sabato 8 agosto 2015

Cassetto n°156

Stavo steso sul telo troppo piccolo, in quella parte la spiaggia crea un'ansa contro un lungo muro di cemento e l'acqua che si ferma non è mai pulita, così anche il materiale umano che si va ad accumulare là in fondo, non è dei migliori.
Ma mi ci sono affezionato, è la spiaggia più vicina a casa e ci venivo sempre da bambino, in bici, con mio padre.
è un posticino casinaro, un non-luogo dove ognuno si ostina a farsi i cazzi suoi nonostante la distanza personale irrisoria, la spiaggia ogni anno viene erosa, pezzetto per pezzetto, dalle ingombranti attività commerciali, io di solito sto vicino al bagno Oscar.
Stavo rimandando da un'ora il primo giro al bar, un po' per la distanza e il caldo, un po' per il pudore di stappare la prima birra già alle tre del pomeriggio. 
Di fianco al mio telo una coppia di donne straniere e la loro insopportabile bambina urlavano girando video col tablet, ovviamente rendendoci partecipi tutti di emozioni, pensieri e paure relativi a quei loro brevi giorni di ferie. 
Pensavo a come staccare la mente da tutto, come immergermi in un silenzio chiuso e personale in cui galleggiare per qualche minuto, quando:
- oh mio dio, ma guarda è bellissimo!
Qualcosa aveva catturato l'attenzione della mia vicina, la madre straniera dell'acida bambina straniera con tablet e poco dopo anche la sua amica erano in piedi e protendendo la testa e l'indice verso qualcosa
- Incredibile, proprio qui, non ne ho mai visti!
Parlavano di qualcosa che doveva essere vicino al muro, a giudicare dalla direzione della loro attenzione.
- guarda che razza di roba, non pensavo ce ne fossero qua
Io stavo cercano da mezz'ora di concentrarmi sul mio saggio tascabile, ma davvero non c'era verso: il caldo, il telo troppo corto, lo schiamazzare di queste oche me lo stavano impedendo, quasi irritato provai a buttare un'occhiata verso il muro, ma non vidi assolutamente nulla, solo acqua sporca, alghe e un paio di bambini con secchiello e retino, tornai a fingere interesse per il libro, ma ancora
- guarda che è una cosa davvero rara, dada fai una foto là!
La bambina riuscì solo allora a scollarsi dalle sue registrazioni e a puntare il palmare verso la zona tanto interessante
- odio che bello mamma, posso andare là?
- no dada stai qua che quello scappa subito, sai?
Niente, le parole del libro respingevano la mia vista e mi decisi ad alzarmi in piedi, intanto si era riunita una piccola folla davanti alla zona, una folla distratta, non tanto nutrita da impedirmi di constatare che io, in quel punto, non vedevo assolutamente nulla di anomalo. Pensai a qualche uccello o a un grosso pesce, forse era arrivato verso riva un delfino, non era una cosa rara, oppure un fenicottero aveva confuso la rotta dalle saline…una tartaruga arenata, ma nulla, la mia buona vista non mi faceva rilevare nulla, nulla di davvero particolare né nell'acqua né sopra il muretto.
La cosa stava diventando un piccolo diversivo: arrivava gente dagli stabilimenti vicini, le ragazze ridacchiavano, i bambini sprecavano aggettivi e superlativi, gli anziani, più distanti, scuotevano il capo con l'aria paziente di chi, quelle cose una volta, era abituato a vederle ben più spesso.
Mi girai indietro, il bagno Oscar, il mio bagno, era praticamente deserto, anche i baristi avevano abbandonato la postazione, le bocce giacevano immobili nel campo, nel ciocco del sole delle tre e mezzo, per quella cosa, si era fermata la stagione balneare a Lido di Savio.
Straniero tra gli stranieri, come un ebete solo, io non capivo. Vinsi la mia riluttanza ed entrai nella festa dei curiosi: sudore, abbronzanti al cocco, sigarette, nulla io là non vedevo assolutamente nulla, mi concentrai su una macchia scura a circa dieci metri dalla riva, entrai nell'acqua fino alle ginocchia
- ehi signore, attenzione, non sappiamo come potrebbe comportarsi, poi non vorrà che se ne vada via così…
Il bonario bagnino coi baffi mi sorrise, paterno, facendomi cenno di rientrare col braccio tonico a abbronzato ben proteso verso la mia spalla.
Rassegnato, con una gran voglia di rientrare a casa, tornai sul bagnasciuga, quella macchia erano solo alghe, alghe e un agglomerato di cozze marce. 
Non c'era nulla laggiù, niente di niente.
- ma pensate se ne presenteranno altri? Ma ci pensate che meraviglia sarebbe?
- Io sinceramente preferirei stessero nel loro ambiente, questo sconfinare non è assolutamente un buon segno è indice di squilibrio climatico e chimico e bla bla bla…
- è bello è bello è bello papà….papà...perché è bello?
- a me in enciclopedia sembrava più grande, però che fortuna eh, Simone?
Tornai sul mio telo dall'orribile colore salmone spento, lo presi e lo accartocciai buttandolo dentro il primo bidone aperto, era un telo inutile.
( Alle volte alle cose buttate ci penso subito dopo, tipo avevo sto telo da vent'anni e  da allora non l'ho più )
Poi tornai indietro, cazzo oggi non mi era successo nulla, nulla di nulla di particolare e non volevo andarmene senza vedere questa Meraviglia, il Prodigio di Lido di Savio. Il giorno dopo non volevo leggere un semplice trafiletto nella cronaca, magari corredato da foto sgranata in bianco e nero, dove NON avrei comunque visto la Cosa.
Tornai tra la gente, volevo parlare loro, volevo chiedere cosa Cristo vedessero  là che io non potevo vedere, ma poi non riuscivo, le parole non mi uscivano dalla bocca, li guardavano e mi sorridevano, se era lì a tre metri, e doveva esserci qualcosa, dovevo vederlo e basta.
Stavo di nuovo a pelo d'acqua, i piedi a mollo, gli occhi puntati verso quell'unico punto, poi guardavo loro, poi riguardavo là. Acqua gialla, una bottiglietta di thè che galleggiava: niente.
Rividi quella chiazza, ma molto più lontana, non era quella delle alghe, era scura stavolta, era densa e scura come petrolio, non era dove tutti guardavano, era almeno cinque metri più in là
In mezzo a quel nero scorsi qualcosa, un guizzo, un baleno, forse mi stavo semplicemente concentrando troppo su di un solo punto, ma a me pareva muoversi, anzi si muoveva, si allungava assottigliandosi per poi tornare più corta e tozza, sistematicamente. Si muoveva come un serpente, o  meglio come un bruco, si allontanava furtiva.
Ma non era una semplice macchia, era qualcosa di intelligente, stava nell'ombra proiettata dal muretto sull'acqua, al riparo, come un rettile, forse per non esser vista, forse non so, stava là e piano piano si allontanava sempre di più dalla riva, ormai la scorgevo a malapena. Tutti puntavano sempre lo sguardo a pochi metri dalla riva, era evidente che non stavamo vedendo la stessa cosa, ora ne ero certo, la macchia restò ferma fluttuante vicino al limite del muretto, mi concentrai a studiarla e sotto l'acqua mi pareva vorticare, un turbine di colori e schegge dorate gialle rosse verdi le balenavano al centro, in quella che poteva essere la sua pancia. 
Per qualche istante non sentì neppure più tutte quelle voci, era bellissimo e mi sentì isolato insieme a quei colori, mi rilassai molto, cominciai a vagare in qualche spazio dentro di me, che non pensavo di poter vivere, pensai di andare in acqua e di prenderla, abbracciarla, pensai di affogare, che forse la cosa giusta era provare a respirare l'acqua coi polmoni e stare là sotto, con la macchia, per sempre. 
Ebbi paura però, tanto che dovetti cambiare posizione dei piedi per riavermi e tornare vigile, appena lo feci i colori erano spariti, la macchia si allungò ancora, stavolta moltissimo e cominciò a scivolare piano, dietro l'angolo in fondo al muretto, là c'erano solo scogli e acqua alta, là senza barca non ci arrivavi.
Presi per il gomito il vecchietto spellato vicino a me
- Ma la vede quella grossa macchia, laggiù? La vede?
Quello mi guardo come se avessi una pistola in mano e fece due passi indietro
E  fu allora che capì che nessuno vedeva la macchia.
La Cosa si mosse come una densa colatura di colore nero, che pastosa cade dal bordo di un tavolo a lunghi e spessi goccioloni, e scivolò via sparendo per sempre proprio nell'istante in cui il bimbo col fucile d'acqua giallo disse
- papà non c'è più!





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