domenica 10 agosto 2014

Cassetto n°137

Le zebre sono ottime compagne di sbronze, ma non puoi andartici a nascondere insieme

Fisso le immagini di Gaza alla televisione, sembra il film di qualche regista impegnato spagnolo, quelle luci, non devono riprendere tanto bene le luci, o tutto rischia di apparire irreale.
Gli amici mi lasciano un messaggio in segreteria, si, la tengo ancora, ovvio che sia inutile, col cellulare, ma che c'è di male, ad avere la segreteria? Ho imparato a stare solo, in casa mia, quest'inverno, lascio il pacchettino sul tavolo dell'ingresso, ho quaranta minuti, sta arrivando il catering: è il compleanno di Caterina.
Penso a questo regalo da quando l'acquistato, Eleonora, la vecchia gioielliera, aveva qualcosa di ossessivo, nell'insistere perché prendessi proprio questo. Lei conosce Caterina da una vita, io ero stanco, mi sono fidato.
Nello schermo, un bambino in braccio, gli esce l'osso della gamba, è color piombo, sembra un giocattolo, ma ho fame, mi faccio disgusto da solo e spengo lo schermo.
Potevo spendere anche meno, tanto è tutta aspettativa, bastava un peluche, magari questi orecchini non fanno neanche figura, mi costano uno stipendio e magari non le piacciono, magari era meglio andare alle terme. 
Non è periodo: casini al lavoro, per entrambi, ma sorrido, sta arrivando un'ottima cena giapponese, qui, tra poco, ho persino ordinato tovagliette a tema e vino bianco.
Stiamo affrontando un periodo nero, sempre in ufficio, ai capi opposti di Milano.
Perché quei cazzo di orecchini? Non li metterà mai, poi.

Il gatto balza dentro, sembra quasi scontento di vedermi, sperava fosse lei, personalmente cerco di farlo aspettare sempre molto, per mangiare, mi diverto a portarlo al limite. L'odio nei suoi occhi gialli è denso come budino. Mentre l'acqua comincia a riempire la vasca mi scaldo qualcosa: due pezzi di pollo di ieri e un fondo di Peroni rimasta fuori frigo
La segreteria gracchia: amici mi dicono che mi sto perdendo ogni concerto, quest'estate, ed è così, è vero, mi sto perdendo davvero tutto.
Qualcosa gratta nel pacchettino, dentro, ma non posso essere già sbronzo e le allucinazioni, qui, non c'entrano con la birra, il gatto scappa dalla finestra, un razzo, pazzo come me.
Non resisto, cosa si muove nel pacchetto? Scollo leggermente l'adesivo della gioielleria, la carta patinata color avorio si apre da sola, come un fiore, esce il cofanetto in cuoio rosso. Lo tengo in mano, la carta tocca terra, cristo trema, vibra sul serio.
Faccio scattare il pulsantino, CLAC.
I due piccoli diamanti non ci sono, al loro posto ci sono minuscoli occhi, vivi, che si muovono, occhiolini verdi, grandi come capocchie di spillo, verde smeraldo e lucidi, iniettati di sangue. Come guidati da meccanismi invisibili, ruotano, si guardano intorno, per abituarsi alla luce, sento un fischio sottile, in sottofondo, nelle orecchie. Una stranezza disturbante, bellissima.
La mia sicurezza va a puttane, mentre li sfioro, da dove cazzo verrà sta roba, questo delirio? Eleonora, forse, già lo sapeva.
Vado all'armadietto basso bianco, allontanandomi da quegli occhietti il fischio cala, fino a sentirsi appena, come una moka sul fuoco, lontana, come se avessi una casa da trecento metri quadri. Mi verso qualcosa da bere, del Talisker credo, anche se sono appena le sette.
Tra poco, Caterina torna.
Ritorno a quell'assurdo pacchetto, la pupilla verde degli occhietti, sottile come una linea, si assottiglia ancora di più.
- Vuoi vedere? Il fischio mi pare dica questo… vuoi vedere?
- Si, io voglio, voglio vedere tutto
Prendo i due orecchini e li ficco dentro i pollici, uno per dito, esattamente al centro del polpastrello, al centro perfetto, come mettersi della droga dentro, un brivido e una strana sensazione di menta, allappa la lingua.
Era come se sapessi, se sapessi tutto. Ora chiudo pollice e indice a cerchio, come il mudra, come se sapessi tutto.
- Giulio, sono qui, chiudi i tuoi cazzo di occhi!
Li chiudo e vedo una vetrata di grattacielo, Caterina di spalle, una grande città sotto di lei: è Milano, dall'alto. Caterina ride, ed è appoggiata alla scrivania, passa un uomo alto, è Vincenzo, il suo superiore, si sorridono, qualche secondo, troppo a lungo, gli occhi cominciano a bruciarmi i pollici, li staccherei, ma devo andare avanti, li stringo tra le dita.
Ingoio ancora un po' di whiskey, rimasto sotto la lingua, vorrei la bottiglia qui, continua la visione:
Sono in corridoio, lui parla, lei ride, ride sempre, quella troia, col suo capo.
Sono alle macchinette, lui le sfiora piano la mandibola con l'indice, piegato, molto dolce, molto esperto, lei china il capo all'indietro, si baciano. 
Non ci riesco più e devo togliere gli orecchini dalla carne viva, dei pollici. L'oro bianco scotta come un tizzone di brace, perché sto piangendo, se sapevo già tutto? Oggi mi sono solo visto annegare.      
Riguardo quei piccoli occhi, li rigiro, ora sono neri, paiono morti o bruciati, sono inutili, arsi dal loro potere.
Ora so, che ho costruito una storia di ragnatele, ora, davvero, rimetto a posto i due gingilli. Son tornati piccoli diamanti, rieccoli: perfetti, luminosissimi, e io che pensavo di aver preso qualcosa di poco conto. Son bellissimi, altroché.
Suonano alla porta, apro nudo, i due ragazzotti asiatici, bassi corpulenti, non si scompongono nemmeno. Sistemano i pacchi sui tavolini che ho piazzato in sala, sono sudati, ma efficienti, molti spicci tintinnano nelle loro tasche, spacchettano, aprono, sfiocchettano, se ne vanno lasciandomi un buffet pronto, due bottiglie in ghiaccio e dei deliziosi animaletti in bamboo, da guarnizione.

- Basta che se li metta, che se li metta stasera, la stronza.
- Ah, si, se li metterà.
Ho ormai nettamente bruciato il pollo.
Mi metto seduto al buio della sala, da solo, come penso nessuno sia mai stato, solo, in un'intera vita. Prendo il pacchetto di sigarette d'emergenza e lo finisco, schiaccio le cicche direttamente sul tappeto. Poi mi rado con cura, after shave freddo sul viso e mi vesto molto bene, tutto in bianco e mi risiedo.
Il sole taglia obliquo le persiane, dalla mia faccia cala lentamente sul petto, le otto e quaranta. 
Linee che si abbassano su di me, io mi inchino dentro loro. Alle linee.
Il portone scatta, rumore di tacchi, con quasi tre quarti d'ora di ritardo, ecco Caterina.
- Oh, ma al cellulare non rispondere
- Scusa ero qui, che pensavo. Ritardo?
- Eh, chiudere la pratica Bonfiglioli, anche il giorno del mio compleanno
- Mi pare che ultimamente non ti dispiaccia, fare tardi in ufficio
- Giulio, non cominciare come al solito
Le verso il primo bicchiere di vino, nota le sigarette sul tappeto e fa finta di niente, tutto chiaro
- Ora vorrei indossassi questi, eh amore...
Caterina prende il pacchettino, quanto è strana, lo apre e ha una bella espressione. Magari le piacciono davvero, magari non sa degli occhi, come può sapere della loro promessa. Non può sapere delle linee e degli occhi, che sono là dentro.
- Che carino, sei andato da Eleonora?
Li infila con calma, che bel collo che ha, Caterina. Poi dritta chiede
- Bella?
Non dico nulla e con una lentezza, una solennità che quasi non mi riconosco, inizio a voltarmi verso di lei.
I suoi lobi, due piccoli occhi verdi sui suoi lobi, ora ancora più luminosi: gli occhi del Dio del controllo, mi fissano, sicuri e spietati come quelli di un rettile, nessuna pupilla, solo due linee.
Senza volerlo, faccio un cenno col capo.
Con la mia rinnovata pace, prendo un calice di vino, è fresco e subito dopo, il tonfo.

venerdì 1 agosto 2014

Cassetto n°136

Sono innamorato di te, totalmente, senza spazi
devo bruciarmi, con l'accendino, per non pensarci
Sono innamorato di te
hai la pelle tutta dello stesso colore, hai annusato la luna per me  
l'hai portata dietro, per mostrarmela, 
ora la tieni tra i capelli

Lei si gira senza dire nulla, ha gli occhi più grandi del mondo, bianchissima, si appoggia a me, come la luna, si tiene ad una nuvola grassa, densa di pioggia, la fronte sulla mia spalla e finalmente piange. Riesce a singhiozzare su di me, per lei, mezz'ora. Questi pini secchi, da spacciatori, ora ci guardino, ci dicano loro, che siamo malati, grassi, sporchi, ci dicano loro chi è l'assassino, qua dentro, a volte le cose non sono facili da capire. Siamo due anomalie.
Tiro fuori il volantino, piegato in quattro parti, che forma 16 quadrati, e i bordi di ogni riquadro ora sono consumati, bianchi, filamenti di cellulosa bianca escono, dalla carta. La carta deve tenere perché il foglio stia insieme. Io e Bruna decidemmo di ridurne l'apertura a una sola volta al giorno, insieme, alla nostra panchina, la panchina del carabiniere.
Il nostro progetto, mi piace pensarlo così: il nostro progetto è una creatura a metà tra me e lei, gli autobus son pochi, partiremo da più vicino, da dentro il mercato del giovedì sera, da quel grande casino. Ho idea che troveremo un passaggio a sud, tra i bagni in spiaggia, un amico del bar non ha alcun problema a farci salire sulla Punto e portarci a Bologna, per venti euro. Il resto sarebbe anche meno complesso, col treno, potremmo anche andarcene, che ne dici?
Storci gli occhi grandi, mi guardi come un bambino, sei strana.

Il temporale immenso, il nubifragio estivo più grande degli ultimi vent'anni già si sentiva, era nell'aria, nei cavi dell'alta tensione che sbattevano, nel nervosismo degli animali, nei rumori nelle stanze.
Ho bevuto un birra e mi hanno beccato, 
Ernesto mi chiama da parte 
- ehi Giusè, te la fai una birretta? Offro io
- son tre anni che non bevo
E niente, accucciati dietro al solito chiosco, ne beviamo una da 66, a testa, in questo punto il sole non batte mai e mi fisso sui profili in cemento dei grandi alberghi in ristrutturazione, un albergo è quasi crollato ma a fianco ce n'è uno nuovo, color panna, che inaugura proprio oggi. Quello vecchio ha una piscina in cemento, vuota da quando sono qui, una volta ci vidi un gatto morto dentro.  L'albergo nuovo, invece, è un regno di pace e comodità, intravedo la hall, lussuosa, entrano ed escono solo belle coppie, abbronzate, di tutte le età e bambini, i ricchi hanno più figli, bambini che sembrano usciti da pubblicità dei dentifrici. Chiacchieriamo, proprio sotto al cartellone, la testa gira piano, con questo caldo già bella evaporata, ancor prima di essere scesa, la assorbo bene questa birra
- Dammi i vuoti, che li faccio sparire! 
E lì è un attimo, vado al cassonetto, mi sento solo gonfio, per nulla alticcio, poi vedo quella macchina e incrocio quel figlio di puttana di Piero, il custode. Nella sua station wagon bianca, proprio a trenta metri dalla comunità. Mi fa cenno di passare sulle strisce pedonali, indica le bottiglie e scuote l'indice, ha visto tutto e saluta, ride.
Che cazzata che ho fatto, non ho vent'anni ma che cazzata che sono andato a fare!
Ernesto stende i piedi sulla panchina, lui può bere, una birra al giorno, si accende una sigaretta, sono io il trasgressore, quello senza permesso.  
- Dì a quel vecchio di farsi i cazzi suoi, capirà, se parla ti toglieranno la donna, lo sai.
Ernesto la vita non è il ring della tua boxe, non è la tua panca in legno, non posso dirglielo, sarebbe come ammettere tutto
Ma non devi ammettere, ti ha visto, è già scritto.
Rientro che vorrei avere un bastone, per picchiarmi da solo, continuo a ripetere un sacco di frasi, la prima è che se rischio così l'uscita, di Bruna, vuol dire che non me ne fotte nulla..
- non avresti rischiato se ti interessava, la proibiranno ora, lo sai.
- una birra, una sola birra, non potranno farlo
- lo faranno e lo sai, era una prova, un test
- io non volevo, non ci ho pensato, questa è la verità...
Entro nel giardino, di fretta, con un dolore allo stomaco, dovevo pensarci prima, mi viene da vomitare, vorrei un' infezione, del pus per espellere la stupidità dal mio corpo, questo mattone. 
Lalla esce col gruppo verso il parco della conca, mi guarda strano. 
San già tutti che ho bevuto, avevo sopravvalutato la mia tenuta all'alcool e invece guarda che burattinata, Piero avrà telefonato, quel vecchio impiccione, avrà già riferito tutto ai capi, in alto. 
Per la ramanzina è solo questione di tempo.
Infatti, salgo in camera rassegnato, ma per le scale incontro Gipsy. Scende gli salini a due due, esultante, la caviglia sinistra gli scricchiola ogni passo cik cik...è il suo compleanno credo perché ride, ma Gipsy, tanto, ride sempre.


martedì 22 luglio 2014

Cassetto n°135

Dietro alla piadineria, vicino al deposito dei mosconi abbandonati e da riverniciare, su un supporto permanente, hanno affisso un cartellone: Serata di gala, fuochi d'artificio e brindisi all'estate, la notte da non perdere. Da mezzanotte. Ora, non ho notato subito il cartellone, ma è da due giorni che ci passo davanti e oggi mi ci son fissato a guardarlo, è tutto nero, al centro un grande fuoco d'artificio un fiore che illumina di rosa la veduta notturna della riviera, le luci delle case, sono tutte accese. 
A parte l'evidente fotomontaggio, non ci sono grattacieli in riviera romagnola, a parte a Cesenatico e Milano Marittima, in generale, è un cartello piuttosto fantasioso. Immediatamente gradevole alla vista, mette voglia di uscire in bicicletta, di ballare, il carattere delle scritte è un corsivo molto morbido, color oro, sullo sfondo domina il blu notte, tranne la scritta Cervia vi invita alla: che è tutta rosa, come il fuoco d'artificio.
Ecco dove dovremmo andare, Bruna vuole vedere un cielo migliore, penso che i fuochi lo sarebbero.
Io ho in mente che dovremmo uscire, scappare dalla clinica e decidere il da farsi, magari prendere un treno e raggiungere la Calabria, ho dei nemici là, ma anche tanti amici, potrei ritirare dei soldi e mantenerla con poco. Riscuotere vecchi debiti e comunque, vivere di poco, insieme.

Stanza 24

Ormai questi due ospiti sono una coppia, dobbiamo accettare che, qui dentro, si realizzino le dinamiche di una vita normale che, sebbene non è propriamente reale, almeno tende disperatamente ad esserlo. Mangone e la Saragoni potranno trasferirsi presso la stanza 24, dove già alloggia lui, perché più spaziosa e vicina all'ascensore. Qualsiasi decisione contraria a questa disposizione sarà discussa personalmente con il sottoscritto ed è da considerarsi, da ora, non valida. 

Il documento, sul tavolo, è già firmato dal direttore della clinica: dott. Saporetti, con timbro ufficiale della società, lettera in cara intestata e protocollata. 
Mi han fotocopiato questa circolare, e ora la porto fino alla 3 e gliela passo sotto la porta, alla Bruna, voglio che la legga con calma, mentre io esco a passeggiare al mare, poi, stasera, potremo cominciare a spostare le sue cose. Sono emozionato, non è possibile che queste dannate mani tremino sempre così.
Le mie mani, le mie mani, sembrano artigli di un rapace ormai.

Io vorrei sempre dirti questa cosa, cara Brunina, cioè non ci riesco, ma vorrei. La prima cosa è che da quando ti ho conosciuta, sto meglio, non devo più fare, dire, pensare delle cose per forza, ma lo facciamo per te. Poi vorrei anche dirti, se dovessi trovare l'occasione, che io mi rendevo conto di essere uno, è bello, essere uno, ma mi ero scordato di quanto fosse bello essere mezzo, ora sono mezzo senza te, ma essere mezzo con te è senz'altro meglio che essere uno, da solo. Questi sono pensieri caotici, portati dallo Scirocco secco, che tira qui dalla pineta e dal Risperdal, che rende più semplice immaginare, ma mi arrugginisce le sinapsi. Ma è così che vorrei parlarti, a trovarne l'occasione, altrimenti spero di avertelo già detto, guardando il mare, che poi non deve succedere proprio niente, ed è questa la verità.

Solito colloquio col medico, Saporetti è bravo, molto bravo. Ci riceve una volta a settimana, per un'ora, nel suo studio, lo fa con tutti gli ospiti. Che qua dentro comandi lui, è chiaro, mi piace che abbia uno studio semplice, esattamente come una delle nostre singole, con il bagno, ma solo arredato con un grosso tavolo balinese, sopra ad un tappeto in paglia, sulle pareti maschere africane e indiane, reperti di viaggio, passione di una vita a sognare l'avventura, dentro gli ospedali, sempre con l'occhio sull'orologio, la mente fuori.
Ed è fuori, che Saporetti ci vuole mandare, anche i casi più gravi, lui li fa uscire: il pericolo è diffuso, è la società che deve accettarvi! Cerca di chiarirlo, in ogni occasione.
Ci sediamo, si può fumare, nello studio, lui fuma sempre, la chiacchierata è informale, serrande abbassate, una discussione che di solito si struttura intorno a un tema, una notizia di cronaca, ovviamente, oggi, lui vuole parlare di Bruna.

- se non le interessa parlare del Risperdal , mi dica di questo periodo, allora…
- l'amore non si deve spiegare
- siamo preoccupati, per questo avvicinamento con Bruna, 
- non dovreste, dottore, è una cosa bella
- ma cos'è per lei l'amore, ora?
- lo stesso pacchetto di sigarette, dottore, farsi compagnia

Mi guarda sornione, starà classificandolo come pensiero primario, infantile, ma credo sia necessario parlargli al cuore, rispetto questo medico, non cerco di dirgli quello che vuol sentire, come fan tutti qui dentro, gli parlo alla pari, per me questo è rispetto.
A sessant'anni, so, che non uscirò mai, di qui.
Non decisi nulla, l'omicidio, l'avevo deciso, avevo scelto di porre fine alla vita di un uomo, che, non doveva esistere più. Ero consapevole di porre fine anche alla mia vita, nello stesso istante, ma ero lucido. 
La malattia, fu dover uccidere anche lei,  mia moglie. 
L'abitudine di dormirle addosso, spostarla con me, sulle brande militari di tela, accostate al centro della stanza, passare il tempo a scambiarci l'odore. Era. Non sarà più.

Bruna è indecisa, non sa se vuol venire a vedere i fuochi d'artificio, la sento, a volte ho l'impressione di non aver costruito nulla, con lei; si fissa con le telefonate dei fratelli, il suo sguardo diventa più opaco e non fa che parlare di fesserie; è stato tutto così immediato, capita che mi chieda se non me lo stia solamente immaginando, questi rapporto. Succede di rado, quando lei ha quelle sere che vuol star sola e si chiude in camera, e nessun uomo, o cosa, potrebbe vincerla. Poi riemerge, per fortuna, sempre.
Ma passare da quei momenti, è come nuotare in un mare di latte.
- perché tu la faresti, sta cosa, con me?
- che cosa?
- di scappare, andarcene di qui, andare a vedere i fuochi
- io si, credo di si.

A me manca avere la macchina, soprattutto, prima di tutto, la macchina, non tanto la casa, o i soldi, il lavoro: gabbie, la mia vita di prima. Mi manca la macchina, però, poter decidere dove andare o semplicemente, fare un giro, osservando il paesaggio e parcheggiarla, sotto gli alberi, in divieto di sosta, in un grande parcheggio rialzato. 
Ma ora ho una donna, c'è più rispetto, in chi guarda un uomo che porta la sua donna, a braccio, c'è una chiarezza immediata, come dire, sanno che mi sto prendendo cura di lei,  che so farla divertire, che pago per lei, provvedo: sono un uomo serio, adulto e affidabile. Il contrario di quello che mi sentivo prima, prima del Risperdal.

giovedì 10 luglio 2014

Cassetto n°134


Ma lei parla, e io, ogni sera, mi trovo qui. Sempre.
Quanti suoni metallici ha, la notte? Da quando ho scoperto come stare al buio, nella mia posizione preferita, li sento tutti, indistintamente, i sensi, che si allargano spaventosamente.
La voce nella pistola è la mia giuda, mi obbliga a stare qui, da mesi. La pistola era di mio padre, quindi, ovvio, che  la voce sia la sua, non so dire come una dannata voce possa stare in una pistola, tra le molle e il ferro. 
Ma lei vuole tenerli sotto tiro, il canedifuoco:  così chiamo la voce.
Nella mia posizione preferita, qui, la sera, mentre fa buio, ecco...esco sempre meno dalla pineta. 
La pineta è una cosa sola, composta da migliaia di vite coordinate e semplici, un brulicante nulla, che batte regolare, la mia tiepida signora del bosco.
Di solito, li riconosco da uno scricchiolio, sono veloci, schivi, sbuffano, sibilano. Non puoi passare per caso di qua, la notte. 
Magari, nella tua vita, vorresti sparare a tua moglie, urlare a tutti i tuoi pezzi di stare attaccati e invece, riesci appena starci dentro, e corri.
Eccone uno, ha la casacca fosforescente, sono i più carini, i tecnici, gli ordinati: scarpe nuovissime, stanno più tempo da Decathlon che sulla strada, han preferito la corsa alla scappatella, son stati bravi, si trattengono pure loro, come tutti e come me. 
Han capito, con pazienza, che se facessimo quello che vogliamo veramente, saremmo comunque schiavi.
Stringo il canedifuoco, la mano aderisce bene alla curva dell'impugnatura, indice lungo la canna: miro, scorro il loro fianco, spalla, collo tempia. Li tengo sotto tiro, calcolo il ritmo, un saltello, due, uno più lento. Hai male alla caviglia, penso: dovevi darti alla bici, o al nuoto.
Li capisco: venire la notte a correre nella pineta, il fresco, percepirsi unici e soli, come degli animali, quasi impauriti, scattare via. 
Capita la paura che succeda qualcosa, che ti attacchino, poi dici sono adulto, cosa può succedermi, finché ho un mutuo? 
No, invece, può succedere qualcosa, che fa male, che attende, e magari decide che sei tu, il tuo turno. E magari non ha una ragione, un motivo preciso, per pensarlo.
Molto più semplice, meno strano.
E allora corrono, non si fermano scoprono un appoggio incerto, su una radice di pino a cui segue uno scatto più fluido del previsto, no, la caviglia non fa poi così male.
La mia postazione è un angolo, dove si incontrano il terreno, un muretto e una sedia da campeggio. Rischio tantissimo a stare qui, potrebbero vedermi ogni volta, trovare il canedifuoco, ma siamo una squadra, lui mi promette, che io sono invisibile. 
Ho esattamente otto metri, per tenerli sotto tiro. Miro la testa, di solito, il petto più raramente. Più facile se vengono da sinistra e mi danno le spalle, ammetto che quelli che arrivano di fronte, a volte, ho ancora paura che mi vedano.
Stare col dito sul grilletto, tenerli puntati per il breve pezzo che condividiamo, un'ossessione del canedifuoco, a volte lo sento, vorrebbe fare da solo, vorrebbe andare.
Ma mi riprendo subito e respiro.
Molti di loro che corrono, inizio a conoscerli, son regolari, abitudinari da far paura. Giorni pari, giorni dispari, uno si, due no.
Sono tutti uomini, verso il tardi, ceti medi, che non hai voglia di sgambettare, alle nove di sera, se è agosto e stai in impalcatura, no?
La natura, a volte, mi deprimeva da piccolo.
Ho sempre avuto poco, troppo poco, sono un zoppo, uno sgorbio. Ovvero, non che sia brutto, ma sono certamente un mostro sociale. Questo difetto che mi costringe a stare male, il mio odore acre, l'imbarazzo, l'alieno alle medie, l'inchiavabile alle superiori.
Ho partorito la mia parte nera, dall'ultimo banco, è caduta a terra con tonfo di melma, nei lavori peggiori, le estati, con gli scoponi in mano, nei tombini, da cui sentì, per le prime volte, la voce.
Più avanti, messa da parte ogni aspettativa, ho chiesto sempre meno.
Ho delle cose, le curo, ho tempo da vivere, e occhi perfetti, che ti centro venti centesimi a cinquanta metri al poligono, senza prendere la mira. Il mio controllo non è un dono di dio, è un mio prodotto e loro sono tutti miei, brulicanti vite, strisciano per la pineta, si intrecciano, si lasciano passare, ma sono io ad autorizzarli, questa sera, tornare a letto, sarà un mio regalo a loro. 
Esco con la luna che illumina le teste, il cranio delle persone sembra progettato apposta per esplodere, non ho mai ucciso un uomo, vivo nello stuzzicarmi a pensare come sarebbe, in realtà.
Ma un uomo, un avvocato, immaginate che spruzzo, che tonfo, il cranio di un giurista che lava il tronco di un pino di sangue nero e pieno. Sciaf.
La tentazione è trattenere, che ad ogni, singolo, passo sento un brivido al dito, una scossa, li tengo sotto tiro, poi li faccio passare, le loro vite da inseguire.
Stanotte mi alzo dalla postazione, mai successo prima, mi manca l'aria, cazzo, è un attacco di panico, la pistola nella tasca scotta, è a mille gradi. La devo estrarre, senza cura, sono in mezzo al sentiero, poi va improvvisamente meglio.

Il canedifuoco, tira come un matto, tornato alla sua natura di fuoco, mi promette di mostrarmi una cosa. la voce nella pistola, mi parla, come le prime volte.
Mi chiede delle promesse strane , pericolose, il canedifuoco chiede
- scommettiamo Alberto? O sei un senza palle, come sempre
- Ah no, con te non rischio volentieri, brutto cane. Dai cosa?
- Scommettiamo che stasera ammazzi uno?
- Non dire cazzate
- Non hai le palle, mai avute, Simona lo sapeva
- Cosa?
- eh?
- Cosa scommettiamo?
- Hai presente il grassone con la barba? Quel Beppe Grillo, con la casacca arancione della Nike?
- Si
- Se passa lui, lo ammazzi, se passa un altro, hai vinto
- Cosa, ho vinto?
- Ti lascio stare, non ti obbligo a stare qui ogni, sera, non ti obbligo a pensare ogni fottuta ora che sei un rifiuto. E ti riprendi la tua vita.
Tira un soffio di brezza, fredda, pare il sigillo sull'accordo

Mi rimetto in posizione, Beppe Grillo lo conosco bene, fa sempre quattro giri, contati, un'ora esatta, poi non lo rivedo più. 
Ma oggi è prima del solito, allora temo, temo per lui, temo che sia in forma, temo che voglia strafare. 
Sgombro tutto, il cane tace, minuti, tip tap tip tap. Ecco, che sale dalla duna, è buio, respiro coi suoi respiri, un'ombra, frazionata in attimi, si avvicina, tra poco uscirà dagli alberi e saprò cosa diventeremo, tu ed io, caro cane.
Registro il volto e sparo.
Un uomo di mezza età, centrato al collo, due volte, stramazza pesante contro un tronco e cade. Il cane mi ha preceduto. 
Corro là
Lo afferro sotto le ascelle, scatta come una cavalletta con le gambe, ritmiche e fa un sibilo strano dai due buchi.
Voglio finisca tutto, mi è caduto il canedifuoco tra i cespugli. Trascino il corpo dietro a una pila di tronchi, lascio scia di terra grassa e nera, dove ho spostato gli aghi. Il ciccione emette dei rantoli, è uguale a Beppe Grillo, davvero, e infilo indice e medio nel buco della trachea, lo allargo. la mia manica si inzuppa di sangue. Spingo le dita in alto, avanti e indietro, poi ad uncino afferro qualcosa e tiro. 
Le sue pupille ruotano. Incido sempre più forte, qualcos'altro si rompe ed ecco, caldo ancora, caldissimo. 
La mia camicia è completamente da buttare. Uccidevo così le carpe, al fiume morto, da piccolo, erano solo meno resistenti, io più piccolo e spaventato.
é accaduto! Il cane ha vinto, come, in fondo, avevo sempre saputo, è successo, che si è voltato e mi ha morso.
Prendo un tronco di una quarantina di centimetri, dalla catasta, ormai senza cautela. Miro bene alla testa del corridore, è vero che chiudo gli occhi, ma affondo tre colpi, potenti. Il primo prende il terreno, scossa alle braccia, il secondo lo zigomo, di striscio, la pelle si lacera, l'osso rientra nel cranio, 

Il terzo, lo centra in mezzo al naso

la mandibola si stacca

e son bolle

e gargarismi di sangue

e buio.

Notte.

giovedì 26 giugno 2014

Cassetto n°133

Salcantara, dietro la collina del mio paese, era una lingua di terra piena di fascino, un fiordo antico, snello come la nonna di Lucio.
- Quanti anni ha, tua nonna?
- Centodiciassette e fuma.
Era l'obiettivo del pomeriggio: realizzare un cortometraggio su Salcantara: perché gli abitanti di Salcantara non litigano mai, perché? Non lo avremmo girato quel giorno, ma eravamo tre colleghi, in appuntamento, per raccogliere le idee.
Elvis, l'addetto video, sarebbe entrato in azione solo nell'ultima fase, per ora si limitava a sorbire una granita al lime e a consigliare di lavorare dopo le cinque del pomeriggio, quando il sole scende e riempie di ombre i calanchi profondi delle colline in argilla.
- Colline come elefanti bianchi, pensavo.
La storia, la trama era il mio compito: cosa volevo rappresentare? Salcantara, brutta solo in foto, era un mondo che dovevi toccare con mano, per capire. Volevo fissarne l'immobilità, trasmettere l'assenza di richieste di quel  luogo.
Lucio, il produttore e sponsor, non capivo perché volesse tanto questo film, doveva essere originario di queste zone, lui, poi era salito per lavoro, ma da come stava seduto con le gambe incrociate, sul cuscino del bar, a fumare, si vedeva che era a casa.
Eppure era un paese in crisi, dalle tasse altissime e dal clima paludoso e sulfureo, il mare aveva perso gran parte del pesce e avevano costruito degli orribili casermoni cubici, con piscina al centro, dove avevano sperato di chiudere le giovani coppie, schiave di qualche promessa.
La gente si svegliava, lavorava e moriva. Era normale vederli scendere tutti, in fila indiana, la sera, dalle colline terrazzate verso la lama obliqua del mare, un richiamo argenteo di piazza, musica di chitarre, quasi niente da spendere, ginocchia nere come tizzoni al sole.
Eran spariti dai supermercati gli ultimi sacchi di riso, eppure la gente riusciva a mettersi sulla strada, con leggerezza, quasi che l'assenza di ambizione e di prospettive, avesse depurato Salcantara da ogni istinto di sopraffazione umana. Era comunismo utopico, in un paese che puntava dritto all'implosione naturale. L'umanità viveva nei bar di Salcantara, le serate più lunghe, i dehors più affollati e, se una barista ti passava un caffè annacquato, dentro una latta di fagioli lucidata, lo faceva col sorriso più pieno e gentile che mai avresti visto.
- Questo documentario non vuole partire. Pensavo, infastidito dall'odore di mughetto, che impestava le salite consumate del centro, d'altronde se non c'è nulla, che fai?
Cammini e ti lisci la barba, se sei donna, ti aggiusti gli abiti, mai una piega, la forma vive anche nel poco, anzi, sopratutto nel poco.
- Ci vorrebbe roba forte, tipo la storia di qualcuno che si lancia da uno scoglio, che non arriva alla fine del mese.
Tutti avevano appena quello di cui avevan  bisogno, era dolce, la sera sul golfo di Salcantara, un promontorio senza luce elettrica. 
Allora pensammo che fosse il mare, la causa, il mare è sempre più ricco degli uomini che vi ci abitano, ma il mare è ovunque, non si sapeva da dove riprenderlo.
Era una sera ventosa, Lucio, silenzioso, saltava ormai ogni cena, era ossessionato dall'andamento delle mie idee.
- A che punto sei? Hai capito? Spiava febbrilmente i miei scarabocchi, li chiamava appunti. Elvis era visibilmente fuori fase, stanco, lasciava sempre meno nascosta l'intenzione di lasciare Salcantara
Un pò Portogallo, un pò Grecia, Malta, questa Salcantara. 
- Ho trovato da dove dobbiamo partire.
Salimmo su per i sentieri, verso i monti, che erano le cinque e mezza.
Una sera ventosa, avevo Lucio di fianco a me, era sempre più magro e dritto, mi ricordava quegli scheletri che ci sono nei film, nelle classi dei licei americani.
Ci dividemmo l'attrezzatura di Elvis: cavalletto e macchina da presa io, una valigia di pellicole, lui. La salita era impegnativa, una parete sgretolata, un lastrone unico di granito e gesso traslucido nel sole. Lucio era in testa, arpionava le rocce e le radici con le punte delle All-Star, sembrava posseduto. Io dietro, Elvis, pesante, sbuffava elencando una lista incomprensibile di bestemmie, nomi di ex e qualche verso  grugnito che poteva essere il nome di un calciatore degli album Panini.
- Manca poco. Questa fu la frase che per quarantacinque minuti di protratto sforzo fisico Lucio ripeteva ad intervalli regolari
- Manca poco
Intanto ci alzavamo su Salcantara, erano le sei e mezza, il sole cominciava a tingere il mare di lamelle di fuoco: fucina del fabbro del mondo, l'isola piombava nell'oscurità, senza proteste, senza l'arroganza dell'elettricità.
Elvis era tornato indietro già da un pò, ma avevamo la telecamera ed era ormai una cosa tra me e Lucio, volevo vedere, anzi sapere, dove mi stesse portando. 
- Non dirmi che manca poco, o ti ammazzo
- Manca poco.
Eravamo molto alti, un migliaio di metri, forse, quando sentì l'odore.
Arrivati, la punta del monte sopra Salcantara, era uno sperone nero e curvo, il becco di un enorme corvo, che sbucava dalla terra.
- Vieni, lassù vedrai. 
La vegetazione era ormai sparita, e la luce stava lentamente lasciandoci soli, lassù.
- Questo! Eccolo. Saliti sulla punta, scoprii le mie vecchie vertigini, il vento divenne impetuoso, mischiava odore di terra e ginepro e mirto, come un mulino. Lucio era paralizzato, guardava tanto lontano da farmi perdere l'equilibrio. Pensai che sarebbe stato assurdo portare lassù l'attrezzatura, per girare.
- Vieni qui, amico. 
Arrancai di fianco a Lucio, la paura sotto le suole delle Timberland, lui era in alto, non poteva essere più in alto, io poco sotto.
Rischiai lo sguardo in avanti e rimasi senza fiato. Salcantara era la punta più esterna, ma dietro di lei, a perdita d'occhio, tante altre lingue di terra, simili, si perdevano a distanza dell'imbrunire, parallele come costole del medesimo torace.
- Le vedi, sembrano fatte per essere gemelle, eppure nessuna è fuori quanto lei.
Il mare intorno a Salcantara era il più scuro e agitato, perché è così che l'uomo vive, nel buio e nell'incertezza.
- Vedi, avevamo ragione, è il mare.
- Mia nonna non c'è più, da oggi pomeriggio. Ha vissuto sempre qui, a Salcantara, per un secolo e quasi altri vent'anni
E quelle parole, dentro quel vento maestoso, nella nostra distanza dal suolo, mi parvero il più bell'addio che avessi mai sentito. Poi qualcosa, dietro di noi, si mosse.

venerdì 20 giugno 2014

Cassetto n°132

R. O. S. A.

è un giorno di sole
di traverso sul letto, guarda il portatile. La guardo, si solleva verso di me, se apro la mandibola schioccherà fortissimo, lo sento, rovinerò tutto, prima o poi, ma la trattengo, la trattengo con me, finché posso.

Come sono finito qui? Scorrevo gli annunci di lavoro, nel sito dell'Impiego. Laboratorio di Arteterapia, ehi ma conosco una ragazza che lavora in quel posto, la chiamo, è gentile e due giorni dopo mi contattano.

Non che si stia bene, ma non si sta neppure male, seduti qui fuori, il giardino è enorme, la villa è enorme, al sole, sulle candide mura si arrampicano glicine ed edera. Gli ospiti della clinica giocano a rimpallarsi una bottiglia di plastica vuota, in cerchio, come gatti, si scaldano al sole, nei loro camiciotti di flanella.
Non fosse per i mucchi di sigarette, per le grondaie sfondate a pugni, direi di non essere neppure in una clinica psichiatrica.
Non so se mi prenderanno, mi scoccia ammetterlo, che ormai un po' ci tengo, a questo lavoro

Mi vengono in mente le discussioni rabbiose di ieri sera, al telefono con Chiara, uso sempre le parole sbagliate, i suoi tempi, diversi dai miei. La nostra storia durerà come un tubetto di dentifricio, .
E non ho l'accendino, frugo in tasca ma niente. Certo, ricordo che oggi smetto di fumare, basta. Non l'ho preso apposta. Poi perché rispondo a tutti questi annunci? Tanto per fare qualcosa, per non finire l'accademia di belle arti, a Firenze, che mi piace troppo poter dire, che faccio ancora lo studente.
In realtà miro sopratutto ad evitare di trovarmi a dormire in macchina, come auspica mio padre, o in qualche argine di fiume o di parcheggio di supermercato, a mio avviso, luoghi pieni di fantasmi.
Un fantasma però, lo incontrai lo stesso, ed era il mio, e gli piaceva guardarmi di traverso. Lo vidi negli occhi di Rosa, la prima volta che li fissai.

Mi aprono il portone della clinica, dieci minuti dopo
Un'infermiera bionda, alta, camice ben stirato, le spalle
- entri pure, giovanotto, schiocca la cicca sotto il palato e spalanca la porta di ferro, che cigola.
Il medico si avvicina, scivolando dal corridoio perpendicolare al mio, mi porge la mano senza presentarsi, è asciutta:
- sei qui per il disegno, vero?
- Si, sono Francesco, ci siamo sentiti via mail. Cambio lato alla cartellina per dargli la mano, il dottore è uno che comanda, si vede, lo capisco dai bellissimi occhiali in tartaruga e dalla mano perfettamente asciutta.
Mi guarda, come si guarda un insetto ribaltato, che non ripartirà.
- Mi segua
Fa spazio, tra le carte nel suo ufficietto, pareti color acqua: bambini ridenti, un bassotto color sabbia, e delle belle case: una vita intera, tutta nelle foto sulla scrivania, tutto pare diluito e costoso, frivolo, come il tempo, che porta denaro nelle tasche di chi lavora qui dentro.
Mi crea ansia, questo profumo, è dolce, innaturale, ai lati degli occhi spuntano dettagli fastidiosi, portapenne e piante di un verde artificiale, assurdo.
Dovrò lavorare solo con una paziente, una donna, circa trent'anni, la sua storia si è fermata molto tempo fa, come il suo corpo
- Non crederà mai alla sua età, aspetti di vederla. La tratti con attenzione, non le dia informazioni personali, non le dia nulla, per il suo bene, ci contatti per ogni dubbio. Anzi, passi da qua, ogni volta che avete finito
- Che obiettivi avete per lei?
- Sarebbe già molto che parlasse: che colore preferisce, se ha freddo, cosa le piace. Capisce? Perché parlare parla, ma è come se non parlasse con noi, non si sente nulla, in quello che dice.

Esco dallo studio pensando di aver sbagliato qualcosa, ho sottovalutato decisamente il lavoro e fumo la mia prima sigaretta, dopo aver smesso, stamattina. Mi serve qualcosa per scandire il tempo, per capire cosa c'è prima e cosa c'è adesso.

Torno in clinica il lunedì dopo, piove stavolta, piove da ieri. Mi son documentato: arte e psichiatria. Angelo mi ha detto: divertitevi, lei, sopratutto, falla divertire
L'infermiera con il caschetto biondo, mi attende alla porta, allunga la mano e mi prende a braccetto:
- Rosa è alla 12, vedrà, che carina e stringe
- Si chiama Rosa?
- Vedrà
E ride e stringe e mi sbuffa nell'orecchio un getto nasale caldo e paludoso, d'aria di sigaretta
Davanti ho una porta bianca, senza numero.

L'infermiera bussa e fa schioccare la gomma sul palato, con un ghigno satanico che ci manca poco che mi lanci dei preservativi
La porta, ad aprirsi, impiega troppo
Sono sudato: lei è in piedi jeans, tuta, un'enorme massa di capelli raccolti, è magra, sottile, mani davanti al grembo. Sembra una piccola madonna di ceramica, pallida con gli occhi neri come il buio. L'ambiente è in penombra, l'odore che, fino a poco fa qualcuno, qui, ci ha dormito. Mi avvicino.

Non mi vengono cose da dire, ruoto di qualche grado: bella stanza e mi guardo intorno, con quell'aria, che è la più stupida imitazione di estasi che riesca a simulare.
Alza le spalle e allarga le braccia, poi sospira. Sospiro anche io, più piano, la stanza è piccola, ma non minuscola, lei è magra ma ha un bel seno pieno, poi ci sono un letto, due armadi e una scrivania, nessuna tv, dentro i suoi occhi neri mi pare di leggere una vena d'oro.
Sbircio un terrazzo con tavolino e due sedie, anche se siamo ad altezza del terreno, l'illusione di uscire, magari tocchi le foglie dei pioppi, che grattano sulle ringhiere e stai già meglio.
Almeno non ci sono le sbarre alle finestre, star qui dev'essere una scelta, nessun obbligo, lei vuol starci.
E questa cosa mi rassicura.
Matto il blocco di fogli grandi ruvidi, sul tavolo, dispongo intorno matite, pastelli e colori a cera, che rotolano verso di lei.
Le chiedo se vuole cominciare a fare qualcosa, dice no, per ora, e mi siedo.
Non parliamo, nessun libro sulle mensole, impossibile provare a costruire una discussione, neppure un quadro, una riproduzione di Van Gogh, niente.
Cazzo, qui vogliono proprio farti pensare! Il silenzio, è un problema mio, non suo, penso, scivolo sulla sedia, la cartellina cade, la raccolgo, lei mi guarda le scarpe
è caldo, davvero caldo qui, dico, eppure tremo.

Ci sono delle Winston sul tavolino, le avvicina con la punta delle dita alla mia mano. Annuisce, annuisco.
Sul terrazzo c'è un foro nel muro, si infila la sigaretta, si preme un pulsante, quando esce è accesa. Han paura che ci diamo fuoco, non lo dice però, lo dicono i suoi occhi, lunghi e neri.
Fumiamo con calma, lei è piccola, mi chiedo come si senta in quella tuta. Non mi pare una ragazza che di solito metta la tuta
Rientriamo, si siede e riprende il silenzio, abbandono l'idea di fare qualcosa, per oggi.
Io e lei non disegneremo mai, ancora non posso saperlo, però.
Una sintonia strana, acrobatica, tra noi, come il volo degli uccelli, mi pare capisca cosa penso e sorride, da sola, a capo chino. Non c'è distacco, anzi la più forte assenza di distanza che abbia mai provato

- Cosa dobbiamo fare, qua, secondo te?
- Io vorrei essere aiutata, vorrei essere aiutata a usare i colori, i bianchi, soprattutto, vorrei parlare coi bianchi e con quei colori che non chiedono nulla.
Dico a Rosa che non sono un medico, non entreremo nel merito di cos'ha, ma l'aiuterò, e se me lo permette, useremo i colori.
Risponde vedremo, poi ringrazia.
La felicità è un occhio espanso, le dico, ma ci andremo piano, molto piano, vedrai.

La settimana dopo, Rosa, sta sul letto, non si muove, cerca di togliere una chiave dal mazzo, la deve far passare dall'anello, troppo stretto, la lascio fare, senza propormi, a un certo punto impreca.
- Tu che tipo di persona scegli di essere? Parla, ha un'altra voce. Mi chiede dove son stato, se credo che un lavoro così poco scarso possa darle qualche beneficio, mi accorgo che è diversa.
Poi parla ancora, la voce si abbassa di un tono
- L'han fatto per me, stavo male, non riuscivo più a starci, con nessuno, poi neanche da sola, le ombre si allargavano, vedevo le cose con i bordi più grossi, come disegni, poi il nero dei bordi coprì quasi tutto, tra gli occhi e la bocca della gente, non c'era più spazio per la pelle. Solo maschere, loro.
- loro chi?
- Io uscivo e mi dicevano delle cose, io non facevo nulla, ero brava, ma era come se avessi sempre colpa, le cose si stringevano, arrivavano sempre a finire su di me, capisci, i bordi venivano davvero da me.

- Erano nomi senza importanza, tre a volte, le peggiori volte ne portavano altri
- Chi erano?
- Creature di piume ed enormi becchi neri, angeli, lì per la notte. Erano forti, dicevano che ero io stessa, a punirmi
- Quanti erano?
- Sette e otto, e a volte non erano neppure loro, da dietro son tutti uguali, si mescolavano e cambiavano continuamente posto, forma, posizione erano soli e contemporaneamente c'erano tutti.
- Potresti disegnarli?
- No, rifugiati all'inizio della notte, in quell'angolino che si fa, quando non c'è posto negli occhi, quando si pensa nel letto a cosa sognare.
- Se urlavo, quando ci riuscivo, la mamma veniva e mi accarezzava i capelli, con le dita aperte, che sapevano di camomilla e tabacco
La voce di mia madre era liscia come i marmi consumati delle entrate delle chiese.

- Dai fai la brava bambina
- Dai fai la brava bambina che puoi
- Dai che sei una brava bambina se vuoi
- Dai fai la brava
sui pavimenti c'era un flusso d'acqua e sangue che copriva una lastra di muschio, di secoli
Un giorno, si sentiva peggio del solito, nel capanno del giardino, prese la benzina e aspettò il buio e gliela versò sul letto, a sua madre, sui piedi. Non aveva fuoco con se, e cominciò ad urlare, ed era un urlo che gli alberi cadevano al suolo, che la notte ti fa uno scatto ancora più dentro il buio:
- non uscirò non uscirò di qui. Ecco cosa diceva, Il giorno dopo, l'han chiusa qui, erano gli angeli, a volerlo.
- Ma non potevo più, essere brava

Finisce di raccontare che la stanza è buia, le luci delle poche auto che salgono la collina solcano i vialetti.
- Non accendi mai la luce?
- Non mi serve, l'elettricità
Sono solo le sei e mezza, e c'è la cena.
Questi posti tendono ad anticipare tutti gli orari, a rassicurare
Fumo fuori, vicino alla mia auto, nel vasto parcheggio. Un giardiniere, senza che gli chieda nulla, mi parla della difficoltà a far attecchire gli ulivi su questa terra secca, troppo vicino al mare e di quanto i proprietari pretendano sempre, salti mortali e miracoli.
- Questi credono che gli ulivi stiano al mare, ma quelli sono gli olivastri, e mica fanno le olive, son tutta un'altra roba
Vede che fisso la finestra di Rosa,
Salti mortali e miracoli, penso
- Quella è figlia di uno degli uomini più ricchi di Firenze, un nobile, e quella ragazza è proprio buona.

Vedo Rosa, nella sua stanza, ogni settimana, per quattro mesi esatti, parliamo, non c'è il pudore dei conoscenti, né la vigliaccheria degli amanti, siamo vicini, negli stessi vestiti.
Vengo a sapere che è entrata sei mesi fa, il padre paga una retta extra, poi donazioni, tanti fondi per attività e ogni weekend, per lei, una leggera terapia elettroconvulsivante, resta incosciente fino alle quattro di pomeriggio e oltre, poi la luce, che le fa bene, le dicono.
- Chiudo gli occhi, mi addormento e cado, chiudo gli occhi, mi addormento e cado. Ecco come sono il giorno dopo, ma funziona, penso meno, il cibo acquista sapore. Sorrido, sorrido sempre un po'.
Due fiammelle, perse in una stanza sulle colline, questo siamo. La vedo aprirsi, capisco che è una cosa che deve andare piano, che passa di traverso nel tempo.
Poi un giorno mi accorgo che la fisso, la maggior parte della seduta, finisce che io non parlo quasi più e lei invece mi descrive immagini, fatti, gli alberi soprattutto, che la ossessionano.
Aveva un albero preferito da piccola, Mi parla di un albero, dice di possederlo, le dico che gli alberi sono della terra, mi dice che quello è il suo. Sta piantato in mezzo al campo, vicino a Pistoia, a casa sua. Una volta quell'albero le ha fatto una promessa, le ha detto di prendere un pezzo del suo legno e di toccarlo
Tu sarai questo legno, diventerai questo legno duro e impassibile, e le tue vene saranno profonde, che non le possano più tagliare, e il tuo sangue sarà profondo, che non vedrà più la luce
Stava dentro al suo tronco, si stava sposando, col suo respiro, là dentro, dove ha capito di poter essere sola e stare bene.
-A me non pare possibile non averti vista prima le dico
-è per quello che mi guardi così mi dice

Direi che, in me, quel qualcosa è diventato tutto e ora questo tutto sta prendendo una strada diversa. Devo bermi il Maalox, come acqua, per la strada di ritorno a casa, il lunedì sera.
Entro ogni volta in clinica sempre più di fretta, il personale non mi aiuta, ritardano i tempi, moduli, firme, pare vogliano farmi stare poco con lei, dico che devo andare, la gastrite mi strozza il respiro e tutti si mettono di traverso. Un solo giorno a settimana e questo corridoio, sempre più pieno di barelle, gente.
è una giornata serena, di traverso sul letto, lei guarda il portatile, mal di testa negli occhi. La guardo, si solleva, se apro la mandibola schioccherà fortissimo, lo sento, rovinerò tutto, prima o poi, ma la trattengo, la trattengo con me, finché posso
So di sbagliare, ma posso avvicinarmi? Un esperimento, oggi disegniamo ad occhi chiusi, mi metto dietro di lei, fingo di non pensare al mio petto tra le sue scapole, all'odore del suo collo, odio la mia vigliaccheria di restare appena scostato.
I miei palmi si posano sulle sue nocche, fredde, non trema, è sicura.
- Ora comincia a disegnare, occhi chiusi e poi mi dirai cosa vedi
Stiamo fermi, un minuto, sono un feto, dentro di lei
- Non vedo niente
- Va bene, e io resto qua
Poi sento le spalle tendersi, la mano destra si muove e mi dice "c'è del vento, case, i pali della luce, pozzanghere scie colorate nel cielo dei campi, il cielo in Portogallo era sempre tutto colorato quando beveva dall'oceano, fiori di campo, piazza, Orsigna Dio, la posta, i miei cavalli, le magliette pulite e il ruscello, il mio respiro dentro l'albero"
Disegna un arco, una porta e dentro rosso, leggero, quasi rosa, poi tratti verticali forti, incisi nella carta, un tronco, un albero. La matita buca il foglio, si sta incidendo la pelle della gamba, la fermo.
Ha una sottana un po' corta, forse. Le sue cosce, sono muscoli fini, di cerva, mura sottili percorse da scosse, percorse da graffi fini e precisi, mura robuste. Mi vede che la guardo, sente cosa guardo. Si ritrae, i piedi ad uncino e tira la gonna sulle ginocchia. E trema, come un'epilettica. Mi alzo in piedi. Lei gracchia e urla:
- Vattene Francesco, meglio se non vieni più
- Senti, non vuol dire nulla quello
- Ti hanno mai stuprato con il manico di un badile? Mio padre si, e non è che lo infilava e sfilava, lo girava dentro, come a volermi rompere le costole e intanto sai che facevano lui e i suoi amici col cappuccio?
Pregavano, pregavano, pregavano, masturbandosi l'un altro, uomini e donne..
- La cosa più stupida era dove guardavo, mentre lo facevano, guardavo i miei giochi, come a voler vagabondar tra le stelle, diventare una lucciola, un pensiero ed annidarmi lassù, sulla mensola, dentro a un vaso e non vedere e strapparmi le orecchie, per non sentire i grugniti e lui che chiedeva a Satana in persona, di dargli il cambio, che gli faceva male il braccio.
Sento forte l'acido in gola, non vomito solo perché non mangio da ieri. Mi metto le mani davanti alla bocca, ho paura di quello che potrei dire. Ora divento un soprammobile, pure io.
Rosa si è messa a terra, a sedere, le gambe strette dentro, non vedo la sua testa, è sparita. Non ha veramente la testa e le mani si contorcono una dentro l'altra, due serpenti, che si scacciano, come avere artigli dentro, che rodono.
- Portatemi al torrente all'Orsigna, presto, devo lavarmi!
Urla come un animale, non so dove stare, mi alzo e me ne vado, lascio tutto sul tavolo. Fuori dalla porta, gruppo di curiosi, han sentito urlare, il medico, esperto ed affidabile, mi fa cenno di seguirlo.
- Si sieda
- Stavamo lavorando
- Lei non è qualificato, Francesco, abbiamo saputo che fate, non doveva farle colloqui, ci sono gli psicologi per questo
- Mi stava dicendo delle cose, parlava di animali, di violenze atroci, parlava, dottore
- Io non credo sia utile
- Io si
- Sappiamo anche troppo bene, cosa ha dovuto passare Rosa
- Mi dia un'altra occasione, dottore
- Ci sono giorni migliori, capitano, lei è grave. Sospendiamo per una settimana, ci vediamo il 30.

Non lo dice ma è impresso in faccia a tutti: e ora, per favore, dai, levati dalle palle.

Inverno
Mi ributto nella routine più piatta, finisco qualche lavoro che mi avevano commissionato, mangio dalle scatolette, in piedi. Dei minuti spero di essermi liberato di Rosa, relegata alla sua posizione di malata, un errore familiare e sfortunato incontro sulla mia strada, in certi momenti raggiungo una fusione totale con lei, mi pare di sentirla respirare, pensare dentro di me, anche dove non c'è.
Acqua, Acqua, come Acqua che una volta che si è mischiata, non c'è più differenza, tra una e l'altra parte.
Mi sottopongo a snervanti salite sui colli, così penso meno, una sfida a rompere la bicicletta, a farmi scoppiare il cuore, finché le ginocchia non sembrano immerse nel burro, finche la testa è un garbuglio di cavi elettrici, che si massacrano a vicenda.
Domenica 29, non chiudo occhio, la mattina del trenta, ci arrivo male, sono stremato, davanti alla clinica

Non ha i suoi abiti, oggi indossa un camicione bianco, mi dice di starci più comoda, i capelli sono un regalo, ogni volta che li vedo, non sopporto la tentazione di fissarli.
Rosa è una bambina, ora, che cresce particolarmente piano
- Perché hai deciso di farti vestire così?
- Tu mi avevi parlato di colori, io sento solo fastidio, da quando vieni, cose che mi infastidiscono mi salgono su per le gambe, si stanno risvegliando gli artigli, dentro
- Cosa ti ho fatto, Rosa?
- Tu mi dovevi far disegnare, io sento amaro in bocca, dovevi togliere le schegge, le hai spinte più dentro
L'oro nei suoi occhi neri, è tramontato, non esiste più, non parla più, non uccide più.
- La mia storia non merita di essere vissuta, Francesco, arriverò al punto in cui aspetterò l'elettroshock per morire. In cui mi nutriranno per svuotarmi, tubo davanti tubo dietro.
- Tu sei ancora viva
- Oggi, Francesco, interromperei qui, volevo solo vederti
E non parla più, mai più, per un'ora.

Esco e al bar della clinica, un vecchio paziente con tre denti circa, vuol farmi sorridere: - che occhi che hai, la morte in faccia, eppure qua sono io che ho il cancro
Non riesco a rispondergli, nulla che non sia stupido o offensivo, riesco solo a fissare il caffè, senza sapere che farmene.
Il resto dei giorni non mangio, non dormo, il resto dei giorni non.
Mi rassicura fare piccole cose, mi mette al sicuro, è come se mettessi in pausa quello che penso di dirle, perché l'attimo dopo, già non la conosco, e allora vivo solo quel presente, in cui sto.
Il giorno muore, il giorno nasce, rido sempre meno, vedo in Rosa quello che trattenevo, da anni, nelle mie pause, nelle latenze, nel posticipare un incontro.
Oggi, ho una strana sensazione, la sensazione che qualcosa non vada, entro alla clinica, la 12 è aperta, vuota, il letto fatto, tirato, sento un alito di frenesia dentro: Rosa?
Ho dentro frasi di angoscia, paura: Non ho mai amato nessuna come te, il terrazzino è un vortice di piume, bianche, sembrano piumini di pioppi, non escono dal terrazzo si alzano e cadono, come una stanza d'aria chiusa nello spazio.
Aveva ragione Rosa, è davvero difficile, parlare col bianco

Mi ricompongo, vado verso l'uscita, non voglio sembrare preoccupato, dò un'occhiata alla sala fumo, dietro i vetro satinati, solo profili pesanti, non c'è. Allora è ansia vera, è angoscia e vuoto, sento lo stappo netto ho un metro di cordone ombelicale che mi sanguina dietro, a terra.
Convinciti ad andartene, è il momento giusto. Quello che le parole non avevano mai detto, l'unica cosa ragionevole, abbandonarla, ci hai pensato mille e mille volte, di far scegliere alle cose.
- Francesco!
L'elegante medico dirigente, il camice aperto, l'entrata perfetta della camicia nei pantaloni, l'entrata perfetta nella stanza stessa, quest'uomo, che doveva esser entrato in modo perfetto in ogni cosa, nella sua vita.
Mi guarda ha una sentenza, definitiva per me
- Mi spiace, ho visto come la guardava, ma non era qui per fare poesia, stava male, questi ragazzi han dolori dentro che son bolle di sangue, non possiamo neanche immaginare. Stava resistendo da troppo.
- è tornata a casa, dai genitori
- Rosa non ha mai avuto genitori, da che so, è orfana da sempre.
-Vedi l'errore è stato anche mio, ad assumerti. è andata via, ha scelto lei, capito?
Lo aveva chiesto lei, il trasferimento, un mese fa.
- Non so cosa possa averle detto, vede, Rosa, non ha una storia sua, Rosa vive di storie, che l'attraversano. Poi le lascia.
Nella sconfitta c'è poca differenza come tra una vita e nessuna. Ho spazzato via la malattia di Rosa, ho accolto la mia. Mi avevano avvertito di non darti nulla di mio. Come diceva Ungaretti: la morte/ si sconta/ vivendo

Mi infilo di nascosto a un gruppo di auto aiuto per alcolisti, al piano terra, li ascolto. C'è un uomo grosso in camicia di jeans e codino. Piange, ha il volto rosso stretto tra le mani e dice che ha rovinato tutto e tutti e l'uomo di fianco dice, no hai noi e poi sei vivo e il primo uomo dice che di essere vivo non gliene frega un cazzo e allora tutti tacciono a capo chino e io me ne vado che ne ho già abbastanza, mentre quello singhiozza e fuori una scritta sbiadita sul muro: Ancona - Bologna, freccia a sinistra, freccia a destra.
Mi si sfascia sul petto.

La mattina dopo prendo due treni, così, il cielo e gli alberi entrano nella terra, qualcuno forse è felice, ma se lo è, il mondo non se ne cura.
Rosa è una cosa, persa, ora è nelle parole, nel carattere delle amiche, che mi scrivono di non pensarci, lontana come l'inverno.
A Firenze percorro il passaggio sopraelevato sull'Arno, scale in ferro, grate quadrettano il cielo terso. Mi sporgo sull'acqua putrida del fiume, sotto, sento di sapere, mi sporgo ancora, vedo i flussi accavallarsi e incrociarsi, le mani stringono la sbarra di ferro e sono forti, venti dita, Stacco i piedi, sul vuoto.
Allungato, ventidue metri sotto di me, per provare a sentirla, venti dita a tenermi alla vita. Ondeggio, i bordi delle maniche del giubbotto in jeans mi segnano i polsi, la schiena aperta, un inutile aquilone steso al sole.
- Credimi, morire non è niente, se ne andasse un po' d'angoscia.
Come puoi natura, essere mia madre? Non c'è ombra di nulla che mi interessi in te: compassione, protezione. C'è un grande male che ti esce dal ventre, e viene da noi, per farsi ammirare, farsi amare.
Una persona perfettamente in forma può reggere il proprio peso a lungo, in questa posizione. Io, però, quanto potrò starci?…sei minuti...dieci? Poi le mani cominceranno ad aprirsi.
Affogo o magari mi sfracello sotto contro un masso. Se poi fa male.
Sollevo la testa, un luogo immaginario, le fronde di un albero che non può esistere, sopra di me rami come vene nel tronco del cielo.
Mi sento dentro al suo tronco. Ora non saprei dove stare, se non qui.

"Rosa di rose, Signora di signore" è questa la cantilena della monaca senza volto, nascosta dietro al barbagianni

Epilogo- Lucciole
Ho bisogno di andare, entro in un sentiero così nero, foresta dritta e alta, che mi porta sempre avanti. Non sai dove sei, ma prosegui, un odore che ti dice di qua, e a un certo punto trovi come delle luci, sono luci piccole, capisci che c'è qualcosa che ti aspetta e hai il cuore pesante, ti trovi in un campo di lucciole, sono migliaia ed è buio e sei da solo e pensi che è un luogo dove ci vuole del coraggio a venire da soli, perché è pieno di luci.
Ti dispiace non avere nessuno, perché tu, l'amore, l'hai sempre scacciato, ti sei avvicinato in tanti modi, ma poi hai sempre scelto di essere solo e sei in questo campo, ed è umido, intorno sei pieno di queste lucciole, svolazzano come fiammelle, come piccoli pensieri, che si sono persi nel buio, orti, nel sentiero.
Senti un peso dentro, incredibile, capisci che devi esser qui per un motivo, e sei solo da quando sei nato, sei arrivato dove dovevi, alla consapevolezza di aver perso tutto e di essere una parte di queste luci.
Mi chiedo come loro mi vedono e se forse non ci sia nulla, tra me e queste lucciole, c'è soltanto la consapevolezza di esserne parte, di esserne dentro, non so se loro vedono in me qualche luce, voglio soltanto andare avanti e sentire di avere un senso.
Questo posto non dovrebbe finire mai, vorrei che i bambini lo vedessero, penso a chi vorrei fosse qui e non mi viene in mente una persona in particolare, non ci sono, o le ho cacciate o non ci sono. Ti rendi conto che vieni qui per un motivo, che è essere solo, che non è esser morto, perché morto non è un problema, è solo.
Le rane gracchiano lontane, ci sono delle canne con sopra dei pezzi di carta lucida che vedi appena al buio, ma, prosegui, potrebbe essere un posto felice, dovrebbero portarci i bambini qui a sfiorarle, i bambini.
Rosa era qui con te, forse più di quanto ci fosse mai stata
- Rosa, dove cazzo sei finita? Ero io il pazzo per te, eri la persona che voleva stare bene e io il pazzo che non voleva guarire, ero un pazzo che cercava le lucciole. 
Ed ero una di loro, una di loro, ero una lucciola anch'io, come sempre. Ero una lucciola anch'io, che voleva essere buio, io volevo essere buio e non potevo perché avevo la luce e non potevo essere buio.
Solo perché son tante luci non vuol dire che siano giuste. No, non lo sono per forza, cammino e non voglio trovare nessuno, nessuno.
Io ho un sole, dentro, dentro, quello che Rosa mi ha dato, quello che ha messo su di me come un velo, ma era un sudario, Rosa.
Una vena di gioia, passa presto.
Questo buio enorme, io lo accetto, e ci finisco dentro, fino al collo, e lo sposo e poi sotto, fino a non capire più nulla. Fino a perdere lo spazio, l'intensità e il fondo.