lunedì 5 agosto 2013

Cassetto n°98

- Posso averne un pò? -
quel folle mi tende la mano, sotto l'acqua del lavandino, nel mio sogno. - Non c'è tempo dobbiamo abbracciarci - Mi dice e mi prende
Lo stringo, come può perdere tanto volume? Minuscolo, mi sta nel petto, addosso con gambe e braccia e sparisce piano, dentro me.
Scivola dalle braccia, è bava e cola via, a fili disinfetta -
- Dove stavi prima? - Gli chiedo
- Stavo nell'acqua, ti abbracciavo ogni volta: doccia, mare, in un taglio sulla mano, persino se piangevi. Tanto lo sapevi che ero lì, sapevi senza dire -
Mi viene in mente una serata estiva, correvo in un campo, disperato che non respiravo più, la mancanza del battito nel petto sterminate volte, avrò avuto sedici anni. Non potevo vivere, io pensavo perché non riesco più ad avviare il mio cuore. 
- L'hai ritrovato? Pazzo pensavi di poter vivere senza? - E mi guarda
- Io non me non accorgevo, cose che capitano a chi vive come me -
- Hai finito tutte le droghe, hai camminato tanto, provato a trattenere il respiro. L'hai trovato allora? -
- Si, ma non era dove doveva -
- Tanto non lo è mai -
- è troppo grosso -
- Vedrai che ci sta -
E dicendolo affondo ancora bene la faccia nel lavandino, entro nello scarico e sparisco via da questo brutto posto, via verso il vero paradiso. Il bene sta nel piccolo.
Un tubo-
lei -
le sua cosce -
Il mio cuore -



venerdì 2 agosto 2013

Cassetto n°97

- non è che i ciccioni mi facciano schifo, odio solo il loro modo di respirare
- ah si?
Chiara, figlia dell'avv. Gualdi di Arezzo, si accende una sigaretta sul balcone del caffè Centro di Torino, zona Porta Nuova. Davanti a lei un conto da sessanta euro e Giusy, truccatrice da Kiko in pausa pranzo, che cerca con scarso successo di resistere all'impulso di rollarsi un'altro Drum.
- oggi in biblioteca ero vicina a un tipo enorme e ansimava, sembrava stesse facendo le scale, ma era semplicemente al computer.
- si, penso di capire cosa intendi...
- è un po' come se stessero sempre scopando, sono affannati, sudati e puzzano
- e se ne incontrassi uno estremamente intelligente, voglio dire una mente fuori dalla media?
- spiegati meglio!
Chiara trascina su e giù lo schermo dell'Iphone per pura noia, senza leggere.
- cioè mettiamo che conosci uno scrittore, uno coltissimo, un viaggiatore che ha solo qualche chilo in più?
- dipende anche da quanto! Tipo Giuliano Ferrara o più alla Philip Seymour Hoffmann? C'è una gran bella differenza!
- uno che, a parte il peso, rappresenti un uomo ideale, che vada oltre le banali leggi dell'estetica, consapevole e menefreghista del sistema costruito attorno a tutti 
- non lo so, non mi è mai successo
- io credo tu sia estremamente limitata Chiara, e non lo dico per offenderti, solo credo che il tuo stile di vita certi ragionamenti non li permetterà mai.
- sei tu ad essere un'ipocrita Giusy, il tuo ragazzo non mi pare un'orca, lì coso... il campione di nuoto!
- d'accordo, ma vedi ti stai difendendo!
- no, dico solo che se al mare dovessi abbracciarti ad un cinghiale peloso sudato che ti sbuffa in faccia, magari faresti meno la filosofa di sto cazzo! 
- ti difendi estremizzando, non hai argomenti
- no li ho e riguardano il fatto che sei una buonista sinistroide!
La parola sinistroide la fa scattare come uno strattone per riallineare una frattura. Un mirato colpo di lingua e Giusy chiude la sigaretta di Golden Virginia in una rollata precisa e sicura.
-  almeno non mi pare di pagarmi affitto coi soldi dei ricorsi delle multe della città di Arezzo...
-  sei un troia! 
Chiara lancia il mozzicone giù dal palazzo e si alza
- ti pago il conto, Fidel Castro! 
Giusy sorride, sapeva benissimo che sarebbe andata così, ha lasciato la borsa in negozio.

martedì 16 luglio 2013

Cassetto n°96

Devo bussare sei volte, per farmi aprire il portone, ma poi entro. Sono tutti silenziosi, come statue, ombre in cerchio, riflettono gli uni sugli altri, ossessionati dal loro stesso numero in crescita, temono non ce ne sia per tutti.
Questo chalet è chiaramente fuori bugdet e non abbiamo neppure dovuto versare un euro, per l'affitto, l'impianto stereo con casse Bose diffonde un dolce suono lounge, casse da almeno 2000 euro l'una. 
L'arredamento, modernissimo, è ridotto al minimo. 
Ottima anche la cena: tagliolini agli asparagi, frittatina in crosta di parmigiano e straccetti di manzo all'aceto. Ma nessuno aveva fame.
Per chiudere champagne e semifreddo ai frutti di bosco. 
Chi ci ha invitato su questa montagna, lo sconosciuto che ha inviato la busta, lo sapeva, che non saremmo mancati. Pochi tra noi, ex-ospiti della comunità terapeutica Narconon, avrebbero rifiutato. Per ora siamo in dieci, stravaccati qua e là, tutto è stato organizzato in maniera eccellente, nome operazione: Sole Nero, la nuova alba.
Trovai la brochure nella buchetta tre mesi fa, una busta di carta grossa senza mittente, un indirizzo argentato sul cartoncino color ebano, una grafica finissima: 
Ore 21:00, Relais il Castelletto, tre km dall'uscita Barberino del Mugello, riunione ex ospiti comunità Narconon, anno 1997 poi sotto numeri di telefono e contatti mail.

Partono i primi timidi contatti via web, tra noi, l'idea di andarci comincia realmente a diffondersi un mese dopo "perché poi come sarebbe ritrovarsi, ora, da adulti?" 
Chi è qui stasera, ne è uscito definitivamente, magari non subito, ma poi ce l'ha fatta, ora siamo puliti. Si vede dalle nostre facce, si sente dai nostri discorsi, abbiamo solo bisogno di decantare un pò un vecchio amore, di staccare una sera dalla vita, che ci sta ammazzando.
Aggrappato al bracciolo in pelle bianca del grande divano Frau, qui davanti a me, il commercialista Zinzelli parla dell'inutilità di comprare ora piccoli immobili da ristrutturare. 
- Non è semplicemente il periodo...- conclude ammiccando ai presenti. Suda copiosamente dalle sopracciglia, ha una gran voglia di essere simpatico, pure lui, eppure pare poco informato su come procederà la serata. 
E dire che pensavo fosse lui, il finanziatore incognito di tutta la faccenda, ma ora ho seri dubbi. Stravaccato al suo fianco, a scrivere al telefono, c'è Sergio, grafico di Milano, coperto di tatuaggi a tema misto, spocchiosissimo nuovo ricco grazie ai loghi di un paio di felpe da Milano bene.
Filippo, invece, resta isolato da tutti. Maestro di yoga, toscano, forse di Pontremoli, percorre in silenzio contemplativo il reticolo di vene che gli solcano gli avambracci, mantenendo una perfetta postura nella posizione seduta con piedi uniti che è riprodotta anche nel suo biglietto da visita. 
Gli faccio un cenno ma mi ignora, finge di leggere i titoli nei dorsi dei libri sul camino.
A un certo punto, lancio un quesito, così, nell'aria: - Ma sta storia del Sole Nero, qualcuno sa di che cazzo parli? -
Proprio Filippo prende la parola, torna consapevole e si mette a parlare
-...il Sole Nero era un antico rito indiano, i nativi assumevano droghe pesanti in gruppo, in un ordine prestabilito. Era un rituale al quale partecipavano solo gli animi più corrotti della tribù, alcuni avrebbero perso la vita nel susseguirsi degli eccessi. Lo scopo era proprio quello, esplorare il limite e ricongiungersi alle proprie paure, depurare la vergogna propria e della famiglia per tutti i crimini e le assurdità commesse....
Uno solo, si dice, sarebbe uscito vivo dall'orgia, e solo lui avrebbe visto da quel giorno un enorme sole nero in mezzo al cielo. Un pianeta che nessun altro uomo può vedere, giorno e notte la prova fisica della sua condanna e dell'espiazione. Questo uomo sarebbe poi senz'altro diventato un artista, uno sciamano o un saggio -
C'è brusio elettrico tra i dieci ragazzi eleganti, li riconosco solo dai visi, diversi da quando erano scheletri o iene, con la rogna e i denti gialli che ringhiavano per le cicche di sigaretta a terra e mangiavano foglie dalle aiuole per calmare le scosse da astinenza.
Ora sfoggiano sorrisi perfetti, sono consapevoli, han figli, non fumano e hanno tutti un'enorme voglia di ubriacarsi, e di altro, tutti come me. 
Il rito dovrebbe iniziare alle 00:00 con la celebrazione del Sole Nero, si parla di una sorpresa, fantastichiamo sul contenuto della sorpresa.  Lo scherzo si comincia a diffondere un mese fa, su internet: 
- E come sarebbe, poi, se la sorpresa fosse proprio roba? 
- Ma perché poi non riprovare ora, da adulti? 
Spizzico cubetti di ananas e sorsi di vodka ghiacciata dal bicchierino al centro del bel tavolo in cucina, mi son perso nella musica e nei cassettoni intagliati del soffitto in legno. Il televisore trasmette immagini astratte, cascate di colore, ragni fosforescenti si arrampicano sullo schermo. 
Ho indossato una tuta, ciabatte da casa, una maglietta presa a Budapest.

Rientro nella grande sala illuminata dai camini e da piccole torce al neon, basse sui pavimenti, rendono ancora più suggestivo il muro decorato a strati sovrapposti in sasso e mosaici monocromi. Mentre mi riavvicino alla zona centrale, vedo la splendida collezione di katana antiche, illuminate dal basso da led color ghiaccio dentro teche in plexiglass. Mi affascina una stampa: un samurai, guarda la luna in un prato notturno, un'enorme testa mozzata in alto, sullo sfondo, gli occhi strabuzzanti di sangue, i denti in fila scoperti dalle labbra. Degli ideogrammi o roba del genere sul lato a coprire il resto, è molto equilibrato

Tutti stanno zitti, li vedo che controllano e pian piano parlano, coi loro buchi, tra le dita dei piedi, sulle braccia, nel cerchio delle caviglie. Promettono ai loro buchi che presto arriverà da mangiare, siamo in attesa, ma chi non lo è? Gradualmente la gente si spoglia,  non arriva il pacco, doveva consegnarlo un anonimo, la sorpresa, come temevamo, non arriva. 

Dicono, parlano, dicono che che il vero incontro non è che tra noi, che la roba potrebbe essere un pretesto, non è poi così importante, finire a farsi sul serio. Ma gli occhi si stanno infossando, vedo bocche seccarsi, aliti acidi. Ognuno è col sé stesso, con le ombre, le finzioni, si ritrovano buttati sulle panchine battute dal vento di Firenze Maria  Novella, ma anche Roma Termini,  Torino Porta Nuova, Bologna Centrale. 
Aspetto, so che finiremo male, non si uscirà come si è entrati da qua, ognuno ha già imboccato una qualche sua via, ha riabbracciato un parente sporco perso nel passato. Quello matto, quello di cui si vergognavano in famiglia. Io scendo scavo livelli su livelli dentro me.
Sono in cantina e un uomo sta bevendo vino di spalle, oltre la porta. Non l'avevo notato prima, ha un maglione bianco, una riga nera e una rossa, familiare.
- Questo vino è buono, ma non è il migliore 
- Non l'ho assaggiato, scusi, ma io credo di non mi sentirmi bene.
- La volta scorsa che ti cercai non c'eri, dov'eri?
Realizzo chi sia, una proiezione distorta prodotta nel buio della mia mente.
- Quello che sta accadendo, non è possibile, è folle!
- Perché diavolo poi dovrebbe importarmi? Io voglio solo stare qua a bere un buon calice
-  Nei tuoi pensieri ancora mi tormenti, ogni sera,  mi chiami, lasciami andare e perdonati.
Ho davanti mio fratello Alberto, morto di overdose in un'auto a Bologna, sei anni fa. L'unica serata che non andai con lui, aveva diciannove anni.
- Eravamo due bambini, due bambini di merda Matteo! Vai e lasciami bere, mentre chiudi la porta, chiudici pure le tue colpe.
Io non so se parlare, è lui, son paralizzato.
Capisco cosa facciamo allora, tutti qui: questo è il luogo dove paghiamo per quel che causammo. 
La morte mi sorride dalla porta socchiusa, è il porto e l'approdo, questa casa è un portale un ponte verso il proprio inferno interno, ecco perché ci hanno invitato, la scusa, il debito. Sapevano che la droga era un buon incentivo, un modo per muoversi tutti e  in fretta.
Devo andare a congiungermi al buio, io devo andare, uscire da questo cazzo di edificio.  
Sta per crollare tutto, dentro e fuori. Ho capito in quella cantina e ci lascio tutto quello che posso lasciare.
Salgo verso la sala. Mi corre incontro Filippo impazzito, farneticante mi spiega che sua madre, giovanissima e sorridente, gli ha appena servito un Manhattan in coppetta, fatto alla perfezione, pregandolo di non versarlo tutto sul tappeto di moquette.
La madre di Filippo si perse nei debiti, per curarlo, poi morì sola, in una casa di riposo comunale. Nel frattempo lui cercava sé stesso per il mondo appena guarito dal vizio.  Lo seppe in India, che era morta, stava salendo su un traghetto per lo Sri Lanka. 
Il commercialista paga, paga anche lui da solo e paga tutto. Suda, ha perso ormai otto litri d'acqua è pallido e secco, credo che potrei ucciderlo con una spinta, rannicchiato sul divano in posizione fetale, piange appoggiato all'Ipad.
Sergio urla al televisore, dentro ci vede la fidanzata di allora, i genitori di lei. Vede la sua incapacità di stare con altri, trova il fatto che ha prodotto solo idee copiate  e riciclate, fin dall'inizio della sua carriera. Poi si alza, scaglia nel camino tutto quello che incontra, cappotti, libri, vedo il fuoco prendere corpo e il fumo intasare la stanza in nubi dense e nere.  Le fiamme prendono i tappeti, le tende.
Per me è l'ora di andare. Gli altri non li vedo, sono inghiottiti dalla polvere, stanno ai tavolini lontani, come ombre sfocate.

Le quattro del mattino, quando esco dalla casa, sconvolto, non so se l'eroina sia in circolo nelle vene, il pacco forse è arrivato, non so se mi sono riuscito a fare il buco o no. Potrebbe essere tutta un'allucinazione di attesa. 

Cammino giù per la collina, non fa freddo, non provo sollievo, mentre tiro dritto verso un enorme Sole Nero, che si alza piano davanti a me.

martedì 9 luglio 2013

Cassetto n°95

Il pavimento della 4B sembra pulito, ma guardando bene tra le fughe delle piastrelle color crema, si nota ogni genere di schifezza. 
I bambini sono seduti in punizione, un triangolo, faccia a faccia, non è la loro aula. 
Immagina Paolo, novanta chili a tredici anni, un gigante ebete con la faccia chiazzata di peli di barba e Marina: magrissima e fusiforme, un mucchietto d'ossa e denti sparpagliati a caso nella figura elfica e brufolosa bardata da occhiali a lenti come doppi vetri da oblò di sottomarino.

Infine immagina Pietro, più basso della media, con gli occhiali e una spruzzata di capelli dritti color carota, col gel. Ha una faccina bianca e lentigginosa, sempre corrucciata come una prugna secca e non sopporta le punizioni di quell'arrogante della signorina Faedi: l'insegnante di italiano e storia. 
La signorina Faedi pare nutrire un'avversione innata per Pietro, lui l'ha sentita più volte, dire ai colleghi: "..un ragazzo con una marcia in meno", "non si può dire che non si impegni, ma…", "non tutte le ciambelle…" le mani ossute e ingioiellate aggrappate al registro, una finta espressione di preoccupazione disegnata sul viso, la catenella degli occhiali Chanel che ondeggia.
Lui, invece, capisce molto bene, capisce tutto, solo che non vuole dargliela una soddisfazione a quel mondo di giudici.
Stringe la stagnola nel pugno chiuso fino a renderla un sassolino minuscolo e durissimo, pensa di scaldarla col fuoco, una brace, che è la sua rabbia e di scagliarla a velocità supersonica tra le sopracciglia della Faedi. 
Un tonfo, una nuvola rossa di sangue vaporizzato nell'aria e sul piano in formica della cattedra e Pietro vede la luce dal foro che attraversa il cranio della prof.

Paolo, enorme sulla piccola sedia, si lagna, insopportabile e mostruoso e Marina fissa uno spigolo del muro, dondolandosi emette schiocchi con la lingua contro il palato, a ritmo, potrebbe far così le ore. Loro si che sono ritardati veri, lui che cazzo ci fa in quella stanzetta? Chiuso a respirare la candeggina in una situazione simile?
La carta fisica e politica dell'Europa sparisce piano, il taglio di luce solare sia abbassa, han voluto togliergli l'orologio, non vogliono neppure che sappia che ore sono. 
Una punizione solo sua, in fin dei conti: averlo pubblicamente associato ai due compagni, un'operazione, condotta con pazienza e gradualità, da inizio anno. 
Capisce ora, Pietro, il disegno completo: annoverarlo tra i diversi, renderlo buffo per un'antipatia personale, mentre lui, a casa, prende sberle dalla madre per i voti e occhiate di disprezzo dal padre, medico legale e accademico.
I suoi ci han messo poco, a credere alla Faedi, alle sue diagnosi definitive da insegnante frustrata. 

Ora guardate i pugni di Marco: le nocche esangui, tese e bianche. Quanta forza può avere un corpo di tredici anni? La pallina argentata è sparita, assorbita dalla forza nel suo pugno. 
Guardate Pietro, piegato in avanti, i gomiti che spingono sulle ginocchia e i piedi perfettamente appoggiati al pavimento in ceramica chiara. Osservatelo mentre sente il suo peso aumentare, crepare le piastrelle, affondare nel cemento.

Perché non li vengono a chiamare? Saran lì da tre ore, ormai.

- mi scappa, mi scappa, mi scappa, mi scappa....! - 
Piagnucola Paolo, la voce inquietante da mezz'uomo, potrebbe bagnarsi da un momento all'altro, Pietro sa di non poter sopportare oltre.
Marina invece, non emette più suoni, la velocità delle oscillazioni è al massimo e la bocca le si dev'essere bloccata a forza di schioccare la lingua: potrebbe soffocarsi se qualcuno non la ferma, è cianotica. 
Oppure potrebbe continuare a oscillare sulla sedia in legno laccato, per sempre, fino a perdere sangue dal sedere.
Prova disprezzo per i due compagni, nessuna compassione e sente una furia infinita per esser stato sbattuto in quel circo di fenomeni ed esserci entrato, senza far nulla, senza mordere, scalciare, senza piantarsi sulla porta dell'Aula 1.
Pietro osserva la scena come dall'alto, separato e appoggiato al soffitto.
Vede le tre sedie con Paolo, che sembra un continente tipo la Russia e la pozza di urina giallastra che si spande sul pavimento in modo irregolare, tagliando le fughe sui due lati, per poi invadere ogni singolo rettangolo di ceramica. 
Accanto vede Marina: un puntino di elettrocardiogramma impazzito, infine Pietro vede sé stesso, piantato nella penombra dell'aula. 
Inizia a sentire l'irrealtà del posto, si sente disperso, interno e spezzettato. 
Senti che urlo gli arriva da dentro, esce quasi senza che sforzo, ed esce così:

- Io- Non- Devo- Stare-  Quiiiii! -

Un colpo di reni, una frustata e Pietro si alza dalla sedia come un gatto, ha gli occhi fuori dalla testa, i pugni stretti e la braccia piantate lungo il corpo. 
Guardalo compiere dei giri concentrici intorno alle sedie dei due compagni, evitare la pozza di urina di Paolo che ormai occupa una mezza stanza. 
Osservalo fare dei giri, sempre più stretti, come uno squalo attorno alla zattera dei superstiti, la porta non è chiusa a chiave, ma sa che uscendo senza permesso, a questo punto, avrebbe perso, dato a loro quel che vogliono. 
Pietro sta girando attorno ad un punto: un brick di succo alla pera vuoto, appoggiato sul pavimento.
Continua a girare, coi muscoli delle cosce testi sotto la tuta e inclinati nello sforzo di torsione laterale, fino al dolore. 
Un attimo e i piedi si staccano simultanei dal suolo, si accostano in aria, le braccia alzate verso l'alto per la massima elevazione e la testa in basso, puntata al brick, al centro fin dentro di quella merda di brick.
è un senza tempo, sospeso, il punto zero che precede la chiamata della gravità, il blocco prima della discesa accelerata dalla spinta simultanea delle gambe giù verso il basso, linea perfetta.

Qualcuno armeggia con la maniglia della porta, su e giù, uno scatto, scrollano, stanno per per aprire, entrano ora.

Pietro pesta con tutte le forze il brick di succo alla pera posizionato al centro dell''Aula 1, contro il pavimento, il boato, che inizia ora:


E in quell'istante, il mondo
finisce.  

lunedì 24 giugno 2013

Cassetto n°94

Steso al sole, tra ventri enormi dilatati, tette vuote e pendule, colli con pieghe e linee bianche, peli spezzati, incarniti, che creano pustole di pus attorcigliandosi nello strato sottocutaneo, unghie gialle, stratificate, grosse come dobloni d'oro  e  pelle che le inghiotte, unghie cadute, dita tozze. 
Amputazioni, atrofie, paralisi, flebiti, lividi, ritenzioni...
I culi, a migliaia, passano sulla mia testa: culi felliniani, oppure scarni e scavati, montagne di lipidico disprezzo alla gravità e alla vista altrui, sotto costumini made in Bangladesh.
Pelle, soprattutto pelle: secca, spellata, unta di crema al cocco, vaniglia, pelle molle, slabbrata, rughe a ragnatela sotto gli occhi, peli neri che escono dai nasi e dalle orecchie macchie cutanee, macchie d'età, lentiggini.
Maschere di Gilgamesh.
Cicatrici, smagliature, nei, bugni, punti neri, cicatrici da acne, buchi nascosti al sole, vene varicose, tatuaggi incerti, cicatrici da acne, l'avevo già detto?

Amore, ti spengo una canna vicino alla gamba, basta che tu non ti muovi...
Scade dopo 6 ore dalla convalida...scritto sul filtrino della canna, la spingo dentro la sabbia, sparisce. 
Un che di dolciastro e di già perso, resta in bocca, solita sensazione:
- Tutte queste troie, perchè le guardi? è me che dovresti guardare!
- Io non stavo guardando nessuno cazzo! Son qui che ti parlo!
- Non mi prendi per il culo, tu le guardi tutte!
Provo a fissare qualcos'altro, ma non vedo che carne, ovunque, poi c'è  un muretto scrostato, ecco, sei qui per me!
Percorro il muretto con lo sguardo fino a dove entra perpendicolare nell'acqua, un bordo scuro che taglia la melma adriatica e meduse e assorbenti, il mare è una latrina, eppure sposta milioni di persone...
- Senti piccola, sarebbe d'aiuto se ti dicessi che mi fanno schifo tutti: uomini e donne?
- Mi sarebbe d'aiuto se mi guardassi come l'anno scorso.

Ok, davanti a noi, un capanno da pesca, da piccolo da lì mi ci tuffavo in mare e facevo fatica, ci mettevo dieci minuti interi per salire e decidere di buttarmi, ma cazzo quanto è basso.
Forse avevo paura di questo: della sua bassezza.
Ti prego vieni qui sul telo, stringimi, abbracciami, stiamo al sole e basta, no lotte, domande, dubbi; li teniamo per stasera! Ora stiamo qui e ci sposiamo sul telo.

- Troppo facile eh? Ti è tornato il buonumore e tutto passa, no? A me passa quando passa...aspetti!
...io so aspettare e litigare e commiserarmi, miliardi di volte, per le stesse cazzate, per i nostri vuoti, per il gusto di sapere che sai ritrovarmi da qui a sempre, da sempre ad ora.
Mi rannicchio, come un ragno bruciacchiato sul mio telo corto, ho solo quattro arti, ma sono anche troppi, nella sabbia.
Penso al fatto che, ora, dal capanno da pesca, mi ci tufferei ad occhi chiusi, ma poi torno consapevole dell'assoluta mancanza di tempo, in questa spiaggia e mi rimetto ad osservare i carrelli di carne strizzata che corrono sul bagnasciuga.

Eritemi, addominali, psoriasi, forfora, protesi di silicone, voglie, alopecie areate ed universali...
Mi scolo una bottiglietta d'acqua rovente, ti sfioro, sto quasi meglio.




martedì 18 giugno 2013

Cassetto n°93

Come riannusare puzza di gasolio, fottuta, buonissima puzza di gasolio bruciato, che ci portavamo nei giubbini, nei capelli, dopo essere scesi dal motore e io ti stavo aggrappato dietro, le ginocchia sfioravano le carrozzerie negli slalom.
Lasciare mezza caviglia appiccicata alla marmitta, ogni tanto.
La notte era la Colonia Varese a chiamarci o qualche casa in costruzione, la pineta, con le torce, a spiare puttane e clienti, la paura di trovarci i nostri padri.
Sempre il rischio, come metro di giudizio, un rischio buono, condiviso. 
Ho un ricordo migliore delle prime cose, paradosso della memoria, quelle cose che te le ricordi sbiadite, come se i ricordi vecchissimi fossero in bianco e nero, che li fissi appena e son già cambiati, una nostalgia a presa rapida, veloce.
Era facile divertirsi, perchè qualcosa da fare, un posto da vedere, un tipo da incontrare, c'eran sempre. 
Come la zucca di Halloween, caduta di sotto sulla Mercedes di tuo padre, il tempo appena di pulire, poi dei gran horror, a rotazione: la Casa, Michael Myers e Jason, da te non si dormiva mai.
Era la tua la casa che volevo, il tuo cane, i tuoi spazi, che diventassero anche i miei.
Entravo di nascosto nella camera di tua sorella, a vedere il murales di New York, la statua e le finestrine illuminate dei grattacieli.
Era assurdamente bello, per me, poter avere un graffito in camera.
Ci ho pensato ora, che il fresco di una serata estiva mi ha portato da te: un legame immediato, genetico, come le molecole dell'acqua.
Le cose che son così e basta, che non le discuti.
Viale Roma, come base, un Phantom Malaguti rosso, tu che mi creavi gli agganci, poi mi lasciavi andare a conoscerle, a farmi strada, restando dietro, lanciavi le mode, o forse anche tu, le seguivi. 
Andava benissimo così.
Solo le mie sigarette, spreco di soldi, ti faceva incazzare, che vedevi un mondo di cose da fare e così poco tempo per star lì a sporcarmi un pò, come mi è sempre piaciuto.
Io ci son delle cose, che non riesco proprio più a vedere: come l'incrocio del tuo incidente e le scritte di anni fa, che rimangono, nel sottopassaggio a Savio, nelle ringhiere del campo da basket.
Le sono andate a cercare, meglio di ogni fotografia, fisse, scorrono il tempo avanti e indietro solo a toccarle, le scritte, il rilevo dell'Uniposca sul metallo. 
E provo a cercarti, Riccardo, mi metto in te.
Rientro in casa tua, come quella volta che misi i sassi sulle rotaie, il treno dovette frenare.
- Mi hanno beccato! e ricordo te, che mi aprivi:
- Qua non ti beccano, qua non ti beccano! -
Ora smetto di scrivere, anche quest'estate è esplosa, sento il ticchettio della strofa, che a Mirabilandia, nell'ultimo juke boxe della Romagna, faceva così:

mercoledì 29 maggio 2013

Cassetto n°92

Seguivo mio padre, aveva il passo svelto, ma incerto, io tredici anni e delle conseguenze, sinceramente, me ne fotteva una beata sega
La sera prima, mi aveva scoperto: - Dove le hai prese quelle? - indicava tre taniche, cinque litri l'una, nascoste tra le coperte, nel vano di sotto.
- Acqua? Questa è acqua! Dove l'hai presa? - Voce rotta. Poi si è appartato, a telefonare, non poteva farci niente, il vecchio piangeva e mi denunciava.
Siamo in sei milioni in questa città, avrei potuto nasconderle ovunque, perché proprio in casa? Sciocco, colpa mia, colpa solo mia.
Avrei anche potuto non vederla, la fessura. Era una sera, di turno al lavoro, scavavo gallerie per i mezzi sotterranei, giù, alla Compagnia.
Quella volta trapanai qualcosa di duro, metallico, piantato nella roccia, scintille della punta del trapano. Lo spolverai, con cura, era circolare, un bel diametro, piantato all'altezza delle ginocchia con viti, circolari anch'esse, grandi quanto bottoni. 
Man mano che pulivo la superficie, un piccolo spiffero mi pungeva tra gli occhi, spostava i capelli: aria pulita,  brezza. A lato, comparve una fessura, la fessura che mi ha portato, oggi, a dover seguire mio padre, verso l'Interrogatorio. 
La fessura, che poi era una grata, aveva dei bordi in metallo, minuscole scritte e codici alfanumerici, tra la polvere e i detriti.
Alla Compagnia dei trasporti i turni erano veloci, incalzanti, eravamo quasi sempre da soli e il tunnel era buio, decisi così che avrei scoperto tutto, della botola, anche se me la facevo sotto.
I mesi successivi alternai il lavoro con gli attrezzi alla pulizia della botola. Fu incredibile scoprire che si affacciava su un bacino d'acqua, un bacino artificiale con una scorta immane di acqua.
Dovevo lavorare il doppio. A fine turno, coprivo la botola con sacchi di pietre, ghiaia e stracci presi dalle discariche. Finalmente avevo capito dove la tenevano.
Ricordo chiaramente, la sensazione che provai la prima volta che misi la testa nella cisterna dell'acqua. Provai un senso di chiarezza, come di pulizia.
Provai quella sensazione di quando trovi le chiavi esattamente dove ti ricordavi di averle lasciate, stessa posizione.
Il mio tubetto settimanale era già agli sgoccioli, giovedì. Lavorare tanto mi faceva venire una fame animale e finivo sempre per barattare sigarette e altri beni futili, che riuscivo a procurarmi in galleria, con altro cibo o pastiglie nutrienti.
Dopo un periodo in cui la vita umana era arrivata a coprire anche i centovent'anni, negli ultimi anni la longevità si era ridotta notevolmente a livello mondiale, colpa del cibo scadente, che ci fornivano le industrie farmaceutiche e delle pessime condizioni del clima, un caldo umido costante.
Una vita media si misurava, ormai, nell'arco dei cinquant'anni.
Animali, piante, ogni forma di vita, ridotta a poche decine di specie, tutte sotto la tutela della rigida Commissione Universitaria. Questo mondo, quello in cui vivete ora, ci stava lentamente dicendo addio.
Da quando fu abolito il denaro, intere famiglie, potenti e miserabili, tutti insomma, si trovarono sullo stesso piano. Fortune perse nell'arco di un mese, patrimoni naturali ed artistici abbandonati, sanità allo sbando. I soldi venivano bruciati nelle strade, tra carcasse di auto e carogne di cani e persone. Ci fu un periodo di lotte e sommosse rabbiose, guerre civili, brigantaggio, sciacallaggio, stupri. 
Dei gruppi autocostituiti presero il comando e, sciolti i governi, si formarono le Commissioni, che gestivano la cosa pubblica in modo rigido e unilaterale.
Si sarebbe lavorato unicamente per sopravvivere e, devo dire, che le cose, andarono anche meglio del previsto. Le Commissioni erano incorruttibili, spietate, disciplinate all'interno da un solido senso di appartenenza e di rispetto per la vita umana. Si basavano su un presupposto tanto logico quanto innaturale: tutti dovevano avere solo il minimo e persino all'interno delle stesse istituzioni, l'unica paga, era cibo e acqua: due litri, procapite, al giorno. La pena di morte venne reintrodotta, si uccideva anche per reati contro la cosa pubblica, soprattutto al patrimonio alimentare.
L'acqua restava il bene primario, scarsissima sulla terra, era la nostra forma principale di remunerazione e veniva distribuita da personale armato, direttamente ai nuclei familiari, con camioncini blindati, in proporzione a crediti per lavoro o altri meriti accumulati. 
Le Commissioni e la fame piegarono ogni volontà di trasgredire, corruzione e furto diventarono quasi nulli. Anche le famiglie si allargarono, e si passò a gruppi di venti, trenta persone, sotto lo stesso tetto, si divideva tutto, senza compromessi.
Non ci sono stati dubbi, per nessuno dei due, me e mio padre, tutto corretto. Sono stato trovato colpevole, coprirmi voleva dire morire tutti, sparire a livello civile.
Lo seguivo rapido, due fermate di metro, incroci, visi sfocati, accanto.
Il personale della Commissione disciplinare ci accolse in un'ampia stanza bianca, il bianco era il colore della Commissione, rappresentava l'impenetrabilità, l'assenza di ombre del sistema.
Un funzionario sbrigò alcune pratiche con mio padre, gli fece firmare dei moduli, io venni invitato ad accomodarmi in una sedia di una infinita fila di sedie bianche, spalle al muro. La terza sedia da sinistra, mi dissero, era così.
Mio padre era serio, ma non pareva più tanto esitante, sentiva di fare la cosa giusta, il mio atto andava sanzionato, segnalato.
Gli dissero di andare pure, sarei restato nel centro, per due settimane, per un modulo di correzione comportamentale, poi andarono a parlare nell'altra stanza, sentii dire capisco almeno una decina di volte. Poi disse un'ultima volta capisco salutò e chiuse la porta.
Con me furono gentili, mi chiesero i dati, se sapessi leggere e scrivere e dove vivessi. Compilai un modulo in cui dovevo descrivere esattamente tutto quello che sapevo sui miei familiari. Ci misi due ore.
Si concentrarono su un aspetto nell'interrogatorio: chi sapeva? Avevo parlato della vasca d'acqua con qualcuno, forse mio padre? Non mentii, nessuno sapeva dove avessi preso quelle taniche. Nessuno tranne me.
- La cosa importante è che tu, ora, ragazzo, sappia che non puoi più vivere come prima-
Intervenne il secondo, il tono era meno marziale:
- Hai fatto una cosa molto grave, capisci che tra un solo anno, a quattordici anni, saresti stato considerato "non recuperabile" e quindi, probabilmente, eliminato? -
- sissignore sono consapevole della gravità di quello che ho fatto! -
Ascoltavo, senza tradire emozioni, ero terrorizzato, ma ero abituato alla procedure, dalla nascita, riuscivano a rendere qualsiasi decisione talmente estranea dalla mia sfera di volontà, da dotarmi di grande acquiescenza ed accettazione.
I due agenti si ritirarono in uno stanzino, attesi
Poi venne una signora, anziana, una bella donna in tailleur bianco e mi chiese se mi andava un succo.
Certo che mi va.


Febbraio 2064
 Ora sono nella mi stanza, a diciotto gradi punto cinque di temperatura, la stanza che occupo, da sei anni, ormai. Non ho più visto mio padre, i miei fratelli, il mondo vero. Mi dicono poco, ancora, in generale, ma devo esser stato davvero fortunato, sono stato assegnato al programma di Conservazione e Promozione della Continuazione (CPC). Vivo in questo loft sotterraneo arredato, qua, a differenza di sopra, non manca nulla. Ho capito poco, di questo mondo sotterraneo, ma siamo le persone che non possono più avere contatti sociali, abbiamo informazioni incompatibili, con la prosecuzione delle attività delle Commissioni, in superficie, ma, per qualche ragione, non siamo neppure eliminabili.
Non siamo stati uccisi. Non so se ci siano altri posti come questo, ma qui saremo un migliaio, ci sono menti eccezionali, scienziati e progettisti che lavorano, cercano soluzioni, creano modelli per un futuro possibile, dalla mattina alla notte, spesso falliscono.
Ci sono individui dotati di facoltà mistiche, di previsione ed anticipazione, detentori di grandissime sensibilità. Non si entra qua sotto col denaro, questo spazio non è affittabile, chi lo conosce è perché ci vive, a parte una decina di persone in superficie.
La condizione è quella di uno stato di grazia, una prigionia dorata che, sotto ad un mondo agonizzante, pare più una promessa. Il mio è un edificio, al centro del parco di centinaia di ettari.
Animali, serre di conservazione e laboratori a centinaia, strutture sparse a cerchi concentrici nel parco. Tutto intorno al parco, le cisterne d'acqua, sempre più vuote, tra cui la C-1605, quella che trovai io, trapanando per la Compagnia.
Non ci dicono nulla del mondo, convivo con questa angoscia che, ormai, è un breve pensiero spiacevole, la sera, prima di dormire. Sono addetto alla manutenzione delle cisterne, ironia della sorte, controllo l'erogazione dell'acqua e tutti i valori, pressione eccetera.
Le persone, le ricordo, quasi tutte, ma non riesco a convivere con una immagine: il sole, piccola palla bianca, che filtrava dietro le finestre rotte dei palazzi sventrati, alle sei della sera. Sullo sfondo i fumi dei falò, luci tremanti e la gente che bruciava immondizia, sotto quel sole. Sono inquinato da quel ricordo, ossessionato, credo che diventerà presto insopportabile, l'idea di vedere ancora il sole, perché, ora, è il mio dio, la mia aspirazione. Ogni sera, prima di dormire, dopo lavoro e palestra, faccio un'ora sotto le lampade UVA, servono alla pelle e all'umore, dicono. Ma mentre sono là sotto, elaboro dei dettagli a quel ricordo, il numero degli edifici, i contorni, le sfumature di oro ed arancio, c'era qualcuno che gridava? O forse delle campane, battevano a tono?
Ti devi aggrappare a qualcosa
La sera, dormo sotto un enorme quadro che rappresenta una zattera di  superstiti, molto bello, oscuro, mi ricorda la mia vita di prima, la lotta. Mi han  detto che era famoso, di un certo Géricault, la Zattera della Medusa, credo si chiami.


Sempre Febbraio 2064
Questa maledetta aria inquinata rantola giù, nei polmoni, come aceto, centelliniamo l'acqua dentro bicchierini graduati e personalizzati, verso sera, via via, sempre più vuoti. Nessuno in famiglia beve l'acqua altrui, sarebbe come ucciderlo, di dieci figli che ho, quattro hanno una tosse molto brutta, siamo in attesa delle cure, ma il sistema è intasato e ci vorranno giorni. Il loculo di appartamento che ci affitta la Compagnia basta appena a mettere i letti per tutti, ma la casa l'abbiamo, almeno e costa poco.
Mia moglie sorride sempre, sa perdonare e coltiva pomodori e insalata, praticamente senza annaffiarle e ride, la benedico per questo.
Prendo il contenitore del tabacco, fumare in questa città, è come prendere boccate d'aria fresca, mio padre, suo padre, fumavano, al diavolo le bombole che la Commissione ci noleggia per l'ora di ossigeno puro, ho altro a cui pensare. Le mie le lascio a mia moglie, vedrà lei.
Sono sei anni e tre mesi che manca David, mi è stato garantito che è stato affidato presso una famiglia, sta bene ma non posso sapere altro, e piano piano ho smesso di chiedere.
Non potevano ucciderlo, troppo giovane, lo sapevo ho studiato la legge, con le Commissioni non puoi non conoscere il codice.
Mi appoggio alle assi che dividono il nostro appartamento a quello dei vicini, noi siam fortunati, loro son ventidue e hanno un appartamento identico al nostro.
La vita è dura. Guardo il sipario del sole che scende e aspiro forte, il tabacco dalla pipa, misto al lavoro di oggi e alla cena saltata, mi fa girare la testa, vertigini.
Mi sembra di planare giù, per questi trentasei piani, sto un po' meglio e cerco di ignorare il fatto che tante volte ho pensato di farlo davvero, di buttarmi, ma poi passa.
Credo che mettano qualcosa apposta nel cibo, nei tubetti e l'idea di farla finita, pian piano, svanisce.
Ne parlavo coi colleghi, anche ieri: una quieta rassegnazione che ci dice "le cose van portate avanti, il lavoro va svolto" se vogliamo l'acqua. Il proprio ruolo va occupato. Lavoro anch'io alla Compagnia, come il mio primo figlio, David, lo feci assumere io. Ma dopo di lui non vollero più nessuno della nostra famiglia, nell'azienda, ragioni interne. Io sento che David, ogni tanto, pensa a questi posti, so che non è arrabbiato con noi.
Sconto la condanna di averlo perso, vivendo. Perché il tarlo lavora, mi ruba il sonno, perché la mia fede, la mia incorruttibilità han vacillato. Io rubo la mia vita, la regalo ai miei figli, io non ne son degno. Io, come Abramo, ho mostrato massima devozione, pur abbassandola, la mia spada, e ho ucciso mio figlio, per come lo conoscevo.

Perché non dissi a nessuno del bigliettino di David, piegato dentro il mio portatabacco? E delle trenta taniche d'acqua? Io, a questa cosa, qui appoggiato a fumare, ora, non so proprio rispondere.