martedì 22 aprile 2014

Cassetto n°126

Un depliant del nuovo Sushi Bar sotto casa: arancione, salmone arancione, cioè è color salmone, ma tira all'arancione, la ricarica del cellulare, ovviamente è arancione, non salmone, solo arancione appoggiata sul portafogli.
Ma è così ovattato questo silenzio da dover dire, è difficile persino da dover scrivere, ho trovato quel maglione arancione poi, hai presente che delle cose scivolano dietro ai cassetti, era finito là, stanno lì per ricordarsi di te.
Mi son sempre chiesto che fine facessero i libri che cadevano dietro gli scaffali, all'Ipercoop, stavano là anche dei mesi, soli e mi chiedevo perché non potessero essere tutti miei. 
Sono orgoglioso di star facendo ogni singola cosa senza di te, perché nonostante il dolore che trapana tutto, che mi vive qui, di dentro, io sono ancora vivo e continuo, proseguo a farmi l'orto, a fare la spesa, per esistere, non più metà, ma un unico e singolo, che basta a sé stesso.
Chiudo il sesto scatolone attento che lo scotch sia tagliato bene lungo il bordo, preciso.
Lo porto di sotto, è più pesante degli altri: libri inutili, penso.
Ho sempre amato come la luce delle nove di mattina taglia l'arco dell'ingresso: irradia verso il tavolo in rovere della cucina, e si vedono tutti i segni sul tavolo, quelli che incideva Max, con la matita, e parlavamo tutta la notte, ma tu eri nervosa, volevi solo dirgli di smettere.
Devo dirti che dei minuti mi manchi anche troppo, altri meno. Se la vedo, quella luce delle nove, sono a casa dal lavoro, e probabilmente se tu fossi qui, si sarebbe trattato di fare insieme la spola, tra letto e cucina, fino alle tre, poi tu in biblioteca.
Domani l'aereo parte alle undici, non pensavo che tutta la mia vita potesse stare in un camion arancione. Il tipo vuole mille euro per portarmi il carico in Germania, mi pare onesto, il camionista, si chiama Alfredo, come mio zio.
Le cose che fanno più male, sono le stupide, sono i capelli nei cassetti, lo spazzolino, i libri non restituiti.  Ho talmente tante cazzate tue, ormai, da poterci scrivere una tesi, sulla tua presenza.
Il maglione però lo tengo, è un polmone, da respirarci dentro, tanto avrai tante cose più belle, solo tue, ora.
Mettere chilometri, mettere tempo, minuti, dentro l'assenza, spero che la dilati, permettendole di diventare non più assenza, ma esistenza stabile e autonoma, vita dopo il vuoto.

Bah a volte non basta, perché ci si trova a percorrere strade già perse per trovarsele sbarrate, perché se ci si conosce insieme, è raro che ci si abbandoni nello stesso istante, restano brandelli lunghi e vivi di carne e ce li trasciniamo dietro, orridi come il contenuto di una pancia squarciata.
Devo uscire dall'appartamento, devo muovere le gambe
Difficile decidere da cosa cominciare, ora che tutto le mie cose sono in viaggio verso Monaco, faccio una corsa, la prima corsa senza te e corro bene, ma poi mi viene un fitta sempre nel solito punto e mi piego, forse muoio qui. 
Tornare indietro mi sembra impossibile, il cielo piega sopra, il tuo fottuto maglione arancione, riposa a casa, morbido e profumatissimo, ci affondavo la faccia, ci vivevo in quel maglione. Non mi fa correre, il maglione.

Poi mi alzavo e mi tiravi giù, per la nuca, sul letto, e mi ci rimettevi la faccia in quell'abbondantissimo arancione.
Entro in casa, come un antifurto squilla il telefono, la voce di mia madre, sospesa tra la tensione e l'amore, mi spiega di stamattina.
- L'ha aperta quella busta, papà?
- No, e se lo conosco bene, non lo farà mai, è ancora qui sul  tavolo
- Che razza di testa di cazzo, ha deciso di farsi morire, quindi
- Vuole vederti, prima che, insomma, che vai..
- Ok, stasera a cena.
E ti vedo lì, seduta dove dovresti essere, ti sei ripresa il maglione arancione, non riesci proprio a lasciarmelo un pò eh, sorridi e ti cacci in bocca un biscotto che quasi cade.
- Che c'è? Hai visto un fantasma?
Hai quella smorfia, il lato sinistro della bocca si alza prima e di più dell'altro, se mi dovevi fare male, ora me l'hai fatto davvero.
- Cosa ridi, Boccastorta?
E torno a chiudere degli scatoloni, con precisione



domenica 20 aprile 2014

Cassetto n°125

- Io ricordo esattamente il giorno in cui son diventato matto
Davide è seduto sul letto, accucciato nel suo metro e novanta, ha mani tanto grandi da far sparire una Beck's da 66, lì dentro. Tutti mi son grati se ci passo dei minuti, con lui in camera, perchè Davide è una bestia, ed è sempre ubriaco marcio e si incazza moltissimo per niente e spacca tutto.
Appoggio la schiena al freddo del suo acquario, mentre con le gambe mi puntello a un listello di pavimento un pò sollevato. I pesci piacciono tanto agli squinternati, penso, e anche ai dentisti.
Io sono al terzo giorno di lavoro in questo posto, Davide è tutt'altro che stupido, dietro alla stazza e al suo odore forte di Creola, vedo un ragazzo gentile, esperto in filosofia, che ama i cani e il mare, delicato da spaventare.
- Ti va di ascoltare?
- Son qui, parti!
- Venivo dal servizio militare, periodo di merda, peggio del solito, e per riprendermi andai in Sicilia a trovare dei parenti di mia madre, la cosa più sana che presi laggiù fu del rosolio, mi facevo della grandi camminate sulla scogliera, un cazzo da fare tutto il giorno, mi chiamavano il drago, perchè appicciavo con un tiro un chilum da tre paglie. 
Pensavo al mare, pensavo a una ragazza che avevo lasciato a Brescia, pensavo che Bologna non mi volesse più indietro, stavo davvero male. 
Allora, ti dicevo che camminavo sul molo, con lo sguardo caduto sulle punte delle scarpe, e la vidi.
Vidi questa faccia,, a pelo d'acqua, una faccia di uomo, che sfiorava il pelo come un annegato, ma non era reale, lo sapevo di starla vedendo solo io.
- e cosa faceva?
- Camminavo dritto e quella faccia mi seguiva, scorreva, come se fosse un qualcosa che era impresso nel mio occhio, si voleva solo mostrare solo nel mio occhio infatti, intanto il tempo cambiava, del tutto, diventava una notte unica e io mi connettevo per sempre al tempo.
- Ma com'era fatta?
- Una faccia da teatro greco, hai presente le maschere, una che ride, una triste? A me pareva quella triste, ma poteva essere anche l'altra. Voleva che la guardassi negli occhi e li vidi e ci caddi dentro.
Misi la mano nell'acqua pre prenderla, ma non potevo toccarla, non mi bagnavo più e un grande caldo, come liquore, come cento fuochi, come mille ulcere deformi che mi laceravano dentro, e fu così, fuoco, fuoco e ancora fuoco dentro e così, senza motivo,mi trovai tra le mani questa, che è esattamente la stessa faccia che vidi.
Davide mi porge un ciondolo, in pietra nera e levigata a lucido, piccolo come un'unghia.
Non lo so che è una trinacria, a me pare solo un simbolo tribale o qualcosa del genere.
- Tieni è tua.
- No, ma dai dopo questo racconto, questa è una cosa troppo importante per te...
- Non importa
Davide mi ha già regalato delle cose, è un suo modo per entrare in contatto, suppongo, una felpa nella quale stavo sei volte e un profumo Sergio Tacchini, ormai alcol puro
è momento in cui amo profondamente quel che faccio, uno dei pochi, in una stanza stretta tra acquario, e poster pornografici, con un pastore tedesco sotto al letto e panni e calzini appesi alla finestra ad asciugare.
Un posto in fondo al mondo, che mi dice di scendere al piano di sotto, per non esagerare, la voce della pineta sussurra di restare,, aromatica, tra le grate della finestra.
- E la colpa, Davide, la colpa di tutto, la dai a qualcuno?
- Mi madre aveva suggellato la mia pazzia con un affetto carico di risentimento, con premure inutili e assenze ingiustificate. Ma non credo ci sia altro da aggiungere, tieni quel ciondolo, ti porterà fortuna Matteo.
- Grazie, lo terrò caro.
- Quand'è che hai paura di entrare nel buio? Quando non sei felice, quando hai paura della luce perchè il buio non è niente, è realtà ampliata.
Trovo interessante l'umiltà con cui lo dice, ma, sul ciondolo, si sbagliava.


mercoledì 16 aprile 2014

Cassetto n°124

Se doveva prima o poi succedere, che succedesse lì, quella sera.
Avevo il motivo: Alice, quarta di seno, mi aveva appena comunicato che, dopo aver conosciuto meglio quel gran figo di Denis, in gita a Mantova, quel giorno stesso, non era poi più così sicura di voler stare con me. 
Sarà stata anche quell'aria tiepida ed estiva, e il sentore che certi equilibri scattano, che decisi, lucidamente, che avrei preso la prima sbornia della mia vita.
Avevo quattordici anni, i capelli lunghi e facevo il cameriere dalle 18:00 alla Festa dell'Unità di Savio, una delle poche sere che mi presentavo, essendo di servizio, avevo diritto alla cena gratis e a una consumazione pseudoalcolica allo stand del bar della festa.
Dissi a tutti i colleghi di portarmi una cosa da bere, nel retro, zona pasti del personale di servizio, chiesi loro di sacrificare la preziosa consumazione, per celebrare la fine della mia prima storia d'amore. 
In una mezz'ora arrivarono birre, grappe, dei bicchieri di vino bianco, poi rosso e qualche Montenegro con e senza ghiaccio.
Il tavolino, a vederlo così colmo davanti a me, faceva quasi paura. Mangiai le tagliatelle direttamente arrotolate nella pizza, il pesce non lo ordinavamo perché si diceva che il cuoco pisciasse continuamente di fianco alla griglia, senza poi lavarsi le mani, infatti lo chiamavano Pit-Stop. 
Io, senza sapere cosa facevo, mi buttai impavido sugli alcolici in un unico respiro.
Scolai praticamente alla goccia tutto quello che c'era sul tavolino, chiuso nel giro del cerchio degli amici, o di chi voleva semplicemente vedermi rovinare ogni residuo di reputazione, quella sera.
L'effetto salì molto lentamente, a scalini, ero solito bere qualcosa a tavola e stappare delle birre di nascosto, in cantina, ma l'effetto "mischione", non lo conoscevo ancora, mi diressi barcollante verso la sala da ballo, la musica pareva passare attraverso carta vetrata e il caldo era pazzesco.
Incrociavo persone, meglio dire ombre colorate, mi pareva di conoscerle ma non le fermavo né le guardavo in volto, volevo solo girare così, senza senso.
Mi pareva sensato soffrire, ma preferivo sentire, lasciare che qualcosa accadesse, quindi chiusi gli occhi, e l'equilibrio ne parve giovare e restai piantato in mezzo al prato. Incrociai di tutto: smalto fresco, aliti pesanti, profumi da due soldi, il sigaro buono da accendere dopo la cena di pesce, salviettine al limone chimico.
Mi diressi al bar con quella ostinata cocciutaggine da ubriaco che poi avrei imparato a conoscere bene, ma ancora mi pareva miracolosa, stringevo nel pugno qualche decina di migliaia di lire perché gli euro, ancora, non c'erano. 
Chiesi al barista una vodka, quello rise seccandosi un bicchierino di cognac e sbattendolo sul tavolo.
Il barista, figlio del grigliere di cui sopra, aveva due punti deboli e li conoscevo bene: il cuore spezzato di recente e un'insana passione per l'Inter, infatti alla botte sul bancone era fissata la foto di Capitan "Nonno Bergomi" con quattro puntine gialle.
- Tà n'è neca gli enn, par bè!
Gli spiegai che la ragazza che amavo mi aveva pubblicamente piantato per un ferrarese, si fece subito serio e scuro in volto, mi versò un bicchiere di Smirnoff ghiacciata in modo solenne, dall'alto, poi quel gesto stupendo di spolverare il bancone, come dire:  - Dai ragazzo avanti, fatti sotto, che aspetti?
Bevvi tutto d'un sorso, era iniziata un'epoca, mi sentivo un Bogart, cazzo.
- Adesso vorrei quello. 
Ed indicai il temuto bottiglione bianco, quello col tappo ermetico a leva e la sottile guarnizione arancione.
Dovete sapere che una volta, circolava questo temuto distillato casalingo bianco-opaco, che faceva circa 50 gradi, cosa in più cosa in meno, lo chiamavano il "Latte di suocera". 
Stava sempre o sottobanco o imboscato dietro ai liquori "normali", perché era prodotto con procedure casalinghe fuori regola ed era una cosa da offrire agli amici, non si vendeva, veniva usato per suggellare grandi momenti.
Qualcuno tossì in segno di perplessità o disaccordo, il barista prese comunque il boccione, lo esaminò da vicino, come se non l'avesse mai visto prima, girandolo due volte da su a giù.
- We bibi, vè che ste que, l'è un quel illeghel, 
- Avanti me ne dia un sorso. Lei non sa in che stato mi trovo 
E presi ad accarezzare la foto di Bergomi, con fare disperato.
Trangugiai netto quel bicchierino, che scese diretto nello stomaco, dritto come se gli organi interni si spostassero al suo passaggio, poi, mentre un cupo bruciore sordo, saliva alla gola e agli occhi in lacrime, tossì forte, sputandone fuori una buona parte: zampillavo come il putto di una fontana barocca.
- We bibi, brusa l'alcol?
- No è solo tosse, pensavo che fosse più forte.
Ricordo che sul bancone, quella sera, vennero posati ben tre Latte di suocera, per me. 
Un uomo molto silenzioso, che sedeva sempre in fondo e che gli altri chiamavano Ritornello, esplose in un sonoro: - We bibi, te cì màt, putèna Madana!
Andandomene dal bar dissi ad ogni persona, sopratutto se donna, le prime quattro cose che mi balenavano in mente sul suo conto. Ruppi amicizie, presi uno schiaffo sull'orecchio da non so chi e distrussi legami che la mia famiglia tesseva da anni, oltre a riceve un numero imprecisato di autorevoli e pertinenti osservazioni:
- Ma sei ubriaco?
Mi pareva di esser stato molto simpatico, brillante, di aver ballato forse, i racconti del giorno dopo, però, mi riportarono una triste scenata alcolica da paesello.
Ma pensando a quella sera, dopo lo sfogo, tornai sul luogo del misfatto: al tavolino sul retro dove era partita la serata. Il grigliere, pensieroso, fumava la sua sigaretta sfogliando il giornale di fine turno.
- Tan fè basta? Tan vid che cì de culor dla droga?
- Io devo capire se c'è un senso, perché vedi, dovrei star male, stan male tutti, invece a me non me ne frega proprio un cazzo mica…
- Là và par tè, ma pianzeret nèca te, stà bon va là...
Mi trascinai davano allo specchietto del bagno, un pallido omuncolo apparve al mio posto: un tossico, un essere viziato dalle sostanze, coi capelli scompigliati, se ero io cazzo, ero andato oltre.
Raccolsi tutti gli amici di nuovo sul retro, mi sarei esibito nel salto mortale all'indietro dalla panchina direttamente sul cemento della balera.
Il mio obiettivo era sicuramente chiudere la serata all'ospedale, fu lì che arrivò Richi. Voleva propormi un inaspettato concerto, c'erano i Lagwagon al Pala de Andrè, a Ravenna, quello che vide gli rovinò improvvisamente i piani.
- Che cazzo stai facendo?
Presi la bici, Richi cercava di trascinarmi via, dritto per i capelli, dicendomi di scendere, io rispondevo che non sapevo da dove sarei dovuto scendere, poi mi buttai a terra facendo resistenza non violenta.
Da casa mia alla festa c'erano quattrocento metri, ma ci misi un'ora intera a coprirli, cadevo dalla bici e vomitavo, e prendevo le tagliatelle intere dal vomito e le tiravo dirette addosso a Richi, ridendo su come fosse una cosa giusta. 
Credo che vomitai una decina di volte, pensai di morire, giurai di non bere mai più, ripensai di morire e mi dissi che in fondo non mi importava. In fondo stavo bene.
Non potrei qui definire Richi, era una figura protettrice, a volte quasi paterna.
Mi ritrovai appoggiato al muro di casa, Richi nascose la bici e mi disse di suonare, ero nella fase contemplativa della sbronza, mi sentivo connesso agli altri e agli alberi, parlavo quasi come un poeta del dolce stilnovo:
- Grazie Richi, buonanotte, ritirati pure, ombra quieta della sera. 
Pensavo di vedere gli alieni, appollaiati sui pini, chiedevo loro perché non volessero essere pacifici con gli uomini, che erano invece esseri naturalmente buoni e sciocchi, che si innamoravano e poi cercavano di non stare troppo male. 
Il cielo su di me era la bocca dell'Inferno, solcato da onde colorate, aurore boreali da giardino, io mi toglievo le scarpe, la gola arrossata dagli acidi, ma felice, in comunione col mondo e finalmente con me stesso. 
Decisi che avrei vissuto da quel punto la mia vera esistenza, poi vidi l'ora, ed era la mezza, io avrei detto almeno le quattro.
Le mani in tasca non trovavano chiavi, le avevo perse, oppure lasciate in cucina alla festa, bussai senza pensare al dopo.
Mio padre mi aprì la portafinestra - Cosa hai fatto? Hai bevuto? Corsi dritto in camera, mi sentivo la cosa più lercia del mondo, ma scivolai sotto le lenzuola in cerca di pace.
Mio fratello, stordito dall'odore di alcol e dal rumore, veggente del futuro, si alzò a sedere sul letto accusando
- Sei ubriaco, sei sbronzo marcio
Non riuscì a rispondergli e rivomitai tutto sul copriletto, poi arrotolai verso i piedi e mi rimisi a dormire.

Intanto mia madre arrivava con spugne e secchi, e nel corridoio, mio padre, bestemmiava il signore.


venerdì 4 aprile 2014

Cassetto n°123

Emozione, emoglobina hanno una radice comune, non sarà un caso, le parole non lo sono mai.
La parola epidermide, viene dal greco, parola composta di ἐπί, epì, «sopra» e δέρμα, dèrma, materiale fragile eppure resistente, muta corporea o maschera. 
Si sfrega la guancia, la mattina, soffiando sul caffè per svegliarsi, guarda la sveglia: le 5:00- La pelle c'entra da sempre, con la sua vita, è già un mese che ha ripreso a lavorare, dopo il richiamo per quella brutta faccenda. Non ha dovuto prendere un avvocato, i genitori del bambino hanno capito, eran persone aperte, gentili, sono andati anche a prendere una pizza insieme, poi l'ospedale ha dovuto fare la sua parte e per lei previste dieci sedute da una specialista del comportamento, alla quale non ha mai detto una sola, minima cosa di sè.
Sono le 5:05 guarda il parco sotto casa, i merli che si litigano delle cose nell'erba, la nebbia crea un palcoscenico perfetto a questi piccoli attori, non è infelice, è appesantita, dentro si sta curando.
Ma da quell'appartamento, centro Torino, deve scendere, per trovare nutrimento, vita, dentro i canali del sangue, già prima li utilizzava. 
Per lei bucare è diventata una necessità, l'unico contatto che ha con le persone vere, con la loro pelle, ogni mattina, alla sala donazioni del suo policlinico.
L'ago, grosso come un dito, scivola sotto la pelle, liscio come velluto, poi scoppia il caldo e la plastica si macchia di rosso «nella pelle c'è un etica elastica, nelle procedure della sala donazioni, c'è il suo santuario, le ripetevano i suoi maestri, le vecchie infermiere.
Le vene sono alberi stesi al suolo, sono i canali per arrivare dove si deve andare, sentire il sussulto mentre si buca, è la cosa più viva che si possa conoscere. Prendersi cura della paura, del fastidio degli altri, per una cosa piccola, come lei.
In biblioteca, non ci credono legga davvero tanto: terzo libro in una settimana, afferra solo volumi di cui non ha sentito parlare e poi scappa, la spaventa tutta quella mole di parole infilate negli scaffali, come in castigo da sempre. La disorienta l'idea che quei libri dovranno sempre tornare nello stesso posto, come una maledizione.
La fatica è costante: è vivere e fare la spesa, per chi deve curarsi dentro, quotidianamente, come lei.
Luca le ha lasciato un biglietto, un mese prima - vado in Spagna, hai tutti i miei contatti, scusami, ma non ce la faccio, non ci riusciamo, non ci parliamo, non ci tocchiamo, non mi troverai in quelle vene..
Lei cerca più lavoro, chiede turni doppi, domeniche, salta i riposi, lavora in ospedale, in associazioni private, tutto, pur di indossare un qualche camice.
- Perché non parli mai, non capisci di essere un'infermiera perfetta? La caposala è una donna semplice, vive per i figli e questa  è la sua forza. Martina la invidia, quella vita semplice.
- Hai sbagliato, hai capito, hai espiato, tu alle persone vuoi troppo bene, per bucarle, ecco tutto!
Sa che non capirebbero, non è lì, per fare conoscenza, per trovare parole dolci e conforto, è lì per fare i prelievi, entrare in quelle persone liscia, senza lasciare segni, è la sola soddisfazione che ha. Come spiegarlo?
E Martina alza gli occhi, trema , ma sa che deve bucare, tutto avviene lì, in quell'istante, che non riesce mai a vivere senza star un po' male.
Un ragazzo giovane, vene grosse, spigolose, da sportivo, eppure trema, uno strato di goccioline fini come polline gli imperla la cute
Martina lo guarda, capisce quella paura e non ci gioca, riesce solo a sussurrare in modo solenne:
- Brucia, ma vede poi passa subito
E così altre dieci, venti volte, quella mattina, come un vampiro malato, che abbia perso l'uso dei canini.

Il braccio nero di quel bambino, gonfio, le sue urla, il pallore della caposala che la sposta di peso, che estrae la siringa. I suoi arti paralizzati, il male dentro di lei, gioisce e si gonfia come carta. 
- Incapace, vedi è proprio come dicevo!

Essere allontanata come un'intrusa, essere tolta dalla responsabilità, tuo padre era malato lo sappiamo, eri distratta, non lo ero signora, ero attenta, quel bambino si è mosso, non importa, non dovevi sbagliare-

giovedì 20 marzo 2014

Cassetto n°122

Siamo a questa festa in un campo rom, dopo un pomeriggio passato a rincorrere il nostro gancio per Roma, qua c'è gente da tutte le parti, si balla tra le case, nel fango. 
Noto subito la grande quantità di ragazze giovani e una coppia elegante, totalmente fuori luogo, tra i due cinquantenni c'è una forte tensione.
è ormai sera, si accendono delle luci da discoteca, c'è una di quelle palle con gli specchietti che gira e rigira, entro in un edifico quasi diroccato, i mobili dentro sono inaspettatamente belli e costosi, bottiglie di vino e caraffe di sangria, mentre una ragazza truccatissima piange e corre da una stanza all'altra, seguita da un gruppetto di amiche, riesce solo a ripetere "quel bastardo, quel bastardo…" 
Le amiche le passano grandi quantità di sigarette già accese e bicchieri.
Non vedo Loredana, non la cerco, il gancio vuole parlare solo con lei. Colpa mia, non dovevo colpirlo in faccia un anno fa, al nostro primo incontro. Scorro con lo sguardo la gente, forse Loredana è ancora nel retro, a parlare con i padroni di casa, non c'è ansia dentro di me, la moltitudine che ho intorno allevia la sensazione di pericolo e i problemi del mondo. Osservo la spigliatezza della gente.
Esco di nuovo all'aperto, questo posto è così pieno di cose, che pare esaurito anche il posto in cielo. 
Poi esce Loredana e mi urla che dobbiamo andare, che stanno arrivando gli altri, che non c'è da perdere un secondo, ha la borsa.
La fretta, c'è solo la fretta, Loredana ed io usciamo dal campo nomadi, abbiamo piazzato tutto e avremo presto tutti i soldi.
Davanti, la solita strada stretta e buia e quella curva che sfocia ai tubi di cemento. Uno è sbriciolato,  è dove l'altra volta abbiamo ammazzato Paco col revolver. Lei è dietro di me, io ho la custodia col contrabbasso, lei la borsa coi soldi. Un altro milione circa, sono solo una minuscola parte della torta.
Siamo quasi alla macchina, prendo le chiavi, lei ancora dietro, giro la testa di pochi gradi: eccoli!
Sono tre, nel punto esatto dove l'altra volta ho visto la testa di Paco spaccarsi in due come un cocomero. Tre ragazzi normalissimi in tuta, con un cane chiaro.
Ci riconoscono.
Hanno delle grosse armi in mano, bazooka o lanciarazzi e ai loro piedi, il mastino, si gratta il muso con la zampa posteriore.
Il tempo si scompone in infinite unità. L'altra volta ci era andata bene, Paco era lento a mirare.
- Mira hombre, esa es tu fin!
Loredana è sempre troppo indietro, ho la chiave nella serratura, sblocco la sicura con uno scatto, la visione di loro che si sbagliano, la nostra macchina che svolta in fondo alla strada, vedo la salvezza in fondo alla strada dritta, dopo la curva.
Entra Loredana, non ci guardiamo, non c'è tempo, si abbassa e si butta sul sedile, non so perché, ma non mollo il contrabbasso e lo butto dentro alla macchina, di dietro. Poi sento che siamo troppo vicini a loro, e che non sbaglieranno, non ci mancheranno mai, sono in tre, un po' già ci rinuncio. 
Allora penso di scendere, di aprire la borsa e coprirli di soldi, di supplicare di avere la vita in salvo, ma non c'è tempo, gli uomini sicuri agiscono come macchine, loro e noi.
Ancora non sparano, vogliono essere sicuri.
Avvio il motore, parte subito, tutto scorre liscio, il primo metro, liberi, poi due, tre metri, verso la strada dritta, vedo tutto il mondo fuori da questa piccola, lurida strada di periferia come il posto in cui non dovremmo stare. Non qui, solo non ora.
Guardo con la coda dell'occhio Loredana, un sussulto, poi la luce, è solo luce, nessun cambiamento, centrati al serbatoio, penso.
Il tempo è fermo, ragiono lucidamente.
Vedo le lenzuola azzurrine dell'ospedale, le garze dei monconi di gambe mozzate, la loro forma che si muove sotto al cotone stampato. Accanto a me un altro letto, altre due gambe amputate, un sollievo e una paura enormi, non le vedo la faccia, solo capelli, non ha la faccia.
Poi qualcosa si riavvolge, il mio corpo in controluce, fuoco sullo sfondo, vedo sciogliersi le gambe, e già lo sapevo, poi se ne vanno anche le braccia, come cera calda, poi anche il tronco si apre e si sbuccia come una banana. La testa, lasciate intera almeno la testa, ma si spacca in due e svanisce pure quella.
Il proiettile ci raggiunge come un'inevitabile, ottusa punizione divina, il senso della sorte, intesa come destino, più che sfortuna, che espleta il suo ruolo in un coacervo di variabili disordinate.
Ora, Loredana, vedi non siam nulla, quei tre ci han centrato, ora è pace, potevo lasciare il contrabbasso, potevi correre più forte, ma eran vicini e ci aspettavano. Per vendicare Paco, il loro amico.
Vedo le foto del cranio di Paco, le foto in bianco e nero, crude, sento il suo rancore, noi invece ci sciogliamo come zollette di zucchero nell'acqua calda, con gratitudine, senza dolore.
La dissoluzione è un'esperienza neutra, le particelle del corpo che si distaccano tra loro, un processo naturale, il contrario dello spermatozoo che entra nell'uovo.
L'ospedale era solo un'opzione possibile, ci si aggrappa lì, per restare almeno in un pensiero, in un'odore. 
Ma non finiamo, almeno non io, poi non so te, Loredana.. i miei pensieri continuano, l'affare appena chiuso, il thè degli zingari e quella radio alta, per nulla distaccato da pensieri terreni, continuo a correre nella mia mente, tra la gente che balla,  schivando quella ragazza che strilla "quel bastardo…"
Mi interpellano, senza parole e mi vedo riflesso che cammino per una galleria di negozi, sempre Roma, abbigliamento, cinture, non è il mio stile. Sembro un cow-boy con baffi e gilet scamosciato e una cravattina in cuoio.
Un diadema la tiene ferma: è uno dei tuoi occhi, Loredana, è verde come i tuoi occhi.
Ma sono vivo, integro e a giudicare dalla quantità di buste che reggo, abbiamo chiuso l'affare, ed è andato tutto effettivamente molto, molto bene.
è una proposta, mi pare, mi stanno dando quest'alternativa. La morte è allora così: fluire, oppure sogno e basta e allora va bene lo stesso. Le immagini proseguono, mi fermo da un artigiano a guardare degli oggetti lunghi, altre cravatte, esattamente come quella che indosso.
Allora faccio una domanda, senza parlare a chissà chi. Ma in questa vita, c'è anche Loredana?
Silenzio, capisco che la risposta è no.
Non mi interessa, e allora buio, senza dolore è nulla, è davvero buio, per non so quanto, stavolta.
L'ultima cosa che ricordo è la fronte di Paco che si apre, quella volta che per poco non ci aveva ammazzati entrambi, dalla rottura di quella testa esce una melodia e dei colori e sopratutto delle domande:
non c'è sicurezza, non si può mai dire. Non saremo stasera noi due soli a mangiare gli scampi, in un ristorantino nella brezza della serata primaverile romana, di tutto quello che credevo, nulla accadrà

non fumerò mai più una sola sigaretta, o forse si. Ma cosa c'è, ancora, da capire?

giovedì 6 marzo 2014

Cassetto n°121

Ho fatto colazione in fretta e non mangerò fino a stasera, non un vero pasto, avrei bisogno di più tempo. Al primo che mi capita chiedo subito:  - Ha mai visto qualcuno, a casa mia? -
- Scusi? -
- No, dicevo estranei, gente sospetta, mai vista prima…-
-  Eh?-
- Vabbè, mi dia un Polase Sport e dell'aspirina, per favore -
- Effervescente?
- Si
- No, non ho visto nessuno. Fanno venti e sessanta, altro?…-
- Lasci perdere… -
Pago e saluto il farmacista, esco e già tre immigrati fuori fan casino, svolto a sinistra del bar, mi guardano, li guardo, mi guardo: stiro i pantaloni con i palmi, giacca e cravatta. 
Uno fischia verso di me, l'altro ride. Insetti seduti a risucchiare sole dal mattino: come cazzo campate, me lo spiegate? Li ignoro e tiro dritto. 
Alla macchina un'anziana mi ferma, mi sussurra, alitandomi abbondante Kukident sul collo:
- Mi scusi, ho sentito là dentro, mi scusi eh, ma lei ha ragione! Siamo noi gli stranieri ormai: sono i padroni loro, i romeni, i marocchini, gli albanesi, non han più paura di niente! 

Devo dire cosa? Un paese che mi guarda, alzano la testa dai caffè, smettono di azzannare i bomboloni alla crema, il barista incrocia le braccia, in silenzio. Gli amici dei miei, mi fissano, dovrei prendere posizione? Io non ce l'ho con gli stranieri, basta che non mi pestino i piedi, ecco, basta che abbiano quel minimo di rispetto che ormai manca anche a noi. Riesco appena a sorridere, imbarazzato, salgo in auto. 
Predappio è pur sempre a venti chilometri da qua! Penso e parto.
- Berlusconi era meglio, si ricordi!  Grida la vecchia, sotto la ghiaia che schizza contro i tavolini del bar e addosso a tutti: piccola, stupida vecchia.

E dire che i primi indizi erano confusi, solo un osservatore attento li avrebbe notati: un mozzicone, i segni nella ghiaia, che a me poi mica mi sconvolgono, possono entrare a farsi un giro. 
Vivo da solo in questa casa di campagna ormai da tre mesi.
La prima dimostrazione, invece, quella sera stessa, le cose si fan più serie: quattro vetrate del capanno rotte, bottiglie di birra nell'orto, piante strappate e gettate in giro: la cosa prende la forma di una sfida vera. Cerco di stare calmo: - Ma perché, l'han fatto? Mica per rubare, solo sfregio.

Io, 33 anni, impiegato assicuratore a Ravenna, leggo il biglietto sulla carcassa del trattore in mezzo all'aia. La calligrafia è stentata: Prossima volta // preparaci colazione!! 
Rido da solo come lo scemo del paese, mi arriva il sangue alla testa, si appanna la vista, entro in casa pensando: come preparare colazione? Preparare colazione a chi? Preparare col-a-zione…? Rido e serro i denti, li sento scricchiolare.
La mattina dopo, prima cosa, metto un cartoncino sul trattore: - Andate a morire a casa vostra, qua ci togliete l'aria, stranieri pezzi di merda!! -
Mentre guido, penso di aver sbagliato: troppo aggressivo e diretto, era meglio giocare sul senso di colpa e sulla complicità, magari scherzare. 
- ma questi bastardi non hanno i sensi di colpa! -
Inchiodo a un millimetro dal culo di Panda 4x4 verde, ferma al semaforo. 
Prendo posto in ufficio, il lavoro aumenta: quattro ore, poi panino con la segretaria con l'alito pestilenziale e altre quattro ore seduto, poi discount e si va a casa, spesa fatta.  
Ho un po' d'ansia di vedere, di sapere come va, ora si che ce l'ho...
Arrivato, sembra tutto normale, ancora i cocci per terra, ma sono quelli di ieri, le bottiglie le ho raccolte in un sacchetto, la ghiaia è liscia…giro intorno alla casa, ma è già come se un particolare volesse sfuggirmi, inconsapevole eppure chiaro: perché non trotterella verso di me il gatto, come al solito? 
Il mio gatto socievole e tigrato? Dov'è?
Le buste della spesa mi si sganciano dalle dita: crack! Qualche uovo rotto e una Beck's o due, comincio a chiamarlo. Nulla
I carabinieri dopo un'ora di prodezze lessicali mi congedano:  - Sior Zinzà, tornerà il gatto! Porti pazienza, controlleremo gli alberi noi e non prenda iniziative, ce lo può assicurare?
Cosa vi assicuro che é venerdì notte, ho una schiera di contadini ubriachi fomentati dal Dj, che urlano dalla collina qui di fronte, che no, il triangolo non l'avevano considerato. L'umore nero mi consuma, spengo le cicche direttamente nella ciotola del gatto, tanto non c'è più, e se non prendo una decisione sparirò in questo buio, pure io.
Quanti saranno mai: tre, sei? Non importa. Ho le birre e le stelle, leggo dei passi di Nietzsche o forse è solo memoria: "…il futuro influenza il presente tanto quanto il passato…" e  bla bla bla. 
La signora della farmacia diceva che sono i padroni, beh no. L'Uomo sono io, no anzi, il Padrone, a casa mia, sono io! 
In più ho la conoscenza del campo, la tattica e armi. O faccio qualcosa ora, mi muovo presto, o divento come gli altri, a bisbigliare negli angoli, guardare di nascosto lo straniero coi piedi sul mio tavolo. 
Li chiuderò nel ferro di cavallo dell'aia, tra casa e stalla, sotto i noci, poi sarà il buio per tutti. Stelle cadenti, per dare l'esempio.
Avrò un centinaio di ore di ferie arretrate. quindi prendo due giorni pieni: sabato e lunedì, uno per preparare il campo, la domenica riposo, l'ultimo per agire. 
Lunedì 2 agosto, il mio giorno, preparo un'abbondante colazione. Come ogni giorno metto i cereali nella ciotola, verso il latte tiepido solo all'ultimo, per non squagliarli, quattro gocciole Pavesi in fila sul tovagliolo, caffè senza zucchero a destra, lo devo bere che scotti appena da intorpidire le papille gustative, senza ustionare. 
Butto tutto nel lavello e fingo di andare a lavorare. Parcheggio l'auto a due chilometri da casa, in un podere libero e torno a piedi, la casa deve sembrare sgombra, agiranno verso sera, forse tardo pomeriggio. 
Mi preparo tremendamente bene: mangio leggero, bevo una birra, giusto per far soffiare un po' di brezza nella testa, quattro serie da trenta flessioni sulle braccia: ho letto che i muscoli pompati di sangue son più scattanti e reggono meglio gli urti. Vestiti neri da motocross e casco in testa sempre nero, sciarpa al collo. 
Cerco dei guanti. 4 giri di scotch americano, quello grigio telato, attorno ai polsi, per non farli piegare o cedere, al momento sbagliato
Ho in mano una sbarra di ferro a sezione tonda, lunga 50 cm con raccordo finale pesante e curvo. 
Con la cancellina ci scrivo sopra: "COLAZIONE", questo sarà il pezzo forte, poi tirapugni in tasca, che non devo usarlo. Voglio essere sbrigativo, non sarà una guerra, sarà un lampo, un blitz.

Io da ora non esisto, sono un'ombra con la spranga piantata al braccio, le scarpe con la punta in ferro. La casa è sgombra, 
- Venite fanatici musulmani, fatevi avanti, slavi senza rispetto, eccovi la vostra colazione
Metto una sedia nel capanno, dietro il portone in legno, caffè in termos e sigarette, tre pacchetti. Solo cibi ipercalorici: arachidi, patatine, banane. Ungo i cardini, la porta è silenziosa come fosse fatta di nebbia. Ho una visuale fuori per un raggio di cinque - sei metri sul ferro di cavallo, come sulla bocca dell'inferno, loro non mi vedono, io si. 
Passano rare le auto, veloci, nessuno si ferma.  Intanto fa buio piano, il caldo migra nella notte, odora di fieno e polvere, i sensi si amplificano.

Dentro una Volskwagen Polo, poco lontano da lì:
"siamo in macchina, quasi mezzanotte, ho pure sbagliato strada, siamo vicini, ma cazzo vedo solo campi! 
Il big-bang formò il sistema solare in pochi istanti, e io, da un mese, non riesco neppure a dirle che dobbiamo smettere di vederci. Sta seduta accanto a me, dietro c'è Paco, collassato, bevuto tanto e fumato tanto, io soprattutto, ma non riesco a fare questo passo: dirle che è finita, basta cazzo. Ho pure fatto fuori un fanale alla macchina di mio padre e c'è puzza di tutto. Devo stare attento a non finire in qualche fosso, cazzo, non vedo niente, strade tutte uguali, le Moretti da 66 cozzano dietro ad ogni curva. 
La vedo che mi guarda, di taglio le lancio un'occhiata, non ci riesco, ora basta, fermo la macchina in questo spiazzo e glielo sputo in faccia. Tanto Paco è assente, perso nella suo viaggio mentale, come ogni sera, siamo io e lei e devo bloccare questa storia. Ora."
ore 1:00


Frenano, sento passi e risa, forse è solo uno che deve pisciare. Dietro la porta non li conto, vedo due persone, sento più voci. Stanno a meno di tre metri da me, di spalle. Pulsano le mie vene, torna il caldo.
Sono più piccoli di quanto mi immaginassi, ma non tentenno, nessuna assoluzione.
Il primo tira una bottiglia di birra che si schianta contro il muro, io son già scivolato fuori, sono parte del buio che li avvolge: quello più vicino a me ha una t-shirt bianca: I like Snoopy e ha un biglietto in mano, vediamo cosa mi han scritto, stavolta. 
Son qui per farli smettere, sono la Cura. Apro la porta, silenziosa, nell'erba, stringo la spranga, è il mio braccio che si allunga veloce sugli invasori.  Questa è la missione, il futuro, poi tornerò un fantasma, come prima. 
Il primo che colpisco è quello della bottiglia, il più grosso, il movimento è un fischio sparato dentro il tubo e il ferro lo prende all'orecchio ed ecco, vola giù, mentre il colpo rientra e incontra il ginocchio del secondo, assorbe ed urla, urla e si accascia a terra come un maiale scuoiato, allora come un triangolo alzo la sbarra che gli torna sul collo, ghigliottina, che rompe la clavicola e chissà cos'altro. 
Grida un poco, ma resta giù, come il primo. 
Non capiscono, non possono vedermi, quello piccolo scappa, lo tengo a tiro e gli pianto il ferro nella schiena, tra le scapole, urla come una ragazza, forse è proprio una ragazza e cade, le spingo il ferro sulla spalla. Le sfilo dalle dita il cartoncino, non è un biglietto, è una busta.
Sento il secondo raspare, prova a rialzarsi, io non ho ancora respirato, vado su di lui e pianto colpi a raffica, scendono da soli, come grandine Distinguo quelli che incontrano il terreno da quelli morbidi, che arrivano a bersaglio, attutiti. 
Quella messa peggio pare proprio maglietta bianca. 
La macchina è sempre accesa, borbotta a bordo strada, la targa è italiana, mi sposto per vedere meglio non leggo, solo un fanale funziona, butto dentro tanta aria: il baule è aperto! 
Stoc!
Come un morso alla spalla, poi al collo, un'ombra mi massacra con una mazza. 
- dammi la bustaaaaaaaa lurido caneeeee! è lei, è Snoopy, non capisco dove prenda tanta forza
Ora sono io a terra, con la spranga ancora stretta tra le mani, riesco a colpirle la caviglia, il rumore è secco, metallico un tinnnnn si propaga per la campagna, mi metto su Snoopy la osservo, il volto una piastra, perde bava dal naso e dalla bocca, grumoso sangue misto a sangue, le stelle sono anche a terra? Sarebbe stato bello averti incontrata altrove, forse.  Ho ancora la sua busta dalle dita e vado a prendere la torcia nel capanno, straccio la carta, Snoopy non respira più, ma è importante che io legga subito, devo capire. La calligrafia è minuta, la prima frase ha un andamento regolare che va pian piano ad inclinarsi nelle righe successive: 

Ciao Marco, so che dopo stasera non staremo più insieme, volevo solo dirti che non importa, se son stata per te solo terra, tu mi hai nutrita come pioggia….. 

mi scoppia la testa, il casco, aiuto non ci sto più, lo lancio via…l'una e nove. Io Snoopy tu non sei nuova di qui, ti ho già vista, ma dove?
Prima di prendere ancora fiato riesco a leggere altre due righe e poi vedo finalmente il micio, furtivo, scivola contro il muro del capanno e balza dietro il portone dove mi ero nascosto  prima, si lecca e mi fissa con quegli occhi verdi, come puntati dentro: 

- cosa hai fatto idiota, non vedi che è la tua vicina? Sono tutti tuoi vicini, hai sterminato tutti i tuoi vicini! 

Alzo gli occhi, incontro una luna bellissima, senza stelle e poi il buio.






venerdì 28 febbraio 2014

Cassetto n°120

Già troppi anni fa, David Foster Wallace scrisse qualcosa di perfetto a proposito di una cosa divertente che non avrebbe fatto mai più, e aveva ragione. 
David fu invitato a partecipare a una crociera d'extralusso per la upper class americana. 
Il clima di sospensione del tempo e l'atmosfera da "anticamera della morte" fisica e spirituale che si respirava, lo toccarono fino a spingerlo a produrre uno dei libri più ironici e spietati degli ultimi trent'anni.

Entro alla Conad, devo prendere almeno la pancetta, lo Scottex e il latte, ma tanto so che qualcosa lo scorderò.
Il weekend scorso l'ho trascorso partecipando a una convention che, in qualche modo, ha rievocato in me quella lettura wallaciana  di atmosfera e rarefazione estrema.
La mia compagna lavora da un anno per una ditta di prodotti per il benessere sessuale e sexy-toys, già da tempo mi aveva chiesto se l'avrei accompagnata alla convention annuale della sua ditta, l'atmosfera degli alberghi e delle riunioni commerciali low cost mi ha sempre attirato, perciò accettai immediatamente. 
Arriviamo nel pomeriggio del giorno stabilito all'albergo: un quattro stelle con annesse terme, edificato attorno alla sospetta fonte termale di Abano Terme, come ogni altro albergo, lì intorno. Già nella hall l'odore inconfondibile si propaga, per quanto mascherato da diffusori ed essenze su ogni tavolino: è uovo marcio e zolfo. 
Entriamo nella stanza, è caldissimo, qua non riscaldano con caldaie, fanno entrare l'acqua termale direttamente nei termosifoni, in tutto il paese, praticamente, nessuno paga la bolletta. Si suda e basta. Moquette blu ovunque, sempre pulitissima, sotto i piedi nudi non posso che sentirla, mi procura le convulsioni, ho dei problemi con alcuni tessuti sintetici, ma, storia mia.
Usciamo per andare a conoscere gli altri, l'aspetto maestoso ed appassito dei grandi vasi di fiori finti, delle vetrine di liquori, delle divise inamidate del personale, tutto mi pare concorrere in un equilibrio decadente praticamente perfetto.
(Si fa una breve camminata nei paesi vicini, ad Arquà Petrarca l'aneddoto del Cassetto n°118, e comunque torniamo in due ore)
Credo che alle terme, nel nome del benessere e del giovamento, si accettino, anzi, si comprino, le peggiori sevizie dai tempi antichi più bui. Vedo uomini adulti, moderatamente adattati in società, presi dal morbo del salutista termale, che si farebbero scoreggiare direttamente in faccia dall'addetta dei massaggi, meglio se dietro esenzione ticket del medico di base.
Facendo slalom tra anziani svizzeri e tedeschi, che vivono in accappatoio da mesi, esibendo dermatiti come ferite di guerra, fotografo le statuette di Venere, oramai consegnate ai viscidi muschi e licheni delle pozze e comincio a prendere confidenza con l'ambiente. 
La mia ragazza è impegnata nelle riunioni e nei serrati incontri a tema, io mi barcameno tra le iniziative in cartellone (corso di bondage, danza del ventre e una quindicina di seminari) mentre perdo tempo per le piscine, preso dalla deliziosa noia da camera d'albergo. 
Non chiedo davvero di meglio: le camere di albergo che proteggono dal mondo, ma nonostante tutto, gli umori sono ancora rattrappiti, i discorsi a tavola lo dimostrano:

- ...e che lavoro fai?
- l'urbanista
- l'urbanista? Quindi sei laureato in architettura, sei architetto?
- No, sono urbanista, laureato in architettura

Nessuno vuole entrare troppo nell'intimo per ora, non sanno perché io sia qui, ma sanno che osservo troppo. La teoria a me pare più: siamo tutti consulenti, anche chi, come te, non lo è ancora, deve ricevere un'adeguata formazione, assorbire la missione dell'azienda. Ma se non sei qui per vendere potresti almeno dirci cosa diavolo ci fai? 
- Nessun motivo in realtà, accompagno lei...
Si inizia già a parlare di una sorpresa conclusiva, non capiamo che cosa si stia preparando per noi: una performance? La presentazione delle più assolute novità in campo? Nulla, non trapela nulla, ma la cosa assume pian piano confini da segreto di Stato. 
Il buffet riciclato, la cortesia assonnata degli incontri nella sala da pranzo, il tutto si innesta nel mio bioritmo piuttosto velocemente, tra una capatina nella grotta del fango e mezz'ora di stretching in palestra, mi sento vivo. 
Mi accorgo che, in questi tre giorni, non uscirò mai dall'albergo, il solo sforzo di consegnare le chiavi in reception e indossare il giubbotto, per affrontare la nebbia padovana, mi pare ormai intollerabile. 
Rinuncio mentalmente agli ispirati trekking urbani e alle visite enogastronomiche colte che avevo programmato, per mantenermi vivo mi riparo tra i vapori sulfurei e mi abbandono al destino dell'uomo in hotel termale: essere una merda. 
Lo staff della ditta è simpatico: energiche signore di mezz'età, perlopiù del basso veneto e del bresciano-milanese, ognuna con una specializzazione diversa. Si va da commesse con la vocazione per il sesso anale ad appassionate della riabilitazione perineale: tutto molto interessante, le cape sono due instancabili bellunesi, avvezze al public speaking e al marketing più virale, gradisco molto l'accento diretto delle loro argomentazioni, la totale assenza di boria e doppisensi.
I pasti sono continui, contengono sempre le stesse pietanze, invertite, reinterpretate, mescolate, non importa più nulla: a un certo punto ci si trova solo a masticare, parlare, organizzare, scambiarsi i contatti, ma sopratutto a masticare. 
Siamo trattati dai camerieri come erbivori senza intelletto, non paiono gradire troppo il cliente da convention, perché parla a voce alta e non li lascia servire in pace, troppo preso a gesticolare per accorgersi del loro prezioso contributo. 
Data la totale assenza di iniziative turistiche nella zona, la sera vengono offerti diversi giri di spritz, ne beviamo persino uno a mollo nelle calde acque termali, lo show è continuo, siamo noi stessi a costruirlo. 
Le coppie più rumorose e frizzanti, paiono proprio quelle sposate da tempo, euforiche per aver lasciato i quattro figli ai nonni e comunque ancora un po' in dovere di mostrare un'invidiabile vita sessuale e un'intesa fulminante da primo appuntamento. Personalmente li adoro.
La mia rilevazione più alta si ferma, però, nel sondare la differenza negli spritz preparati dai vari baristi. Universi davvero diversi.
Si innalza, benevolo, un alone di sospetto sempre più pesante intorno alla mia figura: si intuisce che voglia solo scrivere di questa esperienza, e si intuisce bene. Mi ci si rivolge sempre con tatto ed estremo distacco, come a rassicurarmi, che qui va tutto benone, che sono libero.
E come potrebbe non andare: il conto della camera e la mia incredula partecipazione al programma, crescono di pari passo, mi lascio cullare dal ventre brodoso dell'albergo, che, come un tiepido ventre materno, spinge a non chiedere nulla, ad accoccolarsi nelle bende pulite e a lasciar passare il tempo scoreggiando come mucche beate nel proprio fetore.
L'ultimo giorno, dopo la presentazione di progetti di profilo più alto, arriva il momento della sorpresa: un'enorme tavolata imbandita delle più tecniche ed ingegnose novità dal mondo dell'accessoristica sessuale mondiale.
Le consulenti esplodono, si avventano, commentando ogni accessorio, sulla tavolata, toccandolo, provandolo, scattando foto che inviano ad indirizzi sconosciuti e lontani, si lanciano in discussioni sulla commerciabilità o meno di ogni singolo pezzo.
Un'edulcorata distesa fallica in silicone rosa confetto, lingue rotanti, carezze chimiche, un mondo ergonomico ed accessibile che toglie ogni pensiero. A me fa tenerezza vedere questi abbracci inscatolati. 
La chiarezza con me stesso, l'acme esperienziale, lo raggiungo solo maneggiando il palese tributo alla vagina, celato ma non nascosto, in una lattina di birra svitabile, ovviamente di marca sconosciuta in Italia.
Io amo le persone che vogliono sentirsi meno sole, che non si abbandonano sugli sgabelli, che sanno ridere e scherzare dei propri limiti, che sanno inventare cose buffe, per pensare che non tutto vada male, con lo sguardo sempre attento al mondo e uno spritz accanto. 
Penso di esser uscito rigenerato da questa esperienza, umanamente dico, davvero pregno.

- Pensa che genio quello che ha inventato le ali degli assorbenti, vanno via come il pane.
Mi ero incantato sulle mani del commesso della Conad, appoggia le scatole di Lines Ultra sul nastro della cassa e mi porge lo scontrino. Ha lo sguardo di uno cresciuto bene, mi fa bene vederlo, fanculo se pensa che sia pazzo. 
- Ah si scusi, ora pago, stavo ancora pensando al weekend