calligrafia.
Leggeva tanto tempo prima, in un opuscolo dozzinale di psicologia, che si scrive ciò che si vuole confessare, un modo di espiare le proprie colpe, riducendole a pensieri.
Se fosse successo davvero, lui l'avrebbe capito, era solo una situazione fantastica, un test che la sua mente adulta avrebbe dovuto cancellare all'istante. Il fatto che fosse immaginazione, però, diede alla cosa una potenza spaventosa, non era un gioco tra loro, non era un messaggio provocatorio parte di un quadro erotico condiviso. 
Aveva semplicemente captato qualcosa che non doveva esser lì, un foglietto da buttare, aveva spiato dentro un pensiero lasciato aperto.
Pensò a sua moglie, alle sue abitudini: una donna non ripetitiva, che emanava un forte fascino, si sentì stupido, con quello scarabocchio in mano. 
Aprì il frigo, nessuno aveva fatto la spesa, sul piano del lavello, a scongelare per lui, ali di pollo e insalata di ananas. Aveva sempre cercato di legarla a se, con le sicurezze che le aveva offerto: una casa comoda e nessuna nuvola all'orizzonte, tessere per la spesa, tessere per la palestra, tessere per parcheggiare, di tutto, per restare nel suo letto. 
Ogni cosa, nel comportamento di sua moglie, era un chiaro segnale di indipendenza: la macchina nuova, il continuo bisogno di emanciparsi, uscire dalla città per incontri con le amiche e il telefono, che la seguiva ogni passo. 
Era una di quelle che avevano ceduto tardi allo smartphone, ben più avvezza a presentazioni di libri e carta scritta. Ma da Natale era comparso quel telefono, a seguirla ovunque. 
Mamma, così possiamo sentirci gratis, Maddalena, loro figlia, le aveva dato l'alibi. 
Un oggetto che gli era interdetto.
Lui, che aveva bisogno di una tana, di una donna rifugio, da coprire di attenzioni e riguardi, con la quale passare la sera, un calice di vino e le previsioni per il futuro. Lui che credeva di saperla amare, ma forse ancor di più di saper accogliere e custodire, non era stato stato che una custodia, per lei.
Quel biglietto cos'era? Un'infezione, frutto della noia casalinga? Oppure era luce, spazio, visione e libertà?
Avrebbe davvero desiderato quel tipo di approccio, con degli sconosciuti? Che magari la picchiassero, la stuprassero? L'esatto contrario delle sue pazienti carezze, degli interminabili minuti, della premura con cui adoperava la lingua, per farla venire. 
Avrebbe voluto fossero sporchi, due immigrati, magari, un giovane e un vecchio, per sentire, com'erano dentro di lei, bene, gente che poi, la sera, sarebbe andata ad ubriacarsi, mentre lei si passava una salvietta tra le cosce, ancora tese per l'orgasmo, per affrettarsi a tornare a preparare una cena ipocalorica.
Il fastidio allo stomaco era ora palesemente mutato in un attacco di gastrite, il pollo, gocciolante, restava sul lavello.
Non sapeva esser tanto geloso, un corpo giovane, colmo della propria spontanea capacità, sarebbe uscito, sarebbe andato a bere, con una segretaria. Ma ora, che giovane non era, sentiva il dubbio, un misto di vertigine e colpa, su cosa aveva investito finora? Su di lei, ora lo sapeva, non soddisfatta, che fissava pensieri su fogliettini, pensieri di sottomissione, di degrado, chissà quanto tempo rifletteva, su quelle immagini, sulle sensazioni procurate dallo stupro di gruppo.
La donna è qualcosa di molto volubile, molto più falsa di quanto lei stessa sappia di essere, pensò tra sé. Accese la televisione, l'appetito era passato, e anche il mal di stomaco, davano la Sottile linea rossa, anche se era già a metà.

Sprofondò nel divano, il completo da ufficio ancora addosso, un'accenno d'erezione per quei pensieri intrusivi e scoreggiò rumorosamente, la casa gli rispose solo con silenzio.
Gli era dispiaciuto, in fondo, di aver avuto una figlia femmina, con lei non si sarebbe confrontato, un giorno, sul peso del proprio ruolo, intanto, goccia dopo goccia, il pollo scongelava.

martedì 7 ottobre 2014

Cassetto n°140

2001: una scatolina di cartone, di fianco allo specchio, ci tieni il pettine, lacca, olio di lino, olio di monoi, arachidi e sigarette, vuoi essere ordinato, con tutte le tue robe.
Nessuno lo sa, cosa ti hanno fatto, non sei certo una bambolina, così elegante, coi tatuaggi e l'abbronzatura atomica, fai quasi paura.
Carne de macello, pensi.
La camicia è tesa tra le spalle enormi, ti osservi serio: corrughi la fronte, sembra un campo arato. 
I capelli sono meno, ma i colpi di sole aiutano, è luglio e il caldo ti rende un appena appena meno nervoso.
Non hai molto da fare, con calma, lisci e rilisci quei pochi crini, fino a renderli perfettamente vaporosi, posi la spazzola, il sole alla finestra ti mette di buonumore, ti ricorda i primi lavori, le scorribande a San Benedetto del Tronto, discoteche e jeans a zampa stretti.

1983: Siete una bella tribù, siete invincibili, è il periodo che al bar, mentre pulisci, ti arriva quel lavoro: vuoi fare il modello?
Un ragazzo bello, troppo bello per stare a Fratte Rosa, al bar, dice tua tua mamma, la sera, davanti a Dallas. 
Non voglio vederti invecchiare, a un tavolino, a morire di MS.
Sei così magro e bello, fai tenerezza, vestiti come un cowboy, un uomo da marciapiedecome Jon Voight.
Metti in garage la tua Diana e prendi i primi treni, senza rimborso spese, fai quello che ti dicono. 
Il viaggio più lungo che avevi fatto prima, un'estate a Riccione, al Cocoricò. Ti portano in un set fotografico, in tutto un paio di scatti, che poi finiscono negli studi giusti. 
La tua piccola Agenzia ha un tizio, che su di te ci scommette, ti trova una stanza a Milano. Il primo giorno ti perdi in metro e manco arrivi al set.
I giri sono quelli, ogni sera il tuo appetito provinciale trova ristoro nei buffet di polvere e di seni penduli della Milano più avvizzita. Ti scopi le vecchie, o quello che ne resta e le cose iniziano piano piano a spianarsi.
I primi viaggi, i voli: Europa, non guadagni molto, ma sei spesato: soldi e droga, e quelli portano donne, più di quante puoi contarne.
Ti danno sempre qualche pacchetto, da portarti dietro nei voli e da consegnare agli autisti, che ti aspettano al gate, qualche bustina che non apri mai. A te interessa come ti senti in quella vita, non farci i soldi.
Pian piano iniziano ad affiancarti Alfonso, di Brescia, è più vecchio di te, un modello anche lui e ti accorgi che è la tua ombra.
Hai ventitre anni, quando ti beccano, a Marsiglia, dove si può far di tutto, ma non esser beccati per droga.
Sei poco fuori dall'aeroporto, ti seguono e trovano i pacchetti nel doppio fondo della tua borsa da palestra, a colpo sicuro questi vermi francesi, intuizioni per nulla frutto del caso o di talento investigativo: il cane, non si era neppure mosso.
Con un italiano non saranno leggeri, finirò dentro. Ti danno un avvocato, un cretino senza giacca, uno che si presenta in polo, quello si presenta in polo, santoddio.
Fai la tua chiamata e a casa non rispondono, i tuoi sono nei campi, la vendemmia. Non te ne concedono un'altra, perché dovrebbero.
Qualcosa non torna, con l'avvocato non vi capite, parlate di fretta e non vi capite. Ti riesce solo a dire di stare calmo, che devi passare lì qualche notte, poi tutto andrà a posto.
Un paio di giorni si, ma si mette male, sei l'unico bianco nella cella di sei immigrati,  negri alti come pali della luce, sono le tre di notte del terzo giorno, quando devi per forza chiudere gli occhi, reciti a te stesso che, di lì, non ne esci vivo.
Il processo è breve, una mattina di pioggia, non parli neanche, prendi tre anni senza condizionale. Ti mettono in una cella di gente che non uscirà mai, ti senti fottuto. La prima notte di definitivo, ti rompono i denti a bottigliate, per fartelo succhiare senza problemi.
Qua dentro ci sono delle bestie, carne da macello, tutti minimo hanno ammazzato qualcuno, molti han l'ergastolo, è solo un gioco di spazi, ma tu non ne hai, di spazio,  non hai diritti, quindi sei loro proprietà.
Ti violentano ogni sera, poi iniziano anche di giorno, ti si passano come una sigaretta, nelle docce, in giardino, lavanderia. I detenuti non parlano di te, dopo un pò non si girano nemmeno più dall'altra parte.
Quando sei solo, pensi ai tuoi titolari, ti hanno venduto, hanno fatto loro la soffiata. Han beccato te, con quei pochi grammi, così è potuto passare Alfonso, con un chilo, forse due, di coca. Sei stato l'agnello sacrificale, parte del gioco, carne da macello e ora paghi, con un asciugamano in bocca e le sigarette spente sulla schiena.
Merce di scambio, carne da macello.
Dopo un pò impari a rilassare bene lo sfintere, impari che avere un corpo non è davvero così importante, ti trovi a vivere altre vite, altre epoche, diventi un'astronave tra le stelle, che vive storie di altri, in diverse epoche e paesi lontani, ma mai lì, mai più lì...
Al rientro da quei viaggi ti trovi sempre più strano, non ti importa più: di succhiare un cazzo o tagliare un nuovo arrivato con un vetro, per un pacco di sigarette. Persa ogni sembianza di quel che eri, ti lasciano finalmente stare. 
Dormi la prima notte serena, dopo otto mesi esatti. Non interessi più, sei solo parte di quel posto, come i lavandini e le macchie di caffè sul pavimento. Ora puoi stare in palestra, ogni giorno, almeno quattro ore, muti corpo, diventi un altro, Roberto muore del tutto.
Sei dentro da un anno e mezzo, quando l'avvocato di Roma che hanno mandato i tuoi, comincia a parlare di riduzione di pena, non sei certo intelligente, ma qualcosa là dentro hai letto, e capisci che, di per se, è una possibilità reale.

14 novembre, esci, il giorno dopo sei in Italia, il giorno prima della fine del secondo anno.
Sei tu, non sei più tu, conoscenti per strada non ti salutano, hai messo venti chili di massa, hai perso i capelli, dimostri quindici anni in più.
Come un pupazzo drogato, ti trascini sulla solita scala, è come entrare l'ultima volta dentro la vecchia fidanzatina: non ti dà piacere, solo distacco.
Ti siedi fuori dal ristorante "la graticola" e accendi un MS spiegazzata. Ci starebbe di piangere, ma non ci riesci, appoggiato al tavolino.
Carne da macello, esce dalla tua bocca, scritto col fumo.
E allora ti ricordi, dove hai hai lasciato la vendetta: nello stesso posto in cui hai nascosto una katana.




lunedì 22 settembre 2014

Cassetto n°139

linea che brucia, tu lo sai cosa è successo?
erano coltellate, Pietro, solo coltelli
e mi hanno preso?
no, ti giuro che non ti hanno preso
gli amici?
scappati
ho freddo
sei qui da ore, dormivi
ehi, allora mi alzo
no aspetta, aspetta un pò di caldo
allora non mi dici la verità
non ne hai bisogno, sono qui io
qui dove?
dodici centimetri, nel tuo cranio
c'è molto bianco
siamo nell'acqua, Pietro
non bagna
non deve bagnare, deve scorrere
io volevo dormire per sempre
no tu volevi un vento che diventasse eterno
io lo so che lo sai cos'ho
che presunzione, capire le cose
ti dò il permesso, dimmelo
non lo so
quella roba sparsa per terra, cos'è?
è la tua testa Pietro
il caldo non arriva
so che arriva
un cuore che batte?
non serve
libero?
libero


sabato 13 settembre 2014

Cassetto n°138

Crescevamo così, insieme, nella miseria più nera e nella fatica: io e Giannino, poveri in tutto e scapoli, scapoli delle stagioni passate a lavorare una campagna fredda e desertica. Il raccolto sempre scarso e il risparmio, su tutto, risparmio sul risparmio del risparmio. Non ci eravamo potuti sposare, non c'erano le scarpe giuste e poi costava tutto troppo e una donna levava tempo al lavoro.
Mezz'ora fa è passato Dante, ha messo la macchina sotto la mia finestra e, senza neanche spegnere il motore, me l'ha detto: Giannino si è impiccato, pare, ad una trave del garage. Non un biglietto, nessuno l'aveva sentito e doveva ancora raccogliere l'uva. 
Per un periodo, Giannino, prima della  faccenda del carretto, era stato probabilmente il mio miglior amico.
I nostri possedimenti erano allineati sull'unica striscia di terra infertile tra Cesena e Bertinoro, posti su un'area inspiegabilmente rocciosa, tra la friabile terra della Romagna, un'antica linea di centuriazione romana, che proprio i nostri avi avevano, per disgrazia, pensato di abitare.
Magro, più alto di me, mani grandi e nocche usate dagli attrezzi, Giannino, figlio di Renzo, abbronzatissimo nei suoi sessant'anni di rinunce, indossava sempre e solo un maglione di lana verde. Il caldo è una condizione mentale, la sua frase preferita, seguita da un bello sputo diretto sul culo di uno dei miei poveri gatti, di solito quello grigio, che aveva avuto un problema alla nascita.
Mi ricordo di quella volta che pedalò di rabbia verso casa mia per chiedermi il carretto. Anche se stavamo a diversi  chilometri, lui veniva solo in bici - la Panda la uso solo per andare a Cesena, non deve superare i seimila chilometri, diceva, o non me la valutano niente.
Alla gente di qua non piace chiedere la roba in prestito, se lo fa, il peso dell'onere resta per anni un peso che schiaccia le coscienze, per questo era nervoso.
Frenò di taglio sull'aia del podere, scese, puntandomi secco, con un dito che indicava dietro la casa:
- ...ho tolto la vigna!
- Ma bravo
- Ce l'hai ancora quel carretto, quello di tuo babbo?
- Si, è là, sta dietro al Landini
- Mi vorrebbe per un lavoro quel carretto
- Ah prenditelo pure, lo attacchi al Same e te lo porti via, mi fai un favore

Ora, una roba vecchia, da buttare, assume, nell'ottica del contadino, il valore intrinseco del tempo e dell'uso già fatto: è una cosa affidabile, immediatamente, una cosa "buona"
Fu un'idea ardita, la mia: l'impulso di cedere il carretto a Giannino, ma ero nervoso per i peschi, che si ammalavano tutti e per il gran umido, che mi faceva scrocchiare le ginocchia. Troppa pioggia e la mia testaccia.
Il carretto era più unico che raro, in realtà, sia per dimensioni, sia per abilità ingegneristica, Giannino, che scemo non era, ci girava intorno, mani dietro la schiena, i peli della sopracciglia fin davanti agli occhi.
- ...e come lo sposto sto canchero?
Le ruote sfonde, le assi marce e tarlate, ma Giannino, che scemo non era, ne intuiva il valore: sotto quello scempio, infatti, sottili tubi in ferro non ancora arrugginiti, saldature fini, precise come un ricamo, innesti perfetti. Meccanica di una volta, quando, di roba, se ne poteva fare poca e dovevi farla bene per forza..
La sensazione rimase in sordina, negata prima di tutto a me stesso, ma fu quella sera, a cena, alle cinque e mezza, mentre la Venier rideva come un'oca, spaparanzata sulla poltroncina rossa di Domenica In, che mi resi conto dell'infame sventura che mi ero tirato addosso.
Quel carretto mi serviva.
Poi, inquadrarono Giucas Casella.
Il carretto mi sembrò, in un istante, l'unica cosa dotata di un un senso, l'unico vero ponte, adulto ed affidabile, col vecchio mondo di mio padre. Anche da un punto di vista estetico, tutto il giardino avrebbe perso molto, per non pensare che ci pisciavo contro, ormai, da trent'anni.
Era dura, rimangiarsi la parola data, a lui, che a queste cose ci guardava. Lasciai sprofondare il cucchiaio nei fagioli, si perse col mio appetito. Pensai a Giannino, che, certo, scemo non era.
Rancore e tristezza, mentre i gatti, sotto la finestra, arruffati, si azzuffavano per leccare per primi una scatoletta di tonno vuota. Lanciai di sotto l'elenco telefonico di Forlì Cesena, beccando in testa quello grigio, il meno simpatico.
Un bel problema: Giannino era uno serio, lascia stare che non avesse il telefono in casa e vivesse senza pavimento, coi polli in salotto, per Giannino nutrivo un profondo, stratificato rispetto.
La notte non chiusi occhio, sarebbe arrivato domani, alle sei e mezza, col suo bel trattorino FIAT arancione, a portarmi via quel che era mio.

Il rumore del flessibile, sui tubi, incideva la notte, qualche scintilla, speravo di non rovinare nulla, mente sezionavo i tubi del carretto, separando quello che l'uomo aveva unito, trent'anni prima. Raccolsi i tubi accoppiandoli secondo le lunghezze, li accantonai nella rimessa le assi le bruciai nel fosso, ormai inutili. Ora il carretto non era più tanto imponente.
Feci rotolare le quattro grosse ruote dentro la stalla, due nel magazzino, due tra i polli. Ogni pezzo, raccordo, vite, rondella, venne suddiviso in cassette di legno secondo un ordine preciso, che catalogavo nella mia memoria. Solo alle cinque e mezza, goloso del lavoro fatto, mi regalai un bicchiere di sangiovese: ero un matto, ridevo, madido di sudore, davanti al sole che sorgeva, le mani sui fianchi, come il nostro duce.
Nessuno avrebbe più usato quel carretto, né l'avrebbe rimontato mai, era questo l'assurdo, che per tenerlo, avevo dovuto distruggerlo.
Puntuale come la bolletta, alle sei e un quarto, il trattore di Giannino imboccò il viale di casa.
Gli corsi incontro, mani nella testa:

- Fata roba, Giannino
- che è?
- Mi han rubato il carretto, stanotte
- ma chi?
- i rumeni ubriachi
- gli ubriachi?
- Ma si, dell'Est, a Lucio gli han fregato l'amaca, il mese scorso
- e sèl?
- Un quèl par riposès
- sa dit
- am spìs nà masa, ma mica par mè, an valeva un caz! Par te, par al tu viti...e tù lavor...

Giannino, dopo aver blaterato un pò, tra se e se, alzò la mano in un cenno mesto di saluto e, buttando la testa indietro, mise la retromarcia, si strofinava la manica del maglione sotto il naso, sembrava davvero preoccupato.
Sapevamo bene entrambi com'era andata, probabilmente si chiedeva come avessi potuto farlo in una sola notte, questa domanda inespressa segnò un distacco, fatto sta che non lo vidi più.
Io, dal canto mio, quasi soddisfatto di me, aprii una scatoletta ai gatti, e mentre portavo via quello grigio, che tanto non aveva appetito, decisi che mi sarei andato a fare, da lì a pochissimo, il secondo bicchierotto di vino.



domenica 10 agosto 2014

Cassetto n°137

Le zebre sono ottime compagne di sbronze, ma non puoi andartici a nascondere insieme

Fisso le immagini di Gaza alla televisione, sembra il film di qualche regista impegnato spagnolo, quelle luci, non devono riprendere tanto bene le luci, o tutto rischia di apparire irreale.
Gli amici mi lasciano un messaggio in segreteria, si, la tengo ancora, ovvio che sia inutile, col cellulare, ma che c'è di male, ad avere la segreteria? Ho imparato a stare solo, in casa mia, quest'inverno, lascio il pacchettino sul tavolo dell'ingresso, ho quaranta minuti, sta arrivando il catering: è il compleanno di Caterina.
Penso a questo regalo da quando l'acquistato, Eleonora, la vecchia gioielliera, aveva qualcosa di ossessivo, nell'insistere perché prendessi proprio questo. Lei conosce Caterina da una vita, io ero stanco, mi sono fidato.
Nello schermo, un bambino in braccio, gli esce l'osso della gamba, è color piombo, sembra un giocattolo, ma ho fame, mi faccio disgusto da solo e spengo lo schermo.
Potevo spendere anche meno, tanto è tutta aspettativa, bastava un peluche, magari questi orecchini non fanno neanche figura, mi costano uno stipendio e magari non le piacciono, magari era meglio andare alle terme. 
Non è periodo: casini al lavoro, per entrambi, ma sorrido, sta arrivando un'ottima cena giapponese, qui, tra poco, ho persino ordinato tovagliette a tema e vino bianco.
Stiamo affrontando un periodo nero, sempre in ufficio, ai capi opposti di Milano.
Perché quei cazzo di orecchini? Non li metterà mai, poi.

Il gatto balza dentro, sembra quasi scontento di vedermi, sperava fosse lei, personalmente cerco di farlo aspettare sempre molto, per mangiare, mi diverto a portarlo al limite. L'odio nei suoi occhi gialli è denso come budino. Mentre l'acqua comincia a riempire la vasca mi scaldo qualcosa: due pezzi di pollo di ieri e un fondo di Peroni rimasta fuori frigo
La segreteria gracchia: amici mi dicono che mi sto perdendo ogni concerto, quest'estate, ed è così, è vero, mi sto perdendo davvero tutto.
Qualcosa gratta nel pacchettino, dentro, ma non posso essere già sbronzo e le allucinazioni, qui, non c'entrano con la birra, il gatto scappa dalla finestra, un razzo, pazzo come me.
Non resisto, cosa si muove nel pacchetto? Scollo leggermente l'adesivo della gioielleria, la carta patinata color avorio si apre da sola, come un fiore, esce il cofanetto in cuoio rosso. Lo tengo in mano, la carta tocca terra, cristo trema, vibra sul serio.
Faccio scattare il pulsantino, CLAC.
I due piccoli diamanti non ci sono, al loro posto ci sono minuscoli occhi, vivi, che si muovono, occhiolini verdi, grandi come capocchie di spillo, verde smeraldo e lucidi, iniettati di sangue. Come guidati da meccanismi invisibili, ruotano, si guardano intorno, per abituarsi alla luce, sento un fischio sottile, in sottofondo, nelle orecchie. Una stranezza disturbante, bellissima.
La mia sicurezza va a puttane, mentre li sfioro, da dove cazzo verrà sta roba, questo delirio? Eleonora, forse, già lo sapeva.
Vado all'armadietto basso bianco, allontanandomi da quegli occhietti il fischio cala, fino a sentirsi appena, come una moka sul fuoco, lontana, come se avessi una casa da trecento metri quadri. Mi verso qualcosa da bere, del Talisker credo, anche se sono appena le sette.
Tra poco, Caterina torna.
Ritorno a quell'assurdo pacchetto, la pupilla verde degli occhietti, sottile come una linea, si assottiglia ancora di più.
- Vuoi vedere? Il fischio mi pare dica questo… vuoi vedere?
- Si, io voglio, voglio vedere tutto
Prendo i due orecchini e li ficco dentro i pollici, uno per dito, esattamente al centro del polpastrello, al centro perfetto, come mettersi della droga dentro, un brivido e una strana sensazione di menta, allappa la lingua.
Era come se sapessi, se sapessi tutto. Ora chiudo pollice e indice a cerchio, come il mudra, come se sapessi tutto.
- Giulio, sono qui, chiudi i tuoi cazzo di occhi!
Li chiudo e vedo una vetrata di grattacielo, Caterina di spalle, una grande città sotto di lei: è Milano, dall'alto. Caterina ride, ed è appoggiata alla scrivania, passa un uomo alto, è Vincenzo, il suo superiore, si sorridono, qualche secondo, troppo a lungo, gli occhi cominciano a bruciarmi i pollici, li staccherei, ma devo andare avanti, li stringo tra le dita.
Ingoio ancora un po' di whiskey, rimasto sotto la lingua, vorrei la bottiglia qui, continua la visione:
Sono in corridoio, lui parla, lei ride, ride sempre, quella troia, col suo capo.
Sono alle macchinette, lui le sfiora piano la mandibola con l'indice, piegato, molto dolce, molto esperto, lei china il capo all'indietro, si baciano. 
Non ci riesco più e devo togliere gli orecchini dalla carne viva, dei pollici. L'oro bianco scotta come un tizzone di brace, perché sto piangendo, se sapevo già tutto? Oggi mi sono solo visto annegare.      
Riguardo quei piccoli occhi, li rigiro, ora sono neri, paiono morti o bruciati, sono inutili, arsi dal loro potere.
Ora so, che ho costruito una storia di ragnatele, ora, davvero, rimetto a posto i due gingilli. Son tornati piccoli diamanti, rieccoli: perfetti, luminosissimi, e io che pensavo di aver preso qualcosa di poco conto. Son bellissimi, altroché.
Suonano alla porta, apro nudo, i due ragazzotti asiatici, bassi corpulenti, non si scompongono nemmeno. Sistemano i pacchi sui tavolini che ho piazzato in sala, sono sudati, ma efficienti, molti spicci tintinnano nelle loro tasche, spacchettano, aprono, sfiocchettano, se ne vanno lasciandomi un buffet pronto, due bottiglie in ghiaccio e dei deliziosi animaletti in bamboo, da guarnizione.

- Basta che se li metta, che se li metta stasera, la stronza.
- Ah, si, se li metterà.
Ho ormai nettamente bruciato il pollo.
Mi metto seduto al buio della sala, da solo, come penso nessuno sia mai stato, solo, in un'intera vita. Prendo il pacchetto di sigarette d'emergenza e lo finisco, schiaccio le cicche direttamente sul tappeto. Poi mi rado con cura, after shave freddo sul viso e mi vesto molto bene, tutto in bianco e mi risiedo.
Il sole taglia obliquo le persiane, dalla mia faccia cala lentamente sul petto, le otto e quaranta. 
Linee che si abbassano su di me, io mi inchino dentro loro. Alle linee.
Il portone scatta, rumore di tacchi, con quasi tre quarti d'ora di ritardo, ecco Caterina.
- Oh, ma al cellulare non rispondere
- Scusa ero qui, che pensavo. Ritardo?
- Eh, chiudere la pratica Bonfiglioli, anche il giorno del mio compleanno
- Mi pare che ultimamente non ti dispiaccia, fare tardi in ufficio
- Giulio, non cominciare come al solito
Le verso il primo bicchiere di vino, nota le sigarette sul tappeto e fa finta di niente, tutto chiaro
- Ora vorrei indossassi questi, eh amore...
Caterina prende il pacchettino, quanto è strana, lo apre e ha una bella espressione. Magari le piacciono davvero, magari non sa degli occhi, come può sapere della loro promessa. Non può sapere delle linee e degli occhi, che sono là dentro.
- Che carino, sei andato da Eleonora?
Li infila con calma, che bel collo che ha, Caterina. Poi dritta chiede
- Bella?
Non dico nulla e con una lentezza, una solennità che quasi non mi riconosco, inizio a voltarmi verso di lei.
I suoi lobi, due piccoli occhi verdi sui suoi lobi, ora ancora più luminosi: gli occhi del Dio del controllo, mi fissano, sicuri e spietati come quelli di un rettile, nessuna pupilla, solo due linee.
Senza volerlo, faccio un cenno col capo.
Con la mia rinnovata pace, prendo un calice di vino, è fresco e subito dopo, il tonfo.

venerdì 1 agosto 2014

Cassetto n°136

Sono innamorato di te, totalmente, senza spazi
devo bruciarmi, con l'accendino, per non pensarci
Sono innamorato di te
hai la pelle tutta dello stesso colore, hai annusato la luna per me  
l'hai portata dietro, per mostrarmela, 
ora la tieni tra i capelli

Lei si gira senza dire nulla, ha gli occhi più grandi del mondo, bianchissima, si appoggia a me, come la luna, si tiene ad una nuvola grassa, densa di pioggia, la fronte sulla mia spalla e finalmente piange. Riesce a singhiozzare su di me, per lei, mezz'ora. Questi pini secchi, da spacciatori, ora ci guardino, ci dicano loro, che siamo malati, grassi, sporchi, ci dicano loro chi è l'assassino, qua dentro, a volte le cose non sono facili da capire. Siamo due anomalie.
Tiro fuori il volantino, piegato in quattro parti, che forma 16 quadrati, e i bordi di ogni riquadro ora sono consumati, bianchi, filamenti di cellulosa bianca escono, dalla carta. La carta deve tenere perché il foglio stia insieme. Io e Bruna decidemmo di ridurne l'apertura a una sola volta al giorno, insieme, alla nostra panchina, la panchina del carabiniere.
Il nostro progetto, mi piace pensarlo così: il nostro progetto è una creatura a metà tra me e lei, gli autobus son pochi, partiremo da più vicino, da dentro il mercato del giovedì sera, da quel grande casino. Ho idea che troveremo un passaggio a sud, tra i bagni in spiaggia, un amico del bar non ha alcun problema a farci salire sulla Punto e portarci a Bologna, per venti euro. Il resto sarebbe anche meno complesso, col treno, potremmo anche andarcene, che ne dici?
Storci gli occhi grandi, mi guardi come un bambino, sei strana.

Il temporale immenso, il nubifragio estivo più grande degli ultimi vent'anni già si sentiva, era nell'aria, nei cavi dell'alta tensione che sbattevano, nel nervosismo degli animali, nei rumori nelle stanze.
Ho bevuto un birra e mi hanno beccato, 
Ernesto mi chiama da parte 
- ehi Giusè, te la fai una birretta? Offro io
- son tre anni che non bevo
E niente, accucciati dietro al solito chiosco, ne beviamo una da 66, a testa, in questo punto il sole non batte mai e mi fisso sui profili in cemento dei grandi alberghi in ristrutturazione, un albergo è quasi crollato ma a fianco ce n'è uno nuovo, color panna, che inaugura proprio oggi. Quello vecchio ha una piscina in cemento, vuota da quando sono qui, una volta ci vidi un gatto morto dentro.  L'albergo nuovo, invece, è un regno di pace e comodità, intravedo la hall, lussuosa, entrano ed escono solo belle coppie, abbronzate, di tutte le età e bambini, i ricchi hanno più figli, bambini che sembrano usciti da pubblicità dei dentifrici. Chiacchieriamo, proprio sotto al cartellone, la testa gira piano, con questo caldo già bella evaporata, ancor prima di essere scesa, la assorbo bene questa birra
- Dammi i vuoti, che li faccio sparire! 
E lì è un attimo, vado al cassonetto, mi sento solo gonfio, per nulla alticcio, poi vedo quella macchina e incrocio quel figlio di puttana di Piero, il custode. Nella sua station wagon bianca, proprio a trenta metri dalla comunità. Mi fa cenno di passare sulle strisce pedonali, indica le bottiglie e scuote l'indice, ha visto tutto e saluta, ride.
Che cazzata che ho fatto, non ho vent'anni ma che cazzata che sono andato a fare!
Ernesto stende i piedi sulla panchina, lui può bere, una birra al giorno, si accende una sigaretta, sono io il trasgressore, quello senza permesso.  
- Dì a quel vecchio di farsi i cazzi suoi, capirà, se parla ti toglieranno la donna, lo sai.
Ernesto la vita non è il ring della tua boxe, non è la tua panca in legno, non posso dirglielo, sarebbe come ammettere tutto
Ma non devi ammettere, ti ha visto, è già scritto.
Rientro che vorrei avere un bastone, per picchiarmi da solo, continuo a ripetere un sacco di frasi, la prima è che se rischio così l'uscita, di Bruna, vuol dire che non me ne fotte nulla..
- non avresti rischiato se ti interessava, la proibiranno ora, lo sai.
- una birra, una sola birra, non potranno farlo
- lo faranno e lo sai, era una prova, un test
- io non volevo, non ci ho pensato, questa è la verità...
Entro nel giardino, di fretta, con un dolore allo stomaco, dovevo pensarci prima, mi viene da vomitare, vorrei un' infezione, del pus per espellere la stupidità dal mio corpo, questo mattone. 
Lalla esce col gruppo verso il parco della conca, mi guarda strano. 
San già tutti che ho bevuto, avevo sopravvalutato la mia tenuta all'alcool e invece guarda che burattinata, Piero avrà telefonato, quel vecchio impiccione, avrà già riferito tutto ai capi, in alto. 
Per la ramanzina è solo questione di tempo.
Infatti, salgo in camera rassegnato, ma per le scale incontro Gipsy. Scende gli salini a due due, esultante, la caviglia sinistra gli scricchiola ogni passo cik cik...è il suo compleanno credo perché ride, ma Gipsy, tanto, ride sempre.