sabato 17 gennaio 2015

Cassetto n°151

La testimone principale ha il giubbotto di una taglia più grande della sua, dice che le sembrava di aver trovato un pupazzo, come un manichino di donna, segato all'altezza del ventre, perpendicolare alla vita
Invitata a chiarire ripete che stava passeggiando con la bambina e col cane e ha visto quella cosa bianca, una sorta di mucchietto di stracci e carne, con la coda dell'occhio
- Ho sentito un lamento dentro, sembrava dicesse mamma papà, perché non mi  avete dato la felicità, cosa vi chiedevo? Solo un lettino e un po di luce la sera.
Erano due pezzi: busto e cosce,  gambe aperte, come a mimare di un atto sessuale, come un radar in ricerca di dio nella stratosfera, ci ha messo poco a capire che era tutto vero.
Ripete che sembrava come un manichino di donna, quella ragazza, non c'era sangue, solo posizione, le unghie iniettate di fango nero, i capelli tinti di rosso.
Vederle il viso cambiò la percezione dei fatti, tutta l'umanità di una bocca prosciugata e nera, spalancata, i denti, come gioielli lisci piantati male nella terra.
- Ma cosa ridi sciocchina, stai fuori tutta la notte nuda e non vedi come ti hanno ammazzata?
Un taglio nero le percorreva il volto, come inciso con un vetro da orecchio a orecchio, un sorriso che pareva dire non sono ancora bella?
- Si, sei bellissima, si vede ancora bene che sei bellissima, e tienili aperti bene quegli occhi, che ora arrivano i dottori della scientifica, e vedrai che bei giovanotti che sono quelli
Chissà che cercavi, in quella terra, forse ti han portata qui, ma non è certo successo qui, troppo pulita, sei stata ripulita.
Mi fai riflettere sulla mia vita o forse è perché anch'io, sto da anni, stesa a terra, a fianco a te, tu così grande e bianca da coprire il mondo.
Se sei del mio quartiere, magari abbiamo preso qualche caffè vicine, negli stessi bar. senza mai saperlo e forse ti invidiavo gli stivaletti di cuoio rossi.
Ho capito che mi dici di andare, il tuo corpo in due pezzi è come una freccia, punta diretta dalla parte opposta della mia, punta un sentiero, una valigia e degli stracci.
Poi mi porti alla banca e a comprare un biglietto del treno per nonsodove.
Poi mi porti a un lavoretto fortunato spuntato per caso dalla bacheca di un café, una piccola carriera sicura fuori da Los Angeles, un'esistenza che cresce lenta e felice, Guardare la Pontiac nera a rate, che protegge il portone di una casa, il cane deve mangiare e un sole che taglia.
Nella mia stanza in affitto ti penso, che forse non eri lì per caso, tra milioni di altre sere, milioni di parchi americani, ti eri fatta scaricare in quel posto,  proprio quando volevo fare un giro diverso, mentre il cane ficcava il muso nel fango fresco, forte sulle zampe e la bambina non smetteva di saltare a destra e sinistra, come una marionetta alzata e lasciata cadere da fili, ai bordi del sentiero.




venerdì 26 dicembre 2014

Cassetto n°150

Il 29 barrato non è certo il primo bus della mattina, sicuramente è il più affollato, 
Entro schivando per quanto possibile i discorsi, i deodoranti, le cartelline degli studenti con le righe in plastica che sbucano come frecce. 
Il 29 barrato è come una famiglia noiosa che ti tocca salutare ogni mattina prima del lavoro, con la differenza che non ho una famiglia e il lavoro l'ho perso da un mese. 
Vedo due posti liberi e me li prendo, butto giù lo zaino da trekking da 20 litri che uso quando mi sposto da solo per Milano, diciamo che dentro ho tutto. Mi siedo nel bel mezzo raggio di sole.
Il sole mi scalda, ma fa salire quell'odore di rancido e polvere dai sedili in stoffa sintetica viola lavati male.
Almeno non ho fatto colazione, cazzo. Chiudo gli occhi che mi pizzicano ai lati, tolgo le caccole con l'indice e immergo il naso nello spazio amniotico tra la manica della felpa e il polso.   
Due studentesse parlano davanti a me, sono le proprietarie di quella traccia chimica olfattiva zuccherina che sta appestando buona parte della zona sud del bus, vaniglia e fragola, quasi meglio il rancido a sto punto.  
- C'è troppo cloro in piscina, io li denuncio guarda che capelli..-
La più grande non ascolta, il suo sguardo è piantato sul bizzarro ometto che si è appena aggrappato al corrimano per obliterare.
- Mio dio, ma che testa ha quello?
In realtà tutto stanno guardando quel piccolo individuo, è entrato mischiato coi ragazzini delle elementari, l'altezza è la stessa ma non è certo un bambino. Cosa strabiliante, soprattutto, è uno che non si è mai visto prima. 
Ha un'ossatura esile, delle gambe magre, anziane, la pelle sottilissima tirata sopra ai polpacci, che sboccano in un ridicolo trepiede, che ricorda le zampe di un volatile. Si muove a saltelli, come una linea tratteggiata e si viene a sedere accanto a me, mi sorride e china il capo, quasi fosse la cosa più normale del mondo. Ha un cranio semplicemente enorme, piantato come una zucca su una canna, le pelle sulle tempie è un velo, una guaina che copre un reticolo sterminato di venuzze viola scuro. Sopra i fori che suppongo gli servano per ascoltare spesse formazioni romboidali di materia cheratinosa, squame direi.
Smetto di guardarlo, temo di offenderlo, si è girato e osserva corso Sempione dal finestrino, sembra una lucertola, un abbozzo di bocca appena sufficiente a permettere l'ingresso di una cannuccia per bere, il naso poi, quasi non esiste e due occhi enormi scuri, inespressivi, orientali, quelli di una lucertola, penso. 
Stringo lo chiavi in tasca, poi non so come mi viene in mente che oggi c'è l'affitto da pagare, che ansia, sono una ramo secco piantato in questa palude di merda.
Ma come faccio a penare a queste banalità, ho un alieno seduto a fianco e.
- Biglietti….
No, io poi non pago poi se vogliono i soldi mi mettono a posto quella cazzo di lavatrice, o col cazzo.
- Biglietti…..
- Ah si ecco!
Me lo ispeziona e si toglie dal cazzo
- Controllore scusi...
Indico con un cenno la strana creatura seminuda appoggiata accanto a me
- Senta qui dentro ci scopano, si drogano, ho visto gente contrattare appartamenti, cucciolate di dobermann, non mi importa nulla, se ha il biglietto, e ho controllato prima che ce l'ha, per me è a posto. Buongiorno.
- Controllore
- eh?
- No, niente




domenica 21 dicembre 2014

Cassetto n°149

Ogni volta che mi viene voglia di caffè mi accorgo che ho finito le cialde, se in questa casa la felicità si potesse misurare in caffè, sarei fritto.
Mi riassumessero alla fabbrica, giuro al mio dio del comodino, che berrei almeno tre caffè in meno, tutto questo per ingannarmi dal fatto che sto solo aspettando il suono di quella porta.
Osservo l'appartamento, sistemo dei libri che si sono accasciati sulla mensola, lasciano una scia di polvere ben sfumata e mi sorprendo di fare fatica. Non sembro lo stesso che muoveva chili e chili in palestra appena due anni fa. Due manubri in realtà li ho comprati, son sul tappetino vecchio del bagno, in garage, ma son talmente lucidi e freddi, che non me la sento mai di prenderli in mano. Bisognerebbe darli a qualcuno da usare per qualche anno, allora si, che diventerebbero belli ruvidi, opachi, più piacevoli da impugnare.
Qualcosa gira nella porta, Marisa rientra
- ciao
- Allora com'è andata?
Silenzio, odio poche cose più delle risposte negate, le odio anche più del freddo, Marisa lancia la borsa sul divano e si butta sulla poltrona è elegante nel ritrarre le gambe sul cuscino, riesce a farlo mentre si sfila entrambe le scarpe in perfetta sincronia. ploplof.
- dico…com'è andata?
Mi guarda come si guarderebbe un verme galleggiare nella zuppa
- Tanto so cosa pensi, ma ne abbiamo bisogno, è un lavoro
- è ben altro
- dare piacere a un disabile non è nulla di male
- è sesso a pagamento
- ma mica mi paga lui, mi paga il servizio sanitario nazionale
Alla conclusione della sua frase ho un semimancamento, penso alla mia ragazza mentre cerca di eccitare un giovane paralizzato indossando un guanto mentre lui sfoglia delle riviste porno.
- Lo guardi mentre lo fai?
- No, non è necessario
- Parlate?
- è tetraplegico non muto 
- cosa vi dite?
- Oggi ha messo su della musica
- Quante volte lo devi vedere ancora?
- Per ora non lo so, senti piantiamola, lo sapevi che lavoro facevo quando mi hai conosciuta: sono un assistente sessuale per disabili, abbiamo un albo professionale dio cristo!
Marisa decide che abbiamo parlato troppo e dobbiamo ascoltare l'arringa di un avvocato nella serie doppiata male del pomeriggio di canale cinque, poi si risveglia.
- la posta?
- cosa?
- dico, nel tuo pomeriggio intenso, sei riuscito a mandar almeno la raccomandata?
- ...mi sono dimenticato
- e poi mi dici che non ti vogliono riassumere
- scusami Marisa, ero troppo impegnato a pensarti ad impiastricciare di pomata l'uccello di un tetraplegico nel tentativo di farglielo rizzare
- ah non ho fatto mica troppa fatica, sai
- brava, ce l'aveva bello duro?
- direi come le staffe della sua bella carrozzina
Il formicolio mi prende la punta delle dita e si irradia caldo al palmo della mano, lo conosco bene, quando lo sparring partner mi mostrava la bella guancia muscolosa era il segnale di colpire dritto con un jab. Riesco a trattenermi, provo un breve moto di orgoglio. Decido di attaccarla sul suo campo e scovo una pagliuzza di ironia persa nel torrente del risentimento
- Beh avrete sbrigato in fretta con quel nuovo mascara sei davvero stupenda
Lei accusa il colpo, non si aspettava una gentilezza, ma Marisa è una vecchia iena
- Si ha fatto abbastanza presto e come vedi dal mio occhio arrossato ne aveva parecchia da smaltire.
Ok non ce la faccio, pensare troppo a certi dettagli mi fa un cattivo effetto e lei mi conosce bene.
- mi alzo, esco a bere un amaro
Lei è già piombata nella nuova puntata di Criminal Minds, modello non vedo, non sento, ma pungo.
- fai un po' quel cazzo che vuoi
Non riesco ad infilare la giacca, sempre troppo stretta di braccia e uscendo il gomito urta inavvertitamente l'orrendo cerbiatto candido di ceramica, suo regalo di comunione.
- Amore, è caduto il cerbiatto, amore ho rotto il cerbiatto.
- Nooooooooooo
Tante troppe volte ho sfiorato il cerbiatto, accarezzando questo recondito desiderio di frantumarlo, questa volta è avvenuto davvero
- Una disgrazia, scusami, sono sconvolto
- Sei uno stronzoooo
- Scusami amore, il giubbotto, è stata colpa del giubbotto
- Vattene via, per un po', fai un giro, chiama un amico, è l'unico oggetto a cui tenevo in questo porcile, e tu lo odiavi, lo so
- Non odiavo Pietro il cerbiatto
- Ora non chiamarlo per nome, non prendermi per il culo. Esci da questa fottuta topaia
- Se non ti piace la nostra casa, amore, puoi sempre affittarne una più grande col tuo nuovo stipendio

Fuori mi aspetta la strada e il bar Rita: uno, due, tre Jagermeister e mi metto a parlare col solito turista, Mike, un americano che vuole farsi due bicchierini, due ancora prima di tuffarsi nella cena di paella offerta dal suo albergo.



giovedì 11 dicembre 2014

Cassetto n°148

Puoi nasconderti bene se fai bene una cosa, anche alla Nike puoi scappare, anche a tutta una città che brama per averti
La Nike non mi lascia pace: vogliono la firma, una nuova pubblicità degli scarpini PROTOUCH-7.
Il mio avvocato decreta ancora una settimana, una settimana prima di accettare, che mica potrai rinunciare a due milioni così?
Oggettivamente tre soli tacchetti sono una stronzata, ma gli è uscita così, stanno spingendo tantissimo quel modello e a me chiedono solo delle foto con le scarpe addosso, poi monteranno un sofisticato video al computer, la fine si avvicina.
Esco dallo studio medico, mi serviva saperlo con chiarezza: la mia carriera è finita, ho abbastanza soldi per tre vite, ma non giocherò più con questa caviglia. Fumo una Marlboro dopo dieci anni, gran finale.
Il radiologo era più dispiaciuto di me, mio figlio tiene per voi...forse con delle terapie ritardiamo, cose che accadono e continua a rimescolare le carte.
Torno sempre a Tor Bella Monaca, dopo gli allenamenti, spengo il telefono due chilometri prima, mi metto una berretta ed entro nel mio primo appartamentino. Qui è dove sono nato, il portone è rotto da sempre, orologio fermo al muro, non servono chiavi. Parcheggio all'ex macello, salgo tre rampe a memoria, stomaco liscio come lisci i gradini. Lo tengo per coltivare la mia passione, questo posto.
La mia passione è Gloria, ha ventidue anni tra un mese. Gloria non esce dall'appartamento da quattro anni, anche prima, ero riuscito sempre e tenerla lontana dalla vita reale. Mia e sua, Gloria è un'esperimento, ovvero un esperimento della mia oltre-vita.
Veniva a vedermi, primi allenamenti al campetto del quartiere, avevo sedici anni, lei dieci, mi disse che si era innamorata, una sera davanti a una granita.
Lei non era bella come le altre, ma a me ci teneva davvero, era ossessionata da me, finché arrivò il primo ingaggio, io partì per un ritiro vero, sarò tua per sempre, mi disse, non voglio essere tua moglie, né uscire insieme, ma tienimi vicina. in qualche modo, in qualunque modo. Tienimi sempre-
Il compromesso arrivò così, da solo, per gradi, un quasi amore
Non dissi nulla a nessuno e le diedi le chiavi di questa piccola, immensa casa, che è dove è partito tutto, mentre mi costruivo una vita.
Più io diventavo un personaggio, più lei si ritraeva, mi chiese imbarazzata se potevo mantenerla, risposi di sì, lei lasciò il lavoro. Voglio trenta euro a settimana, non mi serve altro.
Te ne potrei dare tremila.
Trenta bastano, signore.
Mi sposai con un'altra donna, che amo, un'insegnante bellissima e colta, che mi ha dato tre figli sani, ma Gloria restava una parte della mia vita. Provvedevo a lei, aggiustavo la caldaia, portavo una pianta per il terrazzo.

Come stai amore?
Bene Paolo, ha portato il gattino?
ah no amore, purtroppo non sta ancora bene
Passiamo insieme due ore, tre pomeriggi a settimana, ho tutto il necessario e lei mi prepara un pranzo o una cena, metto dei dischi, Battisti e Mina. Sta bene con me, vedo che tiene le mie foto, ritagli di giornale, non mi chiede nulla della mia vita, per lei è sempre il 2000, questa cosa anziché spaventarmi, mi riporta all'equilibrio.
Mia moglie non sa nulla, nessuno sa nulla della faccenda, neanche i miei più intimi amici, ma oggi è successo qualcosa, e devo darle una brutta notizia, so che è uscita
Ero qui sotto e ho preso il pane, hai detto qualcosa a quello del pane?
No
Se mi menti me ne vado e sai che non mi vedrai mai più
lei si agita, le cade la ciotola dell'insalata, tremo
Parlavano di macchine, così ieri, e delle BMW e delle Jaguar e niente
Cosa hai detto Gloria?
Ho detto che per me sono meglio le BMW, perché dice sempre che le Jaguar, a parte gli interni, sono un disastro nell'elettronica.
Hai detto che ci conosciamo?
Ho detto di si
Hai detto che vengo qui?
No, solo che ci conosciamo

Non abbiamo mai fatto l'amore, non me l'ha mai chiesto, io non ne ho bisogno, eppure ci amiamo lo stesso. Vedi che non serve scopare per stare insieme. Mi direbbe una voce saggia nella testa. 
Se va tutto male fuori, io so che ho lei, e forse devo ammettere per quanto io sia centrale nella sua vita, io non saprei cosa essere senza di lei.
Lei forse sa legarsi ancora alle piante, agli angoli di sole sul lato del palazzo, le sue piccole passeggiate fino al corso. Io in realtà son solo senza lei.
Non potrò più giocare Gloria
Cosa dice il medico?
Non adesso, ma piano piano, un anno, forse
Mi fermo al lavello, dalla finestra i palazzi squarciano un sole pesante, Tor Bella Monaca mi serve, è una malattia che profuma di sapone e di preghiera.
Si accuccia sul divano di velluto verde, è un feto e sta lì, il disco stacca su Fiori rosa fiori di...
Mi avvicino, dall'alto provo invano ad abbracciarla, la disintegrerei, resteremmo su quel divano per sempre, e in quel momento la sensazione è forte: non posso andarmene da qui.

Gloria, vieni qui, andiamo al cinema





domenica 30 novembre 2014

Cassetto n°147

è la terza volta che provo a mangiare la pizza del pompiere, non mi sono mai spinto tanto in là. 
Lo scenario è questo: pizzeria Rotterdam, Godo di Romagna, il mio tavolo al centro, intorno gruppetto di parenti e amici, davanti a me la sola e unica pizza del Pompiere, già a metà. 
La sfida della pizza del Pompiere è un pretesto per accumulare tutto ciò di più piccante il mercato possa offrire e metterlo su un pizza. Il centro è un pezzo di peperoncino Trinidad Scorpion, il più piccante al mondo, da mangiare a morsi.
No acqua, no pane, coadiuvanti o distrattori vari, la pizza è da mangiare tutta così, entro un'ora.
Se riesco a finirla, il mio nome verrà scritto per sempre sul muro delle star, dietro all'acquario tropicale, con quello del prof di ginnastica Tacchini e Ottavio, l'imbianchino. Gli unici due ad aver completato finora l'impresa.
Ho pianificato la strategia, inizio a piccoli morsi, cerco di tenere il trancio tra i denti, meno a contatto possibile con le mucose. Prima di entrare ho bevuto un bel bicchierone di olio di oliva, per creare un velo protettivo per gola e stomaco. 
Questa pizza non risulta immediatamente piccante, la sensazione sale lenta, dall'interno della bocca, tramite due canali invisibili fino al naso, per torturare la punta degli occhi, costretti a chiudersi, a lacrimare, come stretti da elastici invisibili. 
Riapro e uno spiraglio di luce mi taglia, vedo mia madre, è una madonna, ha le mani strette in grembo e mi osserva con la testa inclinata di lato, forse rimpiange di avermi messo al mondo. 
Poi perdo la vista del tutto. Mia madre è morta sei anni fa, tra l'altro.
Mi concentro su sapori neutri, penso a un'enorme ciotola di vellutata di ceci e carote, ci sguazzo dentro, ci nuoto. Un pezzo di pizza vuole salirmi nel naso, un frammento incandescente, vedo la faccia di Remo, il proprietario: 
- Ué fatina, ti volevo dire che il tempo finize tra un quarto d'ora e c'hai ancora mezza pissa
Mugugno che ho capito e comincio a considerare l'idea di prendere un'altra fetta
Prendo in mano la fetta e penso ai miei predecessori, perché l'avranno fatto? Cosa li avrà spinti a mangiare tutta la pizza del Pompiere? Un senso d'inferiorità, una sfida con se stessi? La noia della provincia, la moglie? Dev'esser stata la moglie
Io so che tra me e quella scritta sul muro ci sono solo tre fette e un tratto di stomaco. Prendo le tre fette e le stringo nel pungo, faccio una palla, chiuso all'interno, l'insano condimento, scotterà meno, sarà una lotta tra lui e i miei succhi gastrici, dopo. Ma prima la vittoria.
Solo un breve tratto di stomaco, caccio la palla in bocca, quello che esce dalla palla brucia sulle dita, le pellicine. Silenzio. Sento mormorare "è pazzo" squittisce la ragazza del bar.
Una goccia di olio cola sulla lingua, potrei definirla solo, ruvida. Non certo calda o bollente, ma ruvida.
Ingoio il bolo, il corpo cerca di spingere quel fastidio fuori, io lo contrasto
Calmo le contrazioni addominali, mentre parte un applauso dalla sala, prima tiepido, poi sale fragoroso, e l'applauso abbraccia anche quelli dei tavoli intorno e sento rumore di sedie e tappi di bottiglia e pacche sulle spalle, bambini ridono. E Remo, il proprietario, ammirato sbotta: questa volta l'avevo caricata davvero, mo brava, fatina!

E io, che ancora non vedo, a tentoni faccio due passi verso la porta di ingresso, tocco la maniglia e mi sento felice, la palla è ancora lì, sento che inizia ad aprirsi, ed è questo che penso, che sono proprio felice, prima di cadere di faccia, sui gradini del ristorante

sabato 22 novembre 2014

Cassetto n°146

- Aveva una bella cameretta tutta per sé, studiava per fare la maestra, mi segui?
Lo zio Alfredo era di nuovo ubriaco, reggeva a malapena tra le dita un flute del peggior prosecco e mi osservava con lo sguardo stonato di un pulcino appena uscito dall'uovo
- io non era ancora sposato, non guardarmi con quella faccia
- come ti guardo?
- lo sai, voi giovani siete i peggio moralisti, ero a un ballo di soldati organizzato dalla chiesa

Elena, la mia ragazza non si vedeva, era andata in bagno mezz'ora fa, e mi accorsi che mi sarei dovuto sorbire l'ennesimo aneddoto di mio zio sulla dura e promiscua vita militare.
- era ancora una bambina, ma aveva un nome da vecchia: Ludovica, ci sono nomi più da maiala di altri no, ragazzo?
- si si… credo di si
- beh si era già fatta mettere una mano sotto la gonna a cena, sotto al tavolo. Sedevo di fianco a tua zia, sono cose che ti mandano all'altro mondo
Mi accorsi di volere qualcosa da bere, ma mio zio mi aveva bloccato al muro: avevo un tavolino a sinistra, e lui per tre quarti appoggiato al muro mi chiudeva la visuale a destra.
Sorrise, mostrandomi un dente d'oro e mi porse il suo bicchiere, rifiutai, mi sembrava una cosa schifosa.
- insomma, non ero certo il ragazzo più sveglio del mondo, ma lei aveva una stanzetta proprio nella casa di fianco al locale
Sorrise sempre di più, come se avesse altri denti d'oro ma mostrarmi, che non aveva
- io ero ubriaco, un pivello, andammo in camera sua, lei di schiena, iniziò a togliersi la giacca, la stanza era immersa da una luce soffusa, che non capivo da dove venisse forse candele, il letto era morbido ci affondai, doveva esserci stato un uomo al massimo la mattina stessa. Quella ragazza sapeva muoversi ragazzo, ma fu solo quando cominciò a sbottonarsi la gonna che me ne accorsi
- di cosa?
- le sue anche, aveva le anche larghissime, sproporzionate, larghe almeno il doppio delle spalle, non avevo notato prima, non era certo una ragazza robusta, ma si muoveva come come… una chitarra hai presente?
- una chiattarra. 
Sorrisi da solo, compiaciuto del mio gioco di parole

- Fino ad allora avevo guardato solo quelle cose che guardate voi giovani: il seno, il culo, i piedi, ma mentre lentamente sfilava gli slip mi accorsi che il tessuto che le solcava i fianchi, che scendeva lentamente sulla linea pallida delle sue anche, era la cosa più erotica che avessi mai visto
- e?
- e… bevve un'altro sorso, e niente, venni lì, come un idiota, nelle mie mutande, senza neppure toccarla. Fu un bene, scappai via e non la rividi mai. Tecnicamente non tradii tua zia e mi misi al riparo da eventuali scappatelle future.

Mi appoggiò il bicchiere vuoto in mano, forse scambiandomi per un mobile
- Ma ancora oggi, nelle rare seghe che mi faccio, vedo solo quell'anca, ragazzo….delle volte si mangia meglio a saltarlo, un pasto, che dici?

Elena apparve dall'altra parte del salone, mi fece cenno di andare, non so perché ebbi un moto di stizza nei suoi confronti, anche di gelosia. La festa si avviava ai saluti, e mio zio, ora retto a spalla da due cugini materializzatisi non so da dove, si congedò
- Al prossimo matrimonio, che sarà il tuo, eh?
- eh vedremo zio, tu vai a letto
E vidi mio zio andarsene, perdersi tra i pochi invitati rimasti, di nuovo col bicchiere pieno in mano, come una svista del sceneggiatore, o di Dio.


giovedì 20 novembre 2014

Cassetto n°145

Incredibile come ti restano addosso le cose finite, ci eravamo lasciati con una telefonata, dopo sei anni.
Decisi che sarei andato in montagna da solo, pensavo spesso di farlo, quella volta lo feci.
Nessuno va a Sestola in ottobre, io ci andai, presi accordi telefonici per un alloggio ai piedi della vecchia funivia abbandonata e salì in macchina.
A Sestola ci ero stato due volte, una in bus, una in treno sempre con lei, suo zio aveva una casa che ci lasciava usare, era bello, non sapevamo mai se il riscaldamento funzionava o no finché non eravamo là.
Arrivati si faceva la spesa e si faceva l'amore, quasi subito, mentre lo facevamo fissavo lo sguardo sempre su un lampadario a palla di vimini intrecciati che è la cosa che più mi è rimasta impressa. Io non so perché restino tanto impresse delle cose strane come quel lampadario, forse perché eravamo felici.
Poi non ricordo molto cosa facevamo, forse delle passeggiate.
Decisi di risalire il sentiero fino al passo del lupo, che ci si arriva subito, è solo il nome ad essere imponente, lungo la salita c'è un cimitero molto bello, ci eravamo capitati, una notte, con tutte le lucine accese, ed era stato un momento elettrico, strano. 
Di giorno faceva meno figura, pensai, e notai che c'erano delle tombe vecchie, davvero lasciate andare.
Allora, in quei momenti, che stai male e ti sembra anche di avere sti gran slanci di bontà e purezza, tolsi dei fiori dalle tombe più agghindate e li misi in quelle tombe spoglie.
Ero in una gran comunione con le strade e con la terra, in una specie di apnea entusiastica godendo del peso degli scarponi e di ogni asperità del terreno, ripresi a salire, cercando di posticipare l'arrivo finché potevo.
Ricordavo che su c'era una bella baita in legno, tra i prati, che presto sarebbero stati sepolti di neve.
Ricordavo che ci avevamo bevuto un caffè, contenti di avere quella serata lì, solo per noi e volevo rivedere il montanaro coi lunghi baffi che stava dietro a quel bancone da sempre.
Arrivai, varcai la soglia del Rifugio Morena, col cuore a mille. L'ambiente era in penombra, subito riconobbi l'odore di legno e resina, la sagoma della volpe e del gallo cedrone impagliati, immemori, i passi fino al bancone erano sei, procedevo emozionato, ripetendo mentalmente un caffè, già sapendo che, davanti al vecchio coi baffi, le parole sarebbero uscite stentate.
E allora quel vecchio mi avrebbe detto, ma che caffè… questo è quel ci vuole! E giù di liquore artigianale, lo faccio io!
Buttalo giù ragazzo, e dimmi che succede.
E allora avremmo parlato per un'ora, e mi avrebbe spiegato le donne e i sentieri per i funghi e la caccia alla martora, e io sarei tornato al mio alloggio, magari una sega e avrei dormito, per tornare il giorno dopo al resto della mia vita, un po' meno rotto.

Appoggiai le dita al bancone, tremavo, ma avevo caldo, mi schiarì la voce, la porta dietro al bancone si aprì, lenta ed uscì un cinese