giovedì 1 ottobre 2015

Cassetto n°159

Mio nonno parlava dell'amore e mi diceva che quando siamo innamorati abbiamo quella roba dentro che abbiamo voglia di stare assieme a quell'altra persona anche tre volte al giorno e appena riprendiamo la macchina ritorneremmo già subito indietro e ci staremmo insieme ancora altre tre volte.
Io non capivo perché dicesse stare insieme, che si sta insieme spesso a tanta gente, io a sei anni già dicevo scopare e lui non lo sapeva, ma credo fosse più bello come lo diceva lui.
Mi diceva che anche se la conosciamo poco, l'innamorata, abbiamo voglia sempre di dormirci, abbracciarla, darle dei baci e fare delle sciocchezze, tipo lui caricò mia nonna nel camion per portarla sei giorni in Normandia e prese anche una bella multa per ritardo della consegna, ma mi disse che non gliene fregava niente. Mi disse.

Poi mi diceva che la differenza tra l'amore vero e l'innamoramento, è che se la storia è una cosa così, di poco conto, l'altra ci sembra sempre una persona nuova e siamo noi a metterle dentro le cose belle, i nostri desideri, che però rimangono sempre nostri e allora quando iniziamo a conoscerla un pochino davvero, ci sembra diversa, estranea e inizia una cosa brutta, che chiamava il disinnamoramento. 
Invece se l'altra è quella giusta, mi diceva, l'innamoramento è una scoperta quotidiana, le troviamo dentro, ogni volta, qualcosa che sembra sia stato lì da sempre, e ci sarà sempre, per cui quella persona, pur non sapendo bene chi è, ci accorgiamo che è davvero quello che aspettavamo.
L'amore, dopo l'innamoramento, non c'entra più niente con i desideri, l'amore c'entra col non volere niente per sé, col volere il bene dell'altro e c'entra anche con l'abitudine. 
L'altra persona, a volte, non ci si accorge di amarla: è come l'attaccapanni, tu non ci pensi continuamente all'attaccapanni, ma se un giorno appendi il giubbotto e cade, perché l'attaccapanni è sparito, e tu stavi andando a pisciare, come tutti i giorni, allora torni indietro dal corridoio e ti dici, mentre tiri su il giubbotto dov'è l'attaccapanni?
Ci riprovi pure ad appenderlo, ma ricade e ci stai male perché c'era nel tuo corpo tutta un'abitudine all'attaccapanni, e adesso che manca non sai  più che fare, se andare comunque a pisciare o star lì col giubbotto in mano, ed è davvero un bel casino, mi diceva, adesso al suo posto nel tuo corpo c'è un buco.

Mio nonno mi faceva l'esempio di un suo amico sposato, il Gino, che aveva scopato due tre volte con la Betty, una turista tedesca che alloggiava nell'albergo di sua zia. Mio nonno mi diceva sempre che il Gino, che era un gran nuotatore, una mattina la Betty l'aveva vista in una brutta situazione in mare, lei stava andando sotto, in due metri d'acqua, ma non si era buttato, l'aveva fatta salvare dal bagnino, perché lui stava servendo i cappelletti al ragù a sua moglie e ai due figli, sotto la veranda dell'albergo e proprio non gli era venuto spontaneo di buttarsi in mare.
Non ne voleva proprio sapere, lui l'avrebbe lasciata affogare, una con la quale aveva scopato tre volte, perché in fondo, amava davvero sua moglie.
A me l'esempio pareva già drastico, ma si capiva bene il senso, che era quello che mio nonno voleva. 
Io, allora, il buttarsi in mare con l'amore non capivo bene, cosa c'entrasse, perché allora amavo solo la mamma e forse la nonna, ma con loro non riuscivo a fare tanti esperimenti mentali. 
L'amore lo vedevo ancora una cosa solo tra due che stavano insieme. Allora immaginavo di caricare mamma e nonna su un moscone e di buttarle al largo a rischiare di affogare, ma non sapevo chi avrei tirato fuori per prima, perché erano due esempi davvero sbagliati, non avevo mai fatto l'amore né con mia mamma né con mia nonna, anzi, erano cose che mi facevano venire i brividi solo a pensarci.
Nella mia mente il Gino rimase sempre uno un pò stronzo e paraculo, ma cominciai a farmi molti esempi mentali sull'amore, fino a capire, piano piano, perché il Gino fosse rimasto a servire i cappelletti.

Le mie braccia si ispessirono, coprendosi di peli grossi come cavi dell'alta tensione, attraversai quelle estati senza pensare troppo, mentre mio nonno dimagriva e l'orto, ogni anno, si copriva di salvia e grappoli di pomodori rossi.
Mio nonno se ne andò, una mattina di settembre, lasciando il cappello di paglia sulla sedia e gli attrezzi in ordine nel capanno e accadde anche a me di capire: quando l'amore manca, ti viene il buco al posto dell'abitudine, un pezzo di corpo va via e non ricresce.
Resta come un pavimento rigirato, come l'atrio di un nuovo cuore più grande, da riempire.


lunedì 28 settembre 2015

Cassetto n°158

Non può essere tutto solo legato a questo, se lo ripete, sono fermi al confine per la Slovenia, Fabio  sbuffa e passa in rassegna la fila di automobili e pick-up in coda al controllo documenti. La maggior parte sono nere, alcune bianche, pochissime rosse: le auto costruiscono un serpente infinito che scotta al sole e cucina le propria interiora umane.
- Questo cognome non risulta signor Fazi Battaglia
- Guardi, lo so, è una vecchia storia, i miei mi registrarono all'anagrafe col trattino in mezzo ai due cognomi, ma l'assicuro, in Italia nessun ci guarda
- Qui non siamo in Italia, signor Fazi-Battaglia
- Non lo sapevo neppure io, fino a un mese fa, la prego agente..
- Mi spiace, non sono io, la legge
Un frase così dura, in bocca a un omino sudaticcio fa quasi ridere, ma non gli viene affatto da ridere
La moglie allarga le braccia sui sedili panna del loro Range  Rover, come a ribadire l'assurdità del tutto e a ribadire che lei lo aveva detto, di sistemare quella faccenda parecchi anni prima
- Ancora il cognome, Fabio, sta maledetta pippa del cognome?
L'agente piccolo viene raggiunto da un altro agente più longilineo, si consultano brevemente e il piccolo, aria contrita, si incammina verso la famiglia Fazi-Battaglia ferma allo sportello anteriore del lussuoso fuoristrada
- Mi spiace ancora, signor Fazi-Battaglia, sua moglie e i bambini possono proseguire, ma lei deve attendere qui, mi spiace, mi spiace, mi spiace...
E se ne va indietreggiando
- Maria, passami una sigaretta
- Che facciamo Fabio, ce ne andiamo?
- Maria, passami una sigaretta
Signora scusi...  il piccoletto pare avere un udito migliore della media, dicevo che voi potete andare, ma suo marito deve restare, tecnicamente il documento potrebbe essere rubato o contraffatto
Fabio getta la sigaretta prima di accenderla
-  ma cosa cazz?
l'agente lo blocca con un tono leggermente più  alto di prima
- Quel trattino potrebbe essere un errore e al 99 percento e lo sarà, ma noi non facciamo questo lavoro per fare delle eccezioni, noi dobbiamo considerare ogni possibilità con la stessa serietà, e lei potrebbe non essere chi dice di essere
-  la vostra dedizione alla logica è commovente, agente, ma non starò qui un altro minuto
- Signor Fazi-Battaglia, non è certo colpa nostra,  doveva regolarizzare la sua posizione, o almeno doveva evitare il confine della Slovenia, quest'estate, con permesso
Sua moglie scende e carica in braccio la piccola Aurora
- Lei deve fare la pipì, io mi prendo un caffè, e tu vedi di risolvere sta faccenda
E guardandolo come si guarda un grave sbaglio, si affretta verso lo smart-shop poco distante dalla dogana.
L'omino che tanti problemi gli sta creando sta uscendo nuovamente dal cabinotto, poi gli lancia uno sguardo si gratta il capo e rientra dentro, deve aver deciso che non c'è bisogno di avere tanta fretta.
Fabio si appoggia allo  sportello e lascia scivolare in avanti parallele le suole delle Superga nella ghiaia, gradualmente si appoggia dolce al terreno sassoso e così, seduto al sole riflesso dal suo veicolo nero, con discrezione, nella sua ombra, piange da solo.





giovedì 27 agosto 2015

Cassetto n°157

Cos'è Roma?


- Per me Roma è una pizza ai funghi e un bicchierino in plastica di vino bianco ai Due  Fratelli.

- Eh? Che stai dicendo?

- No, dicevo, che per me, ma credo per tutti, ogni città  è esattamente identificata in una cosa, che quando lo fai, ti senti in quel momento, sei in quel posto

- Embè?

- E per me andare a Roma vuol dire scendere in stazione Tiburtina, attraversare la strada e prendere una pizza ai funghi e un bicchierino in plastica di vino bianco freddo ai Due Fratelli.

- No, te sei scemo

- Perché?

- Cioè il lungotevere, i musei Vaticani, Trinità dei Monti, Piazza del Popolo, la terrazza del Pincio....ma dimmi anche un quartieraccio periferico, coi palazzi sfatti, le botteghine e i topi: Tor Bella Monaca...e tu?

- E il Colosseo? Cacciami fuori il Colosseo...

- No guarda il Colosseo non te l'ho detto apposta

- Per me Roma è scendere in stazione Tiburtina, attraversare la strada e prendere una mezza pizzetta ai funghi e un bicchierino freddo in plastica di vino bianco ai Due Fratelli.

- Ma perché proprio lì?

- Non te ne accorgi la prima volta, perché è la prima, è la seconda, di solito, che senti un eco, la seconda direi che il senso di appartenenza è al massimo, tutte le volte dopo son belle, ma inferiori, vivono di luce riflessa, dell'attimo-del-poco-prima

- Cosa c'era, in quell'attimo, cosa?

- Erano tutte lì, perché erano tutte lì in fila, le mie promesse



sabato 8 agosto 2015

Cassetto n°156

Stavo steso sul telo troppo piccolo, in quella parte la spiaggia crea un'ansa contro un lungo muro di cemento e l'acqua che si ferma non è mai pulita, così anche il materiale umano che si va ad accumulare là in fondo, non è dei migliori.
Ma io mi ci sono affezionato, è la spiaggia più vicina a casa e ci venivo sempre da bambino, in bici, con mio padre.
è un posticino incasinato, un non-luogo dove ognuno si ostina a farsi i cazzi suoi nonostante la distanza personale irrisoria, la spiaggia ogni anno viene erosa, pezzetto per pezzetto, dalle ingombranti attività commerciali, io di solito sto vicino al bagno Oscar.
Stavo rimandando da un'ora il primo giro al bar, un po' per la distanza e il caldo, un po' per il pudore di stappare la prima birra già alle tre del pomeriggio. 
Di fianco al mio telo una coppia di donne straniere e la loro insopportabile bambina urlavano girando video col tablet, ovviamente rendendoci partecipi tutti di emozioni, pensieri e paure relativi a quei loro brevi giorni di ferie. 
Pensavo a come staccare la mente da tutto, come immergermi in un silenzio chiuso e personale in cui galleggiare per qualche minuto, quando:
- oh mio dio, ma guarda è bellissimo!
Qualcosa aveva catturato l'attenzione della mia vicina, la madre straniera della problematica bambina straniera con tablet e poco dopo anche la sua amica erano in piedi e protendendo la testa e l'indice verso qualcosa
- Incredibile, proprio qui, non ne ho mai visti!
Parlavano di qualcosa che doveva essere vicino al muro, nell'acqua, a giudicare dalla direzione della loro attenzione.
- guarda che razza di roba, non pensavo ce ne fossero qua
Io stavo cercano da mezz'ora di concentrarmi sul mio saggio tascabile, ma davvero non c'era verso: il caldo, il telo troppo corto, lo schiamazzare di queste oche, me lo stavano impedendo, quasi irritato provai a buttare un'occhiata verso il muro, ma non vidi assolutamente nulla, solo acqua sporca, alghe e un paio di bambini con secchiello e retino, tornai a fingere interesse per il libro, ma ancora
- guarda che è una cosa davvero rara, dada fai una foto là!
La bambina riuscì solo allora a scollarsi dalle sue registrazioni e a puntare il palmare verso la zona tanto interessante
- odio che bello mamma, posso andare là?
- no dada stai qua che quello scappa subito, sai?
Niente, le parole del libro respingevano la mia vista e mi decisi ad alzarmi in piedi, intanto si era riunita una piccola folla davanti alla zona, una folla distratta, non tanto nutrita da impedirmi di constatare che io, in quel punto, non vedevo assolutamente nulla di anomalo. Pensai a qualche uccello o a un grosso pesce, forse era arrivato verso riva un delfino, non era una cosa rara, oppure un fenicottero aveva confuso la rotta dalle saline…una tartaruga arenata, ma nulla, la mia buona vista non mi faceva rilevare nulla, nulla di davvero particolare né nell'acqua, né sopra il muretto.
La cosa stava diventando un piccolo evento: arrivava gente dagli stabilimenti vicini, le ragazze ridacchiavano, i bambini sprecavano aggettivi e superlativi, gli anziani, più distanti, scuotevano il capo con l'aria paziente di chi, quelle cose una volta, era abituato a vederle ben più spesso.
Mi girai indietro, il bagno Oscar, il mio bagno, era praticamente deserto, anche i baristi avevano abbandonato la postazione, le bocce giacevano immobili nel campo, nel ciocco del sole delle tre e mezzo, per quella cosa, si era fermata la già pigra stagione balneare a Lido di Savio.
Straniero tra gli stranieri, come un albero solo, io non capivo. Vinsi la mia riluttanza ed entrai nella festa dei curiosi: sudore, abbronzanti al cocco, sigarette, nulla io là non vedevo assolutamente nulla, mi concentrai su una macchia scura a circa dieci metri dalla riva, entrai nell'acqua fino alle ginocchia
- ehi signore, attenzione, non sappiamo come potrebbe comportarsi, poi non vorrà che se ne vada via così…
Il bonario bagnino coi baffi mi sorrise, paterno, facendomi cenno di rientrare col braccio tonico a abbronzato ben proteso verso la mia spalla.
Rassegnato, con una gran voglia di rientrare a casa, tornai sul bagnasciuga, quella macchia erano solo alghe, alghe e un agglomerato di cozze marce. 
Non c'era nulla laggiù, niente di niente.
- ma pensate se ne presenteranno altri? Ma ci pensate che meraviglia sarebbe?
- Io sinceramente preferirei stessero nel loro ambiente, questo sconfinare non è assolutamente un buon segno è indice di squilibrio climatico e chimico e tropicalizzazione dei nostri mari e bla bla bla…
- è bello è bello è bello papà….papà...perché è bello?
- a me in enciclopedia sembrava più grande, però che fortuna eh, Simone?
Tornai sul mio telo dall'orribile colore salmone spento, lo presi e lo accartocciai buttandolo dentro il primo bidone aperto: era un telo inutile.
Alle volte alle cose buttate ci penso subito dopo, che tipo avevo sto telo da vent'anni e da allora non ce l'ho più.
Poi tornai indietro, cazzo oggi non mi era successo nulla, nulla di nulla, di particolare e non volevo andarmene senza vedere questa Meraviglia, il Prodigio di Lido di Savio. Il giorno dopo non volevo leggere un semplice trafiletto nella cronaca, magari corredato da foto sgranata in bianco e nero, dove NON avrei comunque visto la Cosa.
Tornai tra la gente, volevo parlare loro, volevo chiedere cosa Cristo vedessero  là che io non potevo vedere, ma poi non riuscivo, le parole non mi uscivano dalla bocca, li guardavano e mi sorridevano, se era lì a tre metri, e doveva esserci qualcosa, dovevo vederlo e basta.
Stavo di nuovo a pelo d'acqua, i piedi a mollo, gli occhi puntati verso quell'unico punto, poi guardavo loro, poi riguardavo là. Acqua gialla, una bottiglietta di thè che galleggiava: niente.
Rividi quella chiazza, ma molto più lontana, non era quella delle alghe, era scura stavolta, era densa e scura come petrolio, non era dove tutti guardavano, era almeno cinque metri più in là
In mezzo a quel nero scorsi qualcosa, un guizzo, un baleno, forse mi stavo semplicemente concentrando troppo, su di un solo punto, ma a me pareva muoversi, anzi si muoveva, si allungava assottigliandosi per poi tornare più corta e tozza, sistematicamente. Si muoveva come un serpente, o  meglio come un bruco, si allontanava furtiva.
Ma non era una semplice macchia, era qualcosa di intelligente, stava nell'ombra proiettata dal muretto sull'acqua, al riparo, ora le vedevo! Come un rettile, forse per non esser vista, forse non so, stava là e piano piano si allontanava sempre di più dalla riva, ormai la scorgevo a malapena. Tutti puntavano sempre lo sguardo a pochi metri dalla riva, era evidente che non stavamo vedendo la stessa cosa, ora ne ero certo, la macchia restò ferma fluttuante vicino al limite del muretto, mi concentrai a studiarla e sotto l'acqua mi pareva vorticare, un turbine di colori stupendi e schegge dorate, gialle rosse, verdi le balenavano al centro, in quella che poteva essere la sua pancia. 
Per qualche istante non sentì neppure più tutte quelle voci, era bellissimo e mi sentii isolato, insieme a quei colori, mi rilassai molto, cominciai a vagare in qualche spazio dentro di me, che non pensavo di poter vivere, pensai di andare in acqua e di prenderla, abbracciarla, pensai di affogare, che forse la cosa giusta era provare a respirare l'acqua coi polmoni e stare là sotto, con la macchia, per sempre. 
Ebbi paura però, tanto che dovetti cambiare posizione dei piedi per riavermi e tornare vigile, appena lo feci i colori erano spariti, la macchia si allungò ancora, stavolta moltissimo e cominciò a scivolare piano, dietro l'angolo in fondo al muretto, là c'erano solo scogli e acqua alta, là senza barca non ci arrivavi.
Presi per il gomito il vecchietto spellato vicino a me
- Ma la vede quella grossa macchia, laggiù? La vede?
Quello mi guardo come se avessi una pistola in mano e fece due passi indietro
E  fu allora che capì che nessuno vedeva la macchia.
La Cosa si mosse come una densa colatura di pece calda e nera, che pastosa cade dal bordo di un tavolo a lunghi e spessi goccioloni filamentosi, e scivolò via, sparendo per sempre, proprio nell'istante in cui il bimbo col fucile d'acqua giallo disse
- papà non c'è più!





martedì 4 agosto 2015

Cassetto n°155

La scopa su una sedia, anzi no, in realtà sono sul water, lui stringe forte quei seni come fossero limoni, quando tocca i seni a una donna avverte sempre un piccolo vuoto ( ha paura di sentire un nodulo, forse? ) lei geme e muove veloce il bacino, vuole concludere in fretta, sa che ci mette poco quando è così veloce.
Lei è seduta sopra di lui, di spalle, a lui va bene così, non vederla in volto, a lei pure, va bene per lo stesso motivo.
Lui, superato il baratro del pensiero del cancro della madre, riesce ad ottenere quello stato di erezione postadolescenziale, che è uno stato di grazia e potrebbe durare un lustro, gli piace scopare così, solo coi calzoni abbassati, punta i piedi coi talloni sulla base di ceramica dell'orinatoio, i liquidi di lei  gli solcano la riga del sedere, la tiene per il concio dei capelli dietro obbligandola ad alzare il mento e ad aumentare la frizione del sedere sulla base del suo baluardo.
Questo "usarsi", prendere qualche minuto dalle pratiche dell'ufficio e farla venire due o tre volte, alla faccia del marito, del capo che non li paga da marzo o anche del Paese intero, che va a rotoli, nel mondo assicurativo, come ogni altro mondo, lo riempie di un'amara dolcezza, uno sconforto pacato che, col tempo, ha imparato a spalmare sulle lunghe ore ad inviare mail e a procrastinare telefonate a Londra, oppure ad Hong Kong.
Poi, di solito, lui viene nel lavandino, o se sono ispirati, le viene in bocca, si lava la punta dell'uccello col sapone da mani e si torna al lavoro.
Se poi lui le viene in bocca lei, di solito, ingoia, cosa che, lei gli ha detto una sera a una cena, riempiendolo di velato orgoglio e facendogli pagare il conto, non ha neppure mai concesso al marito.
Aspettano, si apre la porta: li interrompono sempre sul più bello
Lui si alza, si copre: - Donatella non...!
- Fate pure, qua dentro non fa più notizia a nessuno
Donatella Fabbron, l''impiegata delle pratiche commerciali coi clienti esteri  prende un faldone dall'armadietto grigio chiaro e grigio scuro dei documenti vecchi, il faldone si apre un pò verso il basso, un foglio svolazza via, lei lo vede ma non torna indietro a raccoglierlo, forse non conta nulla.
Lui si appoggia al vetro della finestra, la vista fuori è tutta bianca, non ha nessuna intenzione di uscire per il pranzo, alle due, fa appena in tempo ad accorgersi di avere già il cazzo mezzo floscio, uno straccio tra due cosce pallide e glabre.
Lei si sta rivestendo, dice qualcosa sul fatto che lui le sporca sempre la gonna con le scarpe, lui pensa che lei ha un culo fantastico, che sfuma sul rosso verso il basso, ma quel culo non è il  suo, quel culo torna sulla sua Smart e a casa da marito e figli, ogni sera, alle 18:00.
In quel momento lui è consapevole di non stare bene, lo è  sempre stato, ma si accorge che, da quando scopano è la prima volta che non finiranno.
- Io devo andare in conferenza, ciao
Lei pare appena uscita di casa, è perfetta, mentre lui è ancora accasciato  sul water, sempre più curvo, sempre più moscio.
Lei esce
Allora lui sentaedi non avere fretta, appoggia il naso al vetro freddo lascia un puntino.
Ripensa a sua madre, era una settimana che non lo faceva e fuori un ragazzo con un bassotto passa dentro a quel puntino.




lunedì 13 luglio 2015

Cassetto n°154

Ho usato questo foglio bianco per chiederti il fucile subacqueo, stanotte tutti vogliono venire con me, non abbiamo le mute, abbiamo pesi e pinne.
Vogliamo andarcene da qui aggrappati a grandi pesci luna tondi come falci di luna.
Seguiamo la strada nera degli scogli, là in fondo le murene mi han parlato di una casa, una casa piena di anime, una casa dove c'è già tutto e da mangiare e tazze piene di latte e pane e si riposa là dentro, pareti di alghe spesse che assorbono il rumore.
Ci si arriva solo se non si vuole più arrivare
Scriviamo questo foglio insieme a Dio, questo foglio si bagna, non ne rimane molto
Siamo stati scartati, tutti quanti.
Morire abbracciati, per toccare il fondo



sabato 20 giugno 2015

Cassetto n°153

Vedo un miglioramento, un netto miglioramento, signor Biserna
Il medico, il professore, insomma, veloce, cerca delle carte nella pila, ha delle dita leggere sfarfallano i documenti sulla scrivania. Trova quello che cerca gli dà una veloce scorsa e la getta via già deluso.
Come va con la terapia, mi dica, come va?
Guardi è fatica, io ce la metto tutta, ormai non c'è più Lei, ma resiste
Bene, è necessario disinfettare tutto come lei ben sa, il buio totale, lei deve vedere chiaramente davanti a lei una sola cosa: sé stesso, o non riuscirà, capisce, morirà lì dentro.
Io avevo bisogno di farmaci, non mangiavo, non dormivo da tre mesi, avevo un male che non si arrendeva al mio cuore, mai, mai, mai, mai, mai, mai
E mi dica mi dica.. che ne direbbe di vivere sott'acqua?
No, guardi non mi pare proprio il caso
Ah, e mi dica mi dica.. che ne direbbe di vivere isolato, dentro un bellissimo casco azzurro?
Non pensavo a una soluzione del genere
Ah e mi dica, mi dica che ne direbbe di tornare con Lei?
Io non posso, lo sa
Bene, allora lo vede che siamo d'accordo? Lei deve seguire la mia cura, tolga tutto, tolga le persone, tolga il telefono, tolga i libri, tolga il colore, tolga la pelle d'oca, tolga i film, tolga il sesso, tolga il qui e ora e il domani, tolga la calma, tolga settembre, tolga la macchina che si ferma nella zona industriale, resti solo con sé. I bisogni riemergeranno lievi e spontanei, da soli, in modo naturale, forse tra un anno, il miglioramento c'è e vedrà.
Resto silenzioso non ho più voglia di parlare, ora riesco a stare silenzioso, è un successo, è ciò che merito.
Lei cosa si definisce, Biserna?
Io sono un'artista, ha letto le mie cose, ha visto le mie tele.
No, vede, lei oggi non è nulla, da oggi si definisca un battiscopa oppure un unoesettanta, semplicità, capisce
Io sarò un battiscopa, ma ancora Lei non se n'è andata, lei è come un granello di zucchero in fondo alla tazza, ogni volta non posso dire che non ci sarà, so solo di poterla trovare e questo non fa che aumentare la mia certezza che Lei ci sia...
Niente, non può vedere la vittoria prima della gara, impaziente d'un Biserna, le ho preparato la lista d'esercizi e mi passa il plico.
Io non so se riuscirò, ho avuto un nuovo incarico al lavoro...
Ah, ma lei ci riuscirà, io glielo devo ripetere, vedo un netto miglioramento, la nostra ora è finita, saldi la parcella con la segretaria all'ingresso: trecento euro. Grazie, a venerdì.
Esco in un mare nero che s'infuria in me, scintille nelle dita, mi sporco di sperma, di crema, non riesco a fermare l'avanzata dei piccoli input dentro il mio cranio, dell'ossessione, adrenalina, questa cura non funziona, lui vede il miglioramento, mi chiedo cosa mi aspetti, in un buio colorato, un buio liquido, io  mi vado a cercare giù al molo.