domenica 24 febbraio 2013

Cassetto n°79


Facevo le notti là dentro da tre anni e ricordo ancora bene di quell'uomo, quello che ci costò il licenziamento. Morissi se volava una mosca nella clinica, dopo le dieci di sera Era un mortorio e persino l'odore: un olezzo al confine tra organico e chimico, quella sera, pareva sparito. Erano proprio tre bei personaggi: Long John, Dear John e John John, vigilanti che rubavano le sigarette dai cassetti dei degenti e spettegolavano per tutta la notte. Erano tre perché i pazienti, quell'autunno, erano saliti a trentasette, ultimo arrivato, quella sera, un giovane delirante, un ragazzo gracile di vent'anni, non aveva entrambi gli occhi, era bendato.
- lasciatelo stare qui com'è, ve lo tenete due giorni, poi lo riportiamo via noi! -
- Perdio! cos'ha agli occhi, è sangue? -
- sanguinavano già, l'hanno medicato, non guarisce, non scopriteli per nessun motivo! -
Lo fecero sedere nella panca dell'atrio mentre si compilavano i documenti di ingresso.
- ragazzo parla! Hai fame? -
- no signore, ma può chiedere agli agenti il mio libro? -
- che libro? -
- aveva con sé un quaderno, scarabocchi, disegnini incomprensibili, niente di utile al riconoscimento, glielo daremo più avanti -
- ma chi sei, da dove vieni? -
- Io sono la scia, la mancanza, sono quello che han tolto - 
Del resto, per noi, lavorare al Saint Claire House Hospital era una discreta pacchia, una pacchia ben retribuita oltretutto, solo dieci notti al mese e qualche pomeriggio, lungo. Certo,  poteva capitarti la bega di uno di questi barboni, che raccattava la polizia, in giro, troppo pazzi per il carcere, troppo instabili per la strada, raramente però avrebbero fatto male a una mosca. Negli anni sessanta non c'erano studi da fare, erano stati tutti assunti solo per la stazza: Long John era un ex pugile, Dear John sperava di sfondare nel cinema, mentre John John aveva perso tutti i terreni del padre al tavolo verde. Loro avevano quarant'anni e io quasi sessanta, per passare dalla porta dovevano mettersi di lato tanto eran larghi, questi afroamericani. La sera, se non lavoravamo, si andava a bere una tequila nel baretto del porto, il Portobello's. Un grande pappagallo ubriaco di neon fosforescenti era l'insegna del Portobello's, l'unico indizio del passato glorioso del locale. 
- ragazzo, sai perché sei qui? - 
- perché sono la paura, dicono che ho manipolato famiglie, che ho distrutto il mio villaggio -
- e non è così? - 
Aveva una luce, una qualità mentale, che si irradiava da quelle orbite buche dove mancavano i bulbi, il sangue non si arrestava mai, era un flusso continuo, lo stava uccidendo.
Il ragazzo senza occhi aveva spaventato tutti, si piegava negli angoli più bui della clinica, assorto come in conteggi silenziosi, imponeva distanza, ma era anche un magnete, c'era un bisogno quasi fisico, sia tra il personale che tra gli altri ricoverati, di sapere cosa facesse in qualsiasi momento, chi fosse, perché portasse quello sterminio sul corpo.
- vi piace fare le domande su di me? Perdete tempo! sono quello che non è già più qui, vi porto informazioni da leggere nell'acqua, in queste croste di muri - 
- te li sei strappati tu? -
- Sono nato qui, nelle tue domande, chi mi ha mandato mi ha tolto gli occhi, che erano la forma della mia comunicazione, ora dovete sentirmi, perché vengo da molto lontano - 
- per dirci cosa?
- che il cielo vuole cadere! presto il vuoto si abbatterà sull'uomo che qui vive come un rifugiato -
Long John non lo sopportava più, quel clima, parlava a bassa voce del figlio del diavolo, si presentava al lavoro con rosari al collo, prendeva ferie, permessi, la moglie era tornata a star peggio. Altri, come me e Dear John, ne erano impietositi, ci mettevamo a spiarlo, dietro le colonne dell'atrio, speravamo che ci invitasse a parlare. Per il resto il lavoro procedeva pacifico, l'allarme era nuovamente guasto e i medici cercavano di fare il meno possibile, d'altronde per certi alienati, qui dentro, non c'era più molta speranza, avrebbero preso farmaci a vita, la cura.
Polsi fragili, trasparenti, quasi sommerso dal pigiama con il logo ricamato della clinica, il giovane si reggeva sotto quel pigiama, che gli stava tre volte, come un'ombra, una scia.
Era una serata tranquilla e nelle stanze dalle grandi finestre tutti dormivano, solo il ronzio dei termosifoni, Dear John ci allietava ruotando il mazzo di chiavi e intonando  canti delle piantagioni di cotone, voce nera che più nera non si poteva, fuori silenzio, nevicava.
John John aveva avuto un'ottima idea: un gancio, creato piegando una graffetta, sulla cui estremità aveva fissato una punta, una matita, in questo modo, se la leva che segnalava l'apertura delle porte esterne si fosse abbassata, l'oggetto avrebbe fatto cadere a terra un tubicino in metallo posto sul bordo del tavolo.
Potevamo quindi giocare a poker qualche ora, dato che in ufficio non c'era spazio, ci mettemmo su un tavolo, in sala mensa, accanto all'archivio con la porta aperta e le torce in fila sul tavolo, pronti.
Alle due e mezza, finimmo di giocare, nessuno aveva chiamato dalle stanze e il fermaglio-spia di John John era perfettamente posizionato, allora persi la terza mano e quindici dollari dal prossimo stipendio, i tre vigilanti giocavano bene, rischiavano tutto, ma a perdere ero soprattutto io. 
- ma voi non avete un cazzo da fare qui? - scherzai
- si, dovremo fare un controllo, poi altra mano? -
- no basta, io passo! -
Si alzarono all'unisono, Dear John  raccolse le carte, ognuno si prese una torcia
All'improvviso: - dov'è? dove cazzo è il cieco? -
- no! ma qui mancano tutti, sono scappati tutti! -
- guardate nel giardino, guardate nel capanno! -
John John era catatonico, era rimasto fisso davanti al suo marchingegno, perfettamente fissato tra l'asta dell'allarme e il tubicino in metallo, non capiva cosa era andato storto.
Dear John e Long John correvano su e giù, incrociandosi in un patetico balletto d'isteria, riempivano i secondi, cercavano di capire.
Mi affacciai a una della camere, il letto era tirato, le lenzuola pulite, a parte la mancanza dell'ospite si sarebbe detta una stanza normale, ordinata, nell'angolo, nella boccia di vetro, un piccolo pesce rosso lambiva la superficie dell'acqua. Supposi che avrei trovato le altre circa venti stanze nelle medesime condizioni. Fu così.
Percorremmo il giardino in lungo e in largo, nonostante tutte le quattro porte risultassero bloccate, con un mezzo metro di neve fuori, intatta, nessuna impronta, trentasette ospiti nel nulla.
Nel mio piccolo cercai gli indizi, le tracce del ragazzo senza occhi, più nel pensiero dentro di me che nel prato, ma tutto portava solo a un'inspiegabile assurdità, una mancanza di senso e logica, mancanza era il nome che il ragazzo aveva usato per descriversi a noi. Il suo non esserci. 
Io non so dove fosse andato, sentivo la scia ma lui non c'era più tra noi, la luce si era spenta.
- sono quello che non avete visto, dove non eravate, quando non sapevate -
Lavorai per altri venticinque anni in manicomi distrettuali, carceri e ospedali, mai più vidi nulla di simile, smisi  dopo di farmi domande, col tempo, come se dolore e follia fossero parti necessarie del mondo, come se dovessi abituarmi ad ignorare il secondo senso nelle cose, senza riuscirci mai, senza rinunciare a riempire la mancanza. La gente aveva sempre avuto paura di lui, solo questo avevo capito, pensandoci, parlandone in giro, quelli che lo avevano incontrato prima dicevano che nei suoi occhi vedevi la verità, quello che non avresti voluto sapere, forse un parente o forse proprio il padre glieli aveva strappati da piccolo, gli occhi, per questo.

 

lunedì 18 febbraio 2013

Cassetto n°78

Non riesco a vedere chi parla alla tv, vorrei riuscire a spostare i miei piedi che oscurano per intero lo schermo. 
Cerco di arrivare dove la voce di mia madre non può raggiungermi, ma è sempre lei a vincere.
Per il suo bene deve fingere che tutto è come prima, dirmi di preparare le cose per il lavoro, stai attento per la strada, chiamami quando arrivi, la sua mente si è dovuta adattare ad un ordine, la mia no, sono sempre rimasto vigile, esploratore dell'immenso mondo che un dio piccolissimo mi ha concesso.
Sempre steso qui, da otto mesi, muovo appena il collo e qualche dito della mano sinistra, niente, i medici non lo sanno, non miglioro e devono fare delle analisi, hanno fretta, devono fare una cosa dall'altra parte della città, non possono star lì a spiegare, sono urgenze.

- La terra, quella grossa forma su cui oggi poggi il tuo bel sedere, sta per cambiare! -
Credo sia un geologo o un astronomo, quello che stanno intervistando, è calmo nel dirci che da oggi sarà finita, si, oggi la terra chiuderà i battenti.
Lo immagino con una smorfia quasi compiaciuta sotto i folti baffi grigi, come stesse aspirando un buon rum,  torbato e  fumoso, forse è stato il primo a capire, a dare l'allarme, non gli han creduto e ora quasi quasi la cosa gli fa piacere, di aver visto avanti, aver previsto.
- ...si, un pioggia di detriti spaziali, meteoriti, impatteranno a sud della Francia,  potrebbe essere un'area tra la Provenza e i Pirenei , l'impatto sarà comunque circoscritto a...  -
- ...non sappiamo cosa potrebbe succedere, non siamo pronti a gestire questo genere di eventi...-
- ...vi aggiorneremo, siamo in costante contatto con gli osservatori sparsi per il mondo... -
Le previsioni indicano collisioni tra le 20:00 e le 20:20, la stessa ora del mio incidente, otto mesi fa.
- ...non possiamo escludere perdite umane e ci preoccupano anche le implicazioni metereologiche, avrete notato l'insolito caldo di questi giorni...-
Seguo la linea della la morfina in circolo, il collo bloccato al soffitto, mentre questo autorevole scienziato ci assicura che oggi tutto cambierà, io le chiamo promesse.
Torna la voce di mia madre, corre e rimbalza come se dovesse arrivare a cena una squadra di parenti lontani, mi stringe, odore di soffritto:
- va bene, buon lavoro, basta che tu stia attento! -
La guardo senza emettere suono
- si, con la macchina, stai bene in mezzo alla strada e non usare il cellulare! -
Le scelte di cui disponiamo sono circoscritte, penso, lei si distrae, guarda la tv, quelle notizie le entrano nella testa, barcolla, vedo i grandi occhi color cenere sbarrarsi:
- oddio! - balbetta come guardasse il sole dritto, non lo schermo
- oddio cosa sta dicendo? -
- non è niente, stai calma, tanto non è niente -
Arriva aria calda dalla finestra, una brezza soporifera a febbraio, forse ci siamo suggestionati, forse è tutto a posto, fino a poco fa maledivo l'eternità ed eccola che si gira e viene a prendermi soffiando come un serpente rabbioso dall'alito caldo e impastato.
Muovo un dito, mi stringe le dita, lieve, allora siamo vicini, siamo atomi dentro il disastro, per altro mai così vicini e poi mai più. Fusi, innestati, che le cose che arrivano non potranno mai capire cosa c'era qui, di cosa si tratta. Aspettiamo insieme.

- non ti avessi fatto andare, quella volta -
- non è niente, stai calma, ora non conta  -

domenica 10 febbraio 2013

Cassetto n°77

Mi abbasso, le ginocchia scricchiolano

- cosa può provocare un trauma, qualcosa di abbastanza forte, o interno? -
- mah, forse il tuo gatto decapitato dalla serranda del garage o tuo padre che piange per tua madre, all'ospedale...-
- piantala di pescare dal passato! Parlo di cose sempre valide, universali -
- non so, a me paiono sempre cose sciocche, senza senso, sono quelle larghe pozzanghere sotto i frigoriferi. Se ne stanno là, pacifiche, poi ci finisci sopra scalzo e ti uccidono! -

La campagna è di un verde insensato, intorno a me a mio fratello, a volte capita che qualcuno lasci una delle nostre case, e allora ci si trova
Controllo i consumi del gas sulla colonnina bassa in cemento, infestata di edera e muschio. Gli inquilini non pagano, ci sono abituato, io perlopiù mando raccomandate a rotazione, nel tempo libero.
- una volta là dietro ci stava una volpe!- Si volta mentre gli sto parlando.
- dietro a quelle assi là, tra i barili -
Mio fratello si rigira e con due dita a V mima il gesto di una sigaretta
-Non fumo più, e neanche tu, mi pare! Era una bestia minuscola, usciva solo la notte, per mangiare, trovavo piccole impronte sparse, nella neve-
- chissà se ci sono ancora, le volpi... -
- Avrei voluto addomesticarla  -
- come fece quel monaco, era di qui vicino, foreste del Casentino? -
- che stai blaterando? -
- si, c'era un frate sui monti, a Camaldoli, e aveva reso docile una volpe che lo seguiva come un gatto, da piccolo nutrivo grande rispetto per lui, per come lei si fidava -
- senti dobbiamo obbligarli a pagare, almeno gli affitti! Per le spese faremo noi -
- si, ma ho i clienti, tra poco,  facciamo fare a un'agenzia, no? -
Mi volto verso mio fratello, una sagoma al sole, annuso l'odore del giorno che il vento caldo tira via dai campi, una serie di ricordi, come rondini e letame, botti fradice di vino, voci che imprecavano tra i filar, ad ogni ora e adesso solo silenzio, sgocciolare del tubo, davanti a me. Paura dei serpenti e delle creature umide tra i mattoni delle vecchie case disabitate, solenni, silenziose già allora, come ora qui. Tutto.
Penso solo a quanto tempo, quanto tempo, che mi sono rubato.

- senti,  io ora devo vedere i norvegesi, poi cena, sempre di lavoro! -
- non preoccuparti, qua finisco io -

Mi alzo, le ginocchia scricchiolano
Mentre sale sul furgone porto una mano alla tasca dietro, le sigarette le avevo, ma ormai non le fumo più neppure io. Trascrivo i consumi su un taccuino, in ordine, separati da colonne, faccio una telefonata e me ne vado a casa pensando alla volpe rossa.

mercoledì 6 febbraio 2013

Cassetto n°76



Osservavo una vecchia  intervista della televisione pubblica allo scrittore infelice  Bernard Crowe. California meridionale.

-A pensarci bene dovrei aver scritto qualcosa di buono, avrò avuto si e no sedici anni, parlavo dei miei coinquilini universitari, esseri senz'anima-
-Si spieghi meglio, vuol dire che presto avremo materiale inedito pubblicato?-
-No dannazione! Erano persone malate, che non uscivano mai dalle loro stanze, ne avevo paura, pensavo che si smontassero gli arti una volta chiusa la porta-
-Gli arti?-
-Si, braccia e gambe, mi segue? Come se fossero delle enormi sfere-
-I suoi coinquilini?-
-Si esatto, e poi che li appoggiassero a una sedia e si mettessero a mollo in delle vasche di liquido conservante- 
- Che diamine signor Crowe e per cosa? -
-Come per cosa! Liquido conservante! Per essere sempre uguali, per restare sé stessi, non cambiare!-
-Beva un pò d'acqua signor Crowe e ci dica: pubblicherà sempre con Sparkwell?-
-Lei non mi segue, cominciai a scrivere da bambino, per il terrore, poi le cose andarono anche peggio...-

Bernard Crowe perse completamente contatto con la realtà, la cinepresa, lo studio. Al suo intervistatore non interessava minimamente quello che aveva da dire, ma lui continuò lo stesso:

-Smisi di lavorare a quella storia delle enormi sfere quasi subito, a pensarci bene scrivere è  solo un limite-
-Si riferisce al suo recente ricovero al Saint ClearHouse Hospital?-
-No dico che è impossibile essere soddisfatti di uno scritto, se si riesce a fermare un concetto, un tempo, lo si trova distorto, qualche ora dopo, dentro le stesse parole-
-Eppure "Pitbull di Dio" viene considerato uno dei dieci libri in lingua inglese più influenti degli anni 90...come lo spiega?-
-Quel libro è merda! Si tratta perlopiù della trascrizione degli insulti di George* da ubriaco alla sua morosa, in Texas, durante l'università-

Silenzio

-Tornerà da noi appena avrà pubblicato il saggio sul turismo sessuale a cui lavora da due anni?-
-Spero vivamente di essere morto per allora! Attendo solo un erede, se in giro ci fosse ancora qualche stronzo che sa  mettere in fila due parole, beh, ascoltate quel coglione!-

L'ottantenne si era alzato e stava rovistando platealmente la cerniera sul davanti dei pantaloni, piano piano si girò per andarsene. Per qualche secondo la regia temette che tirasse fuori il pene
-La scrittura è una gabbia, una puttana costosa e malata, lasciatela perdere!- 

Dal mio divano, in penombra, provai sincero affetto ed empatia per Bernard Crowe e me ne andai a dormire.

*George Crowe, fratello dell'autore, iscritto ad Ingegneria, morì veterinario

sabato 26 gennaio 2013

Cassetto n°75


Presto il professor Costa mi avrebbe fermato per un caffè, la borsa di studio era mia da inizio semestre, poi con la raccomandazione di Costa, frocio di sicuro, da Verona sarei volato, direzione Boston.
Ero nato per le macchine, miglior punteggio al test di informatica ed era il mio orgoglio radicato non aver mai troppo da dire, troppo silenzio, non c'erano risposte ambigue nei computer, mai come allora potevo tenere lontano ciò che volevo, che mi avrebbe distrutto.
Se entravo in grandi spirali di pensiero astratto trovavo solo vuoto, ragionando su ogni significato, su ogni gesto, all'infinito, avrei passato la vita a fare qualcosa di stupido, avrei comunque potuto zittire qualunque uomo su qualsiasi affermazione assoluta.

Avevo ventitrè anni, una BMW e il più grosso conto in banca di tutta la facoltà. L'arroganza necessaria era supportata dai fatti e da serie possibilità di impiego in aziende del calibro di Grouptech SRL e AssinInfo ARL. Oltre al bagaglio tecnico per uno stipendio a quattro zeri potevo anche vantare dritto da torneo e rovescio appena poco al di sotto per i set di tennis coi direttori, nonché spigliatezza e parlantina per abbordaggi al Golf Club
L'obiettivo, il futuro, erano India o Brasile, ero proiettato là tramite contatti di mio padre, Enzo Tresoldi, ad unico e fondatore di StargraphicsVerona, colosso della grafica 3D e dell'animazione computerizzata per pubblicità e serie per bambini.

Qua nessuno si era minimamente accorto di quanto dovessi bere per sostenermi, tenevo sempre una Nemiroff in armadio a casa, ne scolavo almeno tre bottiglie a settimana, senza ghiaccio, a volte con una striscia di cocaina.
Solo Angela, la governante dei miei, mi aveva preso una volta da parte per sentire l'alito, le avevo  soffiato in faccia di farsi i cazzi suoi e lavare separati i delicati in acqua fredda.
Anche che calzini,  mutande e lenzuola andavano stirati al contrario.
Sui sedici ero stato un discreto fumatore, ma l'erba non mi dava più sostegno, avevo abbandonato il fumo, ormai frammentava, diluiva i passaggi mentali che mi avrebbero condotto alla tesi a giugno, un preparato teorico riguardante i sistemi diagnostici integrati nella rete aziendale, un modello di sperimentazione di reti wireless su architettura distribuita.

Nella testa avevo mille tracce, particelle spinte all'obiettivo e non avevo bisogno della felicità, anzi cercavo specifici stati di carenza emotiva per essere esattamente quello che ero.
La motivazione dei miei compagni di università era interessante da osservare, mi intrigava pensare a come uomini senza talento accettino di credere in obiettivi che sanno di non poter raggiungere. Era un filone emotivo di ricerca per alcuni lavori che avrei senz'altro sperimentato in futuro.

Era finalmente il sedici, mi avvicinai all'ufficio del professor Costa nel momento esatto in cui usciva, era, come sempre, impeccabile nel suo soprabito e nel tre bottoni il lana grigio piombo e cravatta motivo Burberry's. Aveva il Sole ripiegato sotto il braccio sinistro, sobbalzò e sorrise intimidito: 

- ah, salve Tresoldi, proprio lei cercavo! -
- eccomi dottore, la stavo cercando anch'io -

sabato 19 gennaio 2013

Cassetto n°74


Cercavo una continuità nella segnaletica, dopo sei ore di guida era davvero facile perdersi in pensieri,
ok per questo pneumatico che volò sul mio parabrezza uccidendomi e che fu una vera sorpresa,  ma il concetto è più complesso. 
Potrei anche dire che non dovevo essere neppure in auto, dovendo ritirare l'orologio al centro commerciale da almeno un mese, chiusura del negozio 19 e 30, ma sarei inesatto, proprio perché il corpo di 80 kg, sganciatosi dal tir, centrò in pieno il mio vetro alle 19 e 19, togliendomi dai pensieri della cena e altre piccole paranoie. 

Non per farla semplice ma non si muore subito, cioè si resta in una attesa di sviluppi anche per giorni o comunque per del tempo, intanto si continuano a fare cose della solita vita: film, evacuare, lavatrici, solo non si lavora e si è sempre da soli. La mia sala d'aspetto aveva le sembianze del vecchio appartamento dello studentato universitario, trasmettevano continuamente in diffusione Segovia, poi dalle finestre il paesaggio non era granché, alberelli e un parco, direi periferia bolognese, nessuna traccia dei miei vecchi coinquilini . Gli specchi erano stati tutti rimossi ma fuori e dentro non ero più identico a me stesso. Provavo grande accettazione e come l'odore di  polvere da sparo, ma forse quello era l'incidente, rimasto nell'aria. 
Ecco, discorso a parte per gli odori, il mio maglione aveva lo stesso profumo Dsquared di sempre, misto a sudore e sigarette, molta pioggia, un pò di asfalto e gas di scarico.

La ruota mi piombò sulla faccia a 130 km orari, una ghigliottina senza lama, non c'era tempo per fare bagagli, in una una tempesta di ghiaccio e vetri, ma non riuscivo ad interrompere un ragionamento iniziato prima, la mia ricerca della continuità. 
Cioè ragionavo su quanto la presenza nel tempo e nello spazio modificasse le vite altrui, le cose, il buongiorno dato la mattina, l'auto di lato che obbliga a cercare altro parcheggio, prendere al bar l'ultima brioche ai frutti di bosco. Ora, ad esempio, la vita del camionista sarebbe cambiata,  pensavo bevendo un deca nella mia stanza, sarebbe cambiata anche quella di alcuni infermieri, degli automobilisti dietro di me e quelli dell'altra corsia, di chi avrebbe letto l'articolo, la mia famiglia amici e conoscenti, legali, assicuratori, il mondo sarebbe cambiato. Nel farlo non provavo nessun dolore passando da una a zero vite Non leggerò più, pensavo, questo e altre mille faccende in cui cercavo almeno qualcosa a cui aggrapparmi, ma non mi appartenevano più.

domenica 13 gennaio 2013

Cassetto n°73

Erano mesi che sta roba mi chiudeva dentro casa, la certezza che sarebbe entrato mentre dormivo per depredarmi, farmi fuori.
Era interessato alla casa, lui viveva qui accanto o a qualche chilometro, lo sentivo pensare con me, nel silenzio del buio delle stanze di sopra, avrà pur avuto le sue chiavi, ma non potevo sorprenderlo, non sapevo nemmeno se fosse reale.
Un tessuto a scacchi, rossi e neri, ecco quello che avevo visto.
Non avrei mai dovuto affittare una casa tanto grande, pensavo mentre lavavo i bicchieri con l'acqua fredda mangiando legumi direttamente dai barattoli, una casa tanto piena di scatole, di cose altrui, piena di angoli dove potevano accadere cose che non avrei mai visto o sentito. Ma era l'unica libera in questa zona e costava poco, davvero poco.
Avrebbe preso le mie cose, il computer, la macchina fotografica e tutto il resto, non importava era solo roba, il peggio era non sapere, ad esempio la macchina blu, che ogni mattina sfrecciava due volte: erano le sue mosse di studio? Certo ero un tipo prevedibile nelle abitudini, sapevo che sarebbe venuto mentre dormivo.

Il gatto, anche, era diventato strano, era un simpatico bastardo quando avevo affittato la cascina, mi si strisciava sempre alle gambe ora si faceva vedere meno, era magro e quasi rifiutava il cibo, stava cercando altri alloggi, malato, fiutava morte.

Io la notte lo sentivo che la notte c'era qualcosa che non andava, improvvisi colpi di freddo e controllavo il termosifone, che poi era a posto, sognavo sempre quel tessuto a scacchi neri e rossi senza capire mai dove cazzo l'avessi visto. 
Poi, se mi svegliavo, riprendere sonno era come fare una confessione all'inferno, riprendere le fila di un discorso non mio, sognavo sempre di un uomo, un dolore, piedi staccati appena di poco dal piano del tavolino, non lontano da qui e dondolava, dondolava senza sosta.